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Il buco dell'ozono non si restringe più. E la causa potrebbe essere l'effetto serra

Lo 'strappo' al Polo Sud scompariva di solito a novembre. Da tre anni invece il fenomeno è ancora presente a dicembre inoltrato. Copernicus, il servizio di monitoraggio europeo: "Alla base potrebbe esserci il riscaldamento del clima"
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Di chiudersi non ne vuole proprio sapere. Il buco dell’ozono si sta restringendo dal 2000. Ha fatto progressi fino al 2019, facendoci quasi cantare vittoria. Ma poi ha smesso di migliorare. Lo strappo di quest’anno, per dimensioni, è ancora al 12esimo posto degli ultimi quarant’anni.

L'anomalia degli ultimi tre anni

Da tre anni a questa parte poi il buco dello strato di ozono che sovrasta l’Antartide mostra una strana pigrizia, quando si tratta di richiudersi con l’arrivo dell’estate australe. Anziché aprirsi a settembre per poi sparire rapidamente alla fine di novembre, ha preso l’abitudine di attardarsi fino a dicembre inoltrato. Nel 2020 ha scavalcato il Natale, scomparendo il 28 dicembre. L’anno scorso ci ha salutato il 23 dicembre, con quasi un mese di ritardo.

Anche quest’anno, fa sapere il Cams, il servizio di monitoraggio dell’atmosfera dell’Unione Europea affidato ai satelliti Copernicus, &…

Di chiudersi non ne vuole proprio sapere. Il buco dell’ozono si sta restringendo dal 2000. Ha fatto progressi fino al 2019, facendoci quasi cantare vittoria. Ma poi ha smesso di migliorare. Lo strappo di quest’anno, per dimensioni, è ancora al 12esimo posto degli ultimi quarant’anni.

L'anomalia degli ultimi tre anni

Da tre anni a questa parte poi il buco dello strato di ozono che sovrasta l’Antartide mostra una strana pigrizia, quando si tratta di richiudersi con l’arrivo dell’estate australe. Anziché aprirsi a settembre per poi sparire rapidamente alla fine di novembre, ha preso l’abitudine di attardarsi fino a dicembre inoltrato. Nel 2020 ha scavalcato il Natale, scomparendo il 28 dicembre. L’anno scorso ci ha salutato il 23 dicembre, con quasi un mese di ritardo.

Anche quest’anno, fa sapere il Cams, il servizio di monitoraggio dell’atmosfera dell’Unione Europea affidato ai satelliti Copernicus, “il buco dell’ozono si sta richiudendo più tardi di quanto non abbia fatto nei 40 anni precedenti. E’ un andamento simile a quello degli ultimi 2 anni, ma molto diverso dai 4 decenni passati”. Le prime misurazioni relative a questo fenomeno, pericoloso perché l’ozono svolge il ruolo importante di filtrare i raggi ultravioletti provenienti dallo spazio, risalgono al 1979.

La persistenza del buco dell'ozono. In grigio la media dal 1979, in verde il 2020, in azzurro il 2021 e in rosso il 2022 

Le dimensioni medie, che dal 2000 (l'anno della larghezza record) sembravano ridursi con convinzione, ora variano senza una tendenza chiara. Il buco di quest’anno (misurato a settembre e ottobre, quando è al suo massimo), con 25 milioni di chilometri quadri, è il 12esimo dal 1979. Quello dell’anno scorso era l’ottavo.

Le possibili cause

Il motivo di queste anomalie non è chiaro. I gas inquinanti che distruggono l’ozono nella stratosfera (tra 15 e 60 chilometri di altitudine) sono in calo lento ma costante dagli anni 90, dopo che il protocollo di Montreal del 1987 ha impegnato gli stati del mondo a metterne al bando un centinaio (soprattutto i clorofluorocarburi). La loro durata, però, è stimata intorno ai 50 anni. “Non conosciamo con precisione le cause di questo comportamento anomalo del buco di ozono, che registriamo per il terzo anno di seguito” ammette Copernicus. “Ipotizziamo che qualcosa stia cambiando nella circolazione della stratosfera al Polo Sud”.

L'andamento del buco (in azzurro) dal 1979 a oggi 

Qui due possibili fattori vengono chiamati in causa. Il primo è il cambiamento climatico, che fa aumentare le temperature al suolo, ma ha l’effetto contrario se si sale di quota. “E’ ben documentato – spiega Copernicus che il riscaldamento globale ha l’effetto di raffreddare gli strati medi e superiori dell’atmosfera, perché l’effetto serra riduce gli scambi tra i diversi strati. Le masse d’aria più calde, quindi, restano intrappolate negli strati inferiori”. E’ possibile che questo rallenti il rimescolamento dell’aria e favorisca la stasi del buco dell’ozono.

La seconda ipotesi è che un’influenza arrivi dall’enorme eruzione del vulcano Hunga Tonga – Hunga Ha’apai, nel Pacifico, avvenuta il 5 gennaio di quest’anno. Quale sia l’impatto diretto sul buco dell’ozono non è affatto noto, ma si sa che le gigantesche quantità di polveri e ceneri riversate in aria dai vulcani hanno influenze importanti fino alla stratosfera.