Trieste, almeno 200 profughi dormono all'addiaccio in centro, tra rifiuti e topi
di Gianpaolo Sarti , di Gianpaolo SartiTRIESTE - Hanno preso qualche scatola di cartone e cassetta di legno nel supermercato vicino, giusto per accendere un fuoco e scaldarsi un po' prima di addormentarsi. I sacchi a pelo sono quelli donati delle associazioni umanitarie, il cibo dalla Caritas. Per Ashif, diciannove anni, e gli altri cinque compagni venuti con lui dal Pakistan, sarà un'altra notte in una capanna di coperte sudice, tra fango, spazzatura, escrementi e topi.
Il Silos- rifugio
Trieste, pieno centro. È quasi mezzanotte. Il Silos, l'enorme edificio abbandonato del Porto vecchio che costeggia la stazione ferroviaria, si è ormai popolato di migranti. Piove, ma almeno non tira bora. Ashif e i suoi compagni hanno trovato riparo qui da qualche giorno. Decine di connazionali, ma anche afgani, siriani e turchi, per settimane intere hanno dormito tra questi anfratti. O all'aria aperta, in piazza Libertà. Sono due minuti a piedi dagli asburgici palazzi di banche e assicurazion…
TRIESTE - Hanno preso qualche scatola di cartone e cassetta di legno nel supermercato vicino, giusto per accendere un fuoco e scaldarsi un po' prima di addormentarsi. I sacchi a pelo sono quelli donati delle associazioni umanitarie, il cibo dalla Caritas. Per Ashif, diciannove anni, e gli altri cinque compagni venuti con lui dal Pakistan, sarà un'altra notte in una capanna di coperte sudice, tra fango, spazzatura, escrementi e topi.
Il Silos- rifugio
Trieste, pieno centro. È quasi mezzanotte. Il Silos, l'enorme edificio abbandonato del Porto vecchio che costeggia la stazione ferroviaria, si è ormai popolato di migranti. Piove, ma almeno non tira bora. Ashif e i suoi compagni hanno trovato riparo qui da qualche giorno. Decine di connazionali, ma anche afgani, siriani e turchi, per settimane intere hanno dormito tra questi anfratti. O all'aria aperta, in piazza Libertà. Sono due minuti a piedi dagli asburgici palazzi di banche e assicurazioni. E dalla luccicante piazza Unità, con gli alberi di Natale e il presepe. Perché a Trieste, la "Lampedusa del Nord Est", ultima tappa della rotta balcanica, non c'è più posto per i richiedenti asilo. Le strutture di accoglienza cittadine sono piene e le persone sono costrette a stare all'aperto. Al freddo. O tra l'immondizia del Silos.
Profughi dalla Slovenia, così dallo scorso luglio
La situazione si trascina da luglio, quando il flusso di profughi provenienti dal confine con la Slovenia è ripreso al ritmo di settanta-ottanta al giorno. Durante l'estate i trasferimenti dei migranti in altri centri di accoglienza del Paese hanno subìto un forte rallentamento, visto l'incremento di arrivi al Sud che ha saturato le strutture di molte regioni. Ma allora perché non apire, qui, un hangar di emergenza, dove sistemare brande e coperte? "La mia prima segnalazione a Prefettura, Questura e Comune, risale al 12 di luglio", ripercorre Gianfranco Schiavone, presidente dell'Ics, la onlus che si occupa della gestione dei migranti a Trieste. "Da allora tutto è stato sempre stato documentato: ho inviato tredici segnalazioni, mettendo i nomi delle persone abbandonate in strada".
L'inerzia colpevole delle istituzioni
Stando ai numeri dell'Ics, la media da luglio è di trecento persone che dormono all'aperto, prive di assistenza. Numeri ora scesi di un centinaio, visto il peggioramento delle condizioni meteo che ha rallentato il flusso della rotta. "A Trieste le istituzioni stanno dimostrando un'inerzia colpevole", accusa Schiavone. "Il prefetto continua a sostenere che il ministero dell'Interno non è abbastanza celere nelle quote di trasferimenti. Ma questo non lo solleva dalle sue responsabilità: avrebbe dovuto trovare un riparo per queste persone". Sono le onlus come Linea d'Ombra a portare assistenza, conforto e cure ai migranti. Talvolta intere famiglie con bimbi. Persone ferite ai piedi, causate dai lunghi viaggi. O con malattie respiratorie. Tanti hanno la scabbia. L'altra sera, in un anfratto della stazione, c'erano due bambini di nazionalità turca accoccolati per terra assieme alla mamma, il papà e la nonna. Scene normali a Trieste. Il sindaco di centrodestra, Roberto Dipiazza, ha pubblicato sui social un video in cui promette che lui, per i migranti, non farà "nulla". Niente strutture aggiuntive per l'accoglienza. Il motivo?
"Se qualcuno muore sarà responsabile l'amministrazione"
Nel centro di Prosecco, una sorta di tendopoli sull'altipiano carsico, piena pure quella, qualcuno tra gli ospiti ha rotto una porta, un wc e un lavandino. Tanto è bastato, al sindaco, per alzare la voce: "Tutti mi chiedono di fare qualcosa per gli extracomunitari. Dove li abbiamo messi hanno distrutto tutto. Allora perché dobbiamo spendere i soldi dei cittadini italiani? Perché dobbiamo dare assistenza?". La onlus Linea d'Ombra ha diffuso un comunicato in risposta. "Il Comune ignora e denigra esseri umani in stato di bisogno, correndo il rischio che possano esserci morti per freddo. Nell'ipotesi nefasta che qualcuno muoia, perché abbandonato in strada, riterremo responsabile questa amministrazione ed esporremo denuncia per omissione di soccorso. La scelta politica - conclude la nota - è non fare nulla per chi avrebbe diritto all'assistenza basilare, ad un riparo, al cibo". A Trieste ha ripreso a piovere e si è alzata di nuovo la bora. Le capanne al vento di Ashif e dei compagni per ora resistono.