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Reputazione digitale: come muoversi sui social senza sottovalutare le conseguenze. I consigli dell'esperta

Sveva Antonini, co-fondatrice e responsabile del dipartimento legale di Tutela digitale: "Quando mettete un video su TikTok chiedetevi: cosa ne penserà tra 5 anni il capo del personale?"
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Leggerezze e post condivisi in momenti di divertimento o magari di fragilità. Ma anche, se la scelta è invece deliberata, attenzione alle impostazioni della privacy: chi potrà vedere quelle foto, quei video o leggere quelle opinioni? È cruciale ricordare che ormai i diversi livelli della nostra esistenza si sovrappongono: nell'era dei social media - quella che secondo alcuni sta per terminare - non sono più giustapposti, discretamente divisi l'uno dall'altro. Sono impilati a formare un'immagine generale in cui un elemento può spesso influenzare l'altro - nel bene o nel male.

Errori che possono costare il posto di lavoro

E in un mercato del lavoro poco dinamico come quello italiano, uno scatto o un'opinione non abbastanza circostanziata, strappata dal contesto originario di qualche tempo prima, potrebbe costarci il posto. Non tanto in termini di licenziamento, sul quale rischierebbero…

Leggerezze e post condivisi in momenti di divertimento o magari di fragilità. Ma anche, se la scelta è invece deliberata, attenzione alle impostazioni della privacy: chi potrà vedere quelle foto, quei video o leggere quelle opinioni? È cruciale ricordare che ormai i diversi livelli della nostra esistenza si sovrappongono: nell'era dei social media - quella che secondo alcuni sta per terminare - non sono più giustapposti, discretamente divisi l'uno dall'altro. Sono impilati a formare un'immagine generale in cui un elemento può spesso influenzare l'altro - nel bene o nel male.

Errori che possono costare il posto di lavoro

E in un mercato del lavoro poco dinamico come quello italiano, uno scatto o un'opinione non abbastanza circostanziata, strappata dal contesto originario di qualche tempo prima, potrebbe costarci il posto. Non tanto in termini di licenziamento, sul quale rischierebbero di aprirsi cause legali dagli esiti imprevedibili, quanto in quello di mancato recruiting. Cioè: addio assunzione.

 

Leggete i contratti. E occhio alle impostazioni sulla privacy

"Mi verrebbe da fare un discorso a monte: più che di ciò che non dovremmo condividere, bisognerebbe discutere di ciò che dovremmo fare - dice Sveva Antonini, co-fondatrice e responsabile del dipartimento legale di Tutela digitale - A volte ci iscriviamo a piattaforme social e ne accettiamo le clausole senza verificare cosa stiamo firmando, perché è un contratto con licenze. Penso per esempio alla proprietà di certi contenuti. Quindi, come primo consiglio, se proprio si vuole stare su ogni piattaforma suggerirei almeno di gestire meglio le impostazioni della privacy. Una soluzione può essere condividere certi contenuti solo con determinati tipi di cerchie, magari amici più stretti o famigliari, opportunità che molti social forniscono".

Contenuti di cui diventa difficile sbarazzarsi

Tutela digitale è un'azienda attiva nel campo della reputazione digitale con una serie di strumenti come LinKiller o LinkMonitor che servono a "ripulire" il web, social inclusi, dai contenuti di cui non riusciamo a sbarazzarci. E che ci creano problemi di ogni genere, anche nel trovare lavoro: un buon 20% di chi si rivolge alla società bolognese lo fa proprio per questioni professionali.

Chiedersi: cosa dirà questa foto, fuori da Instagram, fra 5 anni?

"In termini di contenuti da evitare la questione è più complessa perché i giovani crescono in una cultura ormai totalmente visuale - prosegue Antonini - meglio dunque chiedersi se il contenuto che stiamo per postare possa nel tempo sfuggire al nostro controllo e fare uno sforzo di decontestualizzazione, soprattutto in termini di piattaforma. Come verrebbero interpretate una certa foto o una certa clip, fuori da Instagram o da TikTok, magari fra cinque anni? Perfino sulle storie, i contenuti effimeri che svaniscono dopo 24 ore, non dobbiamo ingannarci: nulla scompare davvero".

No a scatti imbarazzanti che potrebbero finire in pasto ai media generalisti

Oltre agli strumenti per la privacy anche un po' di strategia, dunque, non guasta: sguardo lungo, che proietti in avanti ciò che stiamo pubblicando in un certo momento e su una piattaforma specifica e che da quel perimetro potrebbe essere estratto e dato in pasto ad altre piattaforme o ai media generalisti. O semplicemente analizzato da una persona specializzata nelle risorse umane a molto tempo di distanza. "L'80% dei contenuti che ci viene richiesto di rimuovere sono foto intime o provocanti, gran parte delle quali pubblicate dai diretti interessati e il resto da amici e conoscenti. Non parliamo di revenge porn che è ovviamente una cosa del tutto diversa", prosegue l'esperta di Tutela Digitale.

Evitare contenuti radicali, e ricordare che si può cambiare idea

"Sul lato più strettamente verbale e contenutistico consiglio invece di tenersi lontani, specie se si sa di essere sotto la lente perché si sta cercando  lavoro, da contenuti politici e religiosi di tipo radicale e fortemente divisivo: sul web sono post boomerang in ogni senso. Ma soprattutto, un po' di sobrietà può essere utile anche a se stessi perché le proprie convinzioni possono mutare nel tempo. Ovviamente le opinioni vanno espresse e sono sacrosante, sono i modi attraverso cui si manifestano che fanno la differenza: anche in quel caso altri occhi e altri contesti potrebbero leggerle con angolature diverse, magari assegnando a un candidato caratteristiche che non gli appartengono".

Considerare se stessi come un brand

C'è infine un aspetto più generale da considerare, di tipo valoriale. Oggi chiunque, dall'utente comune al capo d'azienda, se ha una presenza social (e perfino se non ce l'ha, ma sarebbe un discorso troppo complesso) deve in qualche modo considerarsi una sorta di brand. O, se sembra troppo, tentare comunque di curare la coerenza di un approccio, di uno stile, di un racconto di se stessi: "A differenza di un tempo le aziende portano avanti una valutazione molto forte su chi li rappresenta - conclude Antonini - il Ceo di un'azienda diventa un brand al pari dell'azienda stessa, così come un dipendente.

Anche l'utente comune deve però mantenere una certa coerenza in ciò che pubblica e nei modi che impiega e immaginarsi in qualche modo come un brand. Non servono poi sforzi titanici: si può partire dalle immagini selezionate per rappresentarsi su WhatsApp, Facebook, Instagram e Telegram o dalle frasi motivazionali e che connotano chi siamo e che spesso si possono impostare a corredo dei profili. Alle volte basterebbe insomma avere una certa sensibilità rispetto alla fase di vita che si sta attraversando e curare di conseguenza i propri ambienti digitali. I social media non garantiscono il diritto all'oblio". Più contenuti diamo loro in pasto, più, in certi momenti della nostra vita, potrebbero finirci addosso.