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Liliana Resinovich, un anno fa la morte: un giallo ancora senza risposte

Ancora da chiarire se sia stato un suicidio o un omicidio. Nonostante alcune ferite, sul corpo non sembrano esserci azioni di violenza. Il marito: "Non so cosa sia successo ma non ho sensi di colpa"
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TRIESTE - La morte di Liliana Resinovich, scomparsa esattamente un anno fa, rimane senza risposte. Le indagini, tutt'ora aperte per sequestro di persona, non hanno svelato il giallo, ancora sospeso tra l'ipotesi del suicidio e quella dell'omicidio. È la mattina del 14 dicembre, un martedì, quando la sessantaduenne esce dalla sua abitazione del quartiere di San Giovanni, a Trieste, in via Verrocchio. Tre settimane dopo, il pomeriggio del 5 gennaio, il suo corpo verrà scoperto nella boscaglia dell'ex ospedale psichiatrico di San Giovanni. Stesso rione, dunque, ad appena qualche chilometro di distanza da casa. Una scoperta macabra: Lilly era adagiata per terra, avvolta in due sacchi dell'immondizia e con la testa infilata in altri due sacchetti di nylon, quelli che si usano al supermercato per la frutta e la verdura. Gli involucri erano chiusi con un cordino. Chiusi ma non stretti. La sessantaduenne triestina si è tolta la vita così,…

TRIESTE - La morte di Liliana Resinovich, scomparsa esattamente un anno fa, rimane senza risposte. Le indagini, tutt'ora aperte per sequestro di persona, non hanno svelato il giallo, ancora sospeso tra l'ipotesi del suicidio e quella dell'omicidio. È la mattina del 14 dicembre, un martedì, quando la sessantaduenne esce dalla sua abitazione del quartiere di San Giovanni, a Trieste, in via Verrocchio. Tre settimane dopo, il pomeriggio del 5 gennaio, il suo corpo verrà scoperto nella boscaglia dell'ex ospedale psichiatrico di San Giovanni. Stesso rione, dunque, ad appena qualche chilometro di distanza da casa. Una scoperta macabra: Lilly era adagiata per terra, avvolta in due sacchi dell'immondizia e con la testa infilata in altri due sacchetti di nylon, quelli che si usano al supermercato per la frutta e la verdura. Gli involucri erano chiusi con un cordino. Chiusi ma non stretti. La sessantaduenne triestina si è tolta la vita così, in un modo così atroce? Oppure c'è la mano di un assassino, capace di uccidere senza lasciare nessuna traccia? Ma chi? "Mi chiedo ogni giorno cosa le sia successo - ha affermato il marito Sebastiano Visintin, in una intervista al Piccolo di Trieste - ma ad oggi non ho ancora risposte. Non so se qualcuno le ha fatto del male o se si è suicidata. Ma credo si vada verso un'archiviazione per suicidio. Per me è tremendo pensare di non aver colto un disagio tale da portarla a un gesto simile". E ancora: "Non ho sensi di colpa, eravamo una coppia affiatata".

La doppia relazione

Un anno fa l'attenzione degli investigatori e quella mediatica si è subito focalizzata sulla figura del marito, Visintin, e dell'ottantatreenne Claudio Sterpin, con cui Lilly aveva una relazione. Quel 14 dicembre la donna aveva un appuntamento proprio con Sterpin, che avrebbe dovuto raggiungere nella sua abitazione. Ma non ci arriverà mai. L'anziano ha dichiarato alla Squadra Mobile di aver ricevuto da Lilly una chiamata alle 8.22 "per avvisare che sarebbe arrivata più tardi del solito, alle 10, perché prima doveva passare dal negozio WindTre di via Battisti". Non risulta che la donna si sia recata in quel punto vendita. Che strada ha preso la sessantaduenne dopo essere uscita di casa? Con sé non aveva né il cellulare né il portafoglio, rinvenuti nella sua abitazione di via Verrocchio.

Le indagini

Sono due le telecamere ad aver registrato il passaggio della donna la mattina del 14 dicembre, il giorno della scomparsa. Quelle dell'impianto di videosorveglianza della Scuola di polizia di via Damiano Chiesa, a pochi passi dalla casa di Liliana; e quella esterna di un autobus che transitava nei pressi di piazzale Gioberti, nel cuore del rione di San Giovanni. Da quel momento in poi, il nulla: quale strada ha imboccato Lilly? Quella del parco dell'ex ospedale psichiatrico, poco distante? O è stata avvicinata da qualcuno? La Procura di Trieste ha apre un'indagine per sequestro di persona, affidate alla Squadra mobile e alla Polizia scientifica.

L'autopsia e il Dna sui sacchi

L'autopsia e la Tac, eseguiti dal medico legale Fulvio Costantinides e dal radiologo Fabio Cavalli, non avevano riscontrato alcuna violenza sul corpo. Né tracce di strangolamento. In assenza di segni, secondo le loro analisi la donna è morta per asfissia, causata dai sacchi di nylon in cui era infilata la testa. Lilly avrebbe inalato la sua anidride carbonica, assopendosi rapidamente fino a spegnersi. Un decesso avvenuto entro le quarantott'ore dal ritrovamento della salma nel bosco, dunque attorno al 3 gennaio. Quindi Liliana non è morta il giorno della scomparsa e neppure nei giorni immediatamente successivi. Il cadavere, infatti, non evidenziava un processo putrefattivo che ci si aspetterebbe in un corpo abbandonato all'aperto per tre settimane. La pelle di Lilly si presentava depilata (ascelle, gambe, pube), quindi in quelle tre settimane intercorse tra la scomparsa e il ritrovamento, aveva avuto la cura di depilarsi e mantenersi in ordine? Anche i vestiti che indossava, quando è stato rinvenuto la salma nel bosco, erano a posto. O forse la donna si è rifugiata prima da qualche parte? Oppure è stata uccisa e tenuta a temperature basse, come in un frigo, tali da mantenere quasi intatto il cadavere? Intatto, quindi anche depilato, come (forse) lo era prima di scomparire? I campionamenti sui sacchi avevano inoltre rintracciato soltanto il Dna della sessantaduenne. La suola delle scarpe riportava i resti della vegetazione circostante, come se la donna si fosse incamminata nella boscaglia.

Sangue e tumefazioni

Nessun segno di violenza, dunque, ma la relazione dell'autopsia firmata dai due medici, come rivelato dal Piccolo nei mesi scorsi, ha evidenziato anche l'esistenza di tracce ematiche alla palpebra destra "apparentemente tumefatta", alla narice destra e alla lingua. E alla testa: "Scollati i tessuti molli - si legge nel documento - si nota infiltrazione emorragica a livello di muscolo temporale sinistro e la presenza di piccole petecchie emorragiche". La relazione non spiega se si tratta di un decorso fisiologico post mortem o di indicatori di una possibile colluttazione. Ma né il Dna sui sacchi e sugli oggetti che la donna aveva con sé, né l'analisi sulle celle telefoniche e le intercettazioni, hanno fatto emergere la mano di un possibile assassino. Eppure ci sono tre settimane di vuoto da quel 14 dicembre a quel 5 gennaio, che nessuno ha mai saputo spiegare.