Cronaca

Intervista ad Antonio Vitorino, direttore generale dell'Oim

La Ue non chiuda i confini, il sistema socioeconomico ha bisogno di più flussi regolari"

La Ue non chiuda i confini, il sistema socioeconomico ha bisogno di più flussi regolari"
"I centomila sbarchi in Italia da inizio anno non sono una emergenza numerica. No alla narrazione tossica". "La Libia preoccupa.E gli Stati facciano di più per salvare vite"
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Roma - «La migrazione va gestita non chiudendo le frontiere ma aprendo canali regolari. La mancanza di questi canali è alla base dell’aumento dei flussi irregolari. Il sistema socioeconomico europeo ha e avrà sempre più bisogno di migranti regolari. Occorrono quindi politiche lungimiranti e di lungo periodo in grado di trasformare la migrazione in una risorsa, cercando di evitare quella narrazione tossica che finora ha causato solo danni».


Antonio Vitorino, direttore generale dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, analizza così l’aumento dei flussi migratori che stanno per segnare il ritorno a una cifra, 100.000 arrivi in Italia, che non si toccava da cinque anni.


L’Italia grida all’emergenza davanti a questa pressione migratoria. Lei come la vede?
«I 100.000 arrivi sulla rotta del Mediterraneo centrale non costituiscono un’emergenza numerica. La vera emergenza è quella umanitaria: quasi 2.000 persone sono morte quest’anno, oltre 25.000 dal 2014. Ma non dobbiamo limitarci a guardare i numeri, occorre capire le ragioni che spingono le persone a partire, che sono politiche ed economiche, risultato di un periodo di grave difficoltà che stiamo vivendo tutti a livello globale e che ha gravi ripercussioni nei Paesi con minori risorse. Tuttavia, i numeri restano limitati: nel 2015 sono arrivate in Grecia più di 800.000 persone e tra il 2014 e il 2017 l’Italia ha accolto tra i 120 e i 180.000 migranti all’anno. È necessario iniziare a valutare queste dinamiche da un’ottica meno eurocentrica: in realtà, oltre l’80% dei flussi migratori africani rimane in Africa». 


Qual è la situazione sull’altra sponda del Mediterraneo? 
«La pandemia prima, la guerra in Ucraina poi, e gli impatti negativi del cambiamento climatico, stanno avendo un’influenza importante sulle condizioni di vita di molti Paesi e una delle conseguenze può essere l’aumento del numero di coloro che intendono migrare. Tuttavia i flussi rimangono essenzialmente regionali ed è impossibile fare previsioni per il futuro. Tra le nostre preoccupazioni c’è anche la situazione in Libia, la cui stabilità non è migliorata e che rimane un Paese insicuro».


L’Oim ribadisce il suo no ai respingimenti e al sostegno alla guardia costiera libica?
«Purtroppo, molti dei migranti intercettati in mare e riportati in Libia rischiano di diventare vittime di abusi e detenzioni arbitrarie. Vengono inviati in centri dove le organizzazioni umanitarie non hanno accesso e molti scompaiono. Chi parte dalla Libia dovrebbe essere portato in un porto sicuro».


La rotta centrale del Mediterraneo resta presidiata solo dalla flotta civile spesso osteggiata. Condivide l’idea di un’operazione di soccorso europea?
«La priorità deve essere quella di salvare vite in mare. Tutte le imbarcazioni di migranti sono da considerare strutturalmente non adatte alla navigazione, quindi devono sempre essere soccorse. Ribadiamo la necessità che gli Stati facciano di più per salvare vite in mare e sviluppare un meccanismo prevedibile di sbarco».


Come valuta il piano di azione presentato a Bruxelles?
«Accogliamo con favore l’iniziativa della Commissione europea e l’appello con cui nell’Action Plan si invita a mettere in pratica un approccio cooperativo e globale al Mediterraneo. L’Oim continuerà a sostenere il dialogo. Siamo assolutamente d’accordo sulla necessità di una risposta comune e coordinata nel Mediterraneo — compresa una migliore cooperazione tra gli Stati membri e le navi Ong — per garantire che ricerca, salvataggio e sbarco avvengano nel modo più rapido e sicuro, in linea con il diritto internazionale ed europeo. Infine, la solidarietà e la condivisione delle responsabilità nei confronti delle persone sbarcate negli Stati della costa sud del Mediterraneo rimane una questione urgente ma irrisolta. Accogliamo con grande favore la priorità data a questo aspetto nell’Action Plan per rafforzare l’attuazione del Meccanismo volontario di solidarietà». 


I rimpatri assistiti a cui lavora l’Oim che risultati stanno dando? 
«Con i ritorni volontari umanitari, dal 2015, abbiamo aiutato più di 66.000 migranti — che si trovavano in condizioni umanitarie molto difficili — a lasciare la Libia. Sono uno strumento molto utile ma è chiaro che la questione della sicurezza dei migranti in Libia non può essere risolta solo così».
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