Padova: don Luca Favarin, il prete dei migranti, in rotta con la diocesi: "Lascio il sacerdozio"
Enrico Ferro , Enrico FerroDon Luca Favarin, il prete dei migranti che a Padova gestisce nove comunità e aiuta 140 giovani provenienti da paesi africani, sta per lasciare la Chiesa. Se ne va sbattendo la porta, dopo un confronto duro con il vescovo Claudio Cipolla. E il motivo, quello ufficiale, l'unico che sembra emergere in questo momento, è la modalità del sistema dell'accoglienza che in questi anni è riuscito a creare. Un sistema che, vale la pena di ricordarlo, produce utili. Don Favarin ha aperto bar, tavole calde, mense, ristoranti addirittura un villaggio per minori non accompagnati. Le sue idee nel campo dell'accoglienza hanno incontrato il favore dell'imprenditoria progressista padovana e questo ha generato, negli anni, una realtà che si sostiene e funziona. Ma la Diocesi di Padova non transige: "Pur riconoscendo lo spirito umanitario e solidale che anima l’operato di don Luca Favarin, da parte sua non si è trovata condivisione…
Don Luca Favarin, il prete dei migranti che a Padova gestisce nove comunità e aiuta 140 giovani provenienti da paesi africani, sta per lasciare la Chiesa. Se ne va sbattendo la porta, dopo un confronto duro con il vescovo Claudio Cipolla. E il motivo, quello ufficiale, l'unico che sembra emergere in questo momento, è la modalità del sistema dell'accoglienza che in questi anni è riuscito a creare. Un sistema che, vale la pena di ricordarlo, produce utili. Don Favarin ha aperto bar, tavole calde, mense, ristoranti addirittura un villaggio per minori non accompagnati. Le sue idee nel campo dell'accoglienza hanno incontrato il favore dell'imprenditoria progressista padovana e questo ha generato, negli anni, una realtà che si sostiene e funziona. Ma la Diocesi di Padova non transige: "Pur riconoscendo lo spirito umanitario e solidale che anima l’operato di don Luca Favarin, da parte sua non si è trovata condivisione di metodo. Pertanto la Diocesi, non può essere coinvolta nelle sue attività, che vengono ad assumere carattere imprenditoriale (il diritto canonico prevede che i chierici non possano esercitare attività commerciale se non con licenza della legittima autorità ecclesiastica (canone 286)". Il diritto canonico di una istituzione millenaria contrapposto alla praticità di un progetto che funziona, a differenza di molte altre esperienze di accoglienza a gestione statale.
Ecco quindi che Luca Favarin, ormai sul punto di non essere più "don", spiega tutto in maniera lucida e puntuale dalla sua pagina Facebook. "Dopo 20 anni in cui accogliamo disgraziati di giorno e di notte, ragazzetti che arrivano nelle nostre case con la pancia piena di ovuli di droga o con la faccia dilaniata dalle risse di strada io non voglio giocare all’eroe di turno o al profetuncolo emarginato dall’istituzione ecclesiastica" scrive Favarin. "Mi si dice “quello che fai crea disagio alla diocesi”. No cara istituzione ecclesiastica. Quello che facciamo è creare inclusione, solidarietà, accoglienza, umanità, e anche qualità e cultura. Lo chiamate disagio? È considerato incompatibile? Ne prendo atto, ma non rinuncio a fare quello che stiamo facendo: la cosa più bella della vita. E se suscita disagio in qualche benpensante, ben venga".
Grazie al lavoro di integrazione con i giovani migranti ci sono già due servizi di ristorazione presenti a Padova, che sono riconducibili alla cooperativa Percorso Vita di Favarin: il bar-tavola calda "The last one" in zona "Padova Uno" e il ristorante etico "Strada facendo", a Chiesanuova. Due realtà note e apprezzate, ma soprattutto due realtà che hanno consentito a ragazzi sbarcati sulle coste dell'Italia dopo un lungo viaggio via mare di abbandonare la strada e di reinventarsi come cuochi, baristi e camerieri. Il Comune, poi, ha dato in gestione a Percorso Vita una terza attività, la caffetteria che si trova all'interno dei Musei Eremitani. Lo schema è sempre lo stesso: gestione del bar affidata a professionisti che poi si avvalgono della collaborazione di migranti, minori a rischio e carcerati.
Scrive ancora Favarin: “Quello che fai è bello, ma non c’entra niente con noi. Lo fai a titolo personale. Non lo fai a nome della Chiesa”. Ne prendo atto, ne sono consapevole. Ma sono passati i tempi lunghissimi in cui tacere e soccombere e portare pazienza. Ne traggo le dirette conseguenze e da persona che sta in piedi me ne vado per la mia strada". Ma nel suo lungo post che anticipa l'addio, c'è anche un chiodo ideologico: "Credo nell’inclusione e questo significa il diritto di amarsi e vedere pubblicamente riconosciuto il proprio amore anche per le persone dello stesso sesso. Credo nei diritti delle persone indipendentemente dai loro orientamenti sessuali o dai loro credi.
Credo fermamente in una legge sul diritto del fine vita. Questo va totalmente contro il magistero ufficiale della Chiesa e io, per correttezza e integrità, non posso esserne portavoce. Accanto al coraggio di resistere c’è quello di chi interrompere un legame quando diventa talmente stretto da soffocare. Io ho scelto prima l'uno ora è tempo di scegliere l'altro". Anche la Diocesi, in queste ultime ore, è uscita con una posizione ufficiale. Eccola: "Don Luca Favarin, rimanendo sulle sue posizioni e su una gestione personale del suo operato anche in campo sociale, è arrivato alla conclusione di proseguire la sua attività come privato cittadino. Di questo la Diocesi prende atto".