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Migranti, sulla Ocean Viking pronta a tornare in mare: "Siamo in una guerra non dichiarata"

I lavori per preparare la nave della Ong e l'equipaggio, che domenica salpa di nuovo: "Partenze e naufragi non si fermano per le feste"
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Crociere, gite, passeggiate per il Mediterraneo. Con sfumature più o meno dure, le missioni in mare delle ong sono state definite così. Di base, l'idea che costituiscano una sorta di comodo servizio di linea, concordato con non ben identificati interlocutori, che siano singoli scafisti, intere organizzazioni o non meglio precisati servizi segreti stranieri.  Chi sta a bordo? Pirati, gente che non ha poi troppo da fare, o in ogni caso, usa le missioni in mare per fare politica.

Lontano da salotti, buvette e palazzi, la vita di una nave di soccorso gira su orbite diverse. Non è semplice preparare una missione. "E se c'è pure l'incognita di una lunga attesa, ancora meno", spiega Alessandro Porro, presidente di Sos Mediterranée Italia, attualmente al lavoro su Ocean Viking. La nave finita al centro della crisi diplomatica fra Italia e Francia, sbarcata a Tolone dopo un silente braccio di ferro con il governo Meloni mentre a Ca…

Crociere, gite, passeggiate per il Mediterraneo. Con sfumature più o meno dure, le missioni in mare delle ong sono state definite così. Di base, l'idea che costituiscano una sorta di comodo servizio di linea, concordato con non ben identificati interlocutori, che siano singoli scafisti, intere organizzazioni o non meglio precisati servizi segreti stranieri.  Chi sta a bordo? Pirati, gente che non ha poi troppo da fare, o in ogni caso, usa le missioni in mare per fare politica.

Lontano da salotti, buvette e palazzi, la vita di una nave di soccorso gira su orbite diverse. Non è semplice preparare una missione. "E se c'è pure l'incognita di una lunga attesa, ancora meno", spiega Alessandro Porro, presidente di Sos Mediterranée Italia, attualmente al lavoro su Ocean Viking. La nave finita al centro della crisi diplomatica fra Italia e Francia, sbarcata a Tolone dopo un silente braccio di ferro con il governo Meloni mentre a Catania i naufraghi rimanevano per decreto a bordo delle navi ong, si prepara a tornare in mare. A terra, sarà Natale.

"I naufragi non conoscono la pausa per le feste"

"Partenze e - fin troppo spesso naufragi - non si fermano per le feste", commenta Caterina, dottoressa che per imbarcarsi ha lasciato un lavoro sicuro in una clinica nei pressi di Berlino. "È semplicemente inammissibile che le frontiere siano cause di morte e da medico oggi  posso solo pensare che il posto giusto in cui stare  sia questo. Anche se non è certo semplice". E se da tenere in conto c'è anche una possibile lunga attesa, allora prepararsi diventa ancora più complicato.

Una nave è un ecosistema a parte. Tutto deve essere pensato, pianificato, programmato, imprevisti inclusi. Tutti quelli che ci stanno sopra devono essere pronti. Margine di errore non ce n'è. In mezzo al mare non ti puoi fermare, riparare quello che non va, comprare provviste che ti mancano. E non ci si può permettere di crollare o di fermarsi. Ci sono vite umane di mezzo. Quelle dei naufraghi, a cui non deve mancare nulla. Come quelle dell'equipaggio.

 

Chi tiene ferme le navi gioca con la vita dei volontari

 "Quando una nave di soccorso viene obbligata ad una lunga attesa ci sono delle conseguenze concrete per tutti - spiega Marc Bradley, psicologo esperto in situazioni di crisi che ha parlato a lungo con chi a breve salperà per il Mediterraneo centrale - A chi viene salvato dal mare non basta stare su una nave più grande e stabile per sentirsi al sicuro, per farlo deve toccare terra in un Paese democratico, in un posto in cui non tema di essere arrestato, rapito, torturato". E non è facile neanche per i soccorritori. "Spesso - dice Bradley - ci si dimentica che queste persone fanno un lavoro a rischio, che in gioco mettono persino la propria vita per salvare quelle degli altri e di quelle persone sentono di avere la responsabilità, con tutto il peso che questo comporta".

Ma il lavoro non finisce con il salvataggio di naufraghi da carrette e canotti su cui tentano la traversata, né dopo l'accoglienza sul ponte. Forse la parte più dura arriva dopo. "Durante le missioni - spiega Bradley - i ragazzi dell'equipaggio vengono quotidianamente a contatto con gente che ha vissuto esperienze terribili, ha sofferto, ha visto morire familiari, amici e cercano di alleviare le loro sofferenze. Queste storie se le portano dentro, c'è anche il rischio che li consumino. Quando i governi obbligano le navi ong a una lunga attesa forse non si rendono conto di giocare con la vita e l'integrità di decine di persone".

Che ci sia la possibilità di una missione lunga, a bordo lo si mette in conto. Certo, si mastica amaro: "Salviamo persone, facciamo semplicemente quello che gli Stati avrebbero il dovere di fare, ma ormai da troppo tempo hanno smesso di fare". Alcuni sanno precisamente cosa significhi l'attesa. Erano su anche a novembre quando Ocean Viking è riuscita a sbarcare solo dopo ventuno giorni di missione. Su una nave è un tempo infinito, con a bordo centinaia di persone traumatizzate, ancora di più.

Una guerra non dichiarata

"È stato complicato ed è complicato" dice Mouhal. Siriano d'origine ma da tempo espatriato in Nord Europa, marittimo di professione, è di nuovo in nave dopo due settimane di pausa. "Aiuta anche sapere che fuori non c'è solo chi ti blocca, ma anche chi ti sostiene". E c'è una consapevolezza di base, che per tutti è premessa necessaria: "Lì in mezzo al mare c'è gente che sta rischiando di morire. Siamo in un contesto di guerra non dichiarata, in cui ci sono delle vittime, in cui si sono delle persone che muoiono in mezzo al mare e senza neanche testimoni", sottolinea il presidente di Sos Mediterranée Italia.

Quindi si torna nel Mediterraneo, anche al prezzo di un nuovo lungo stand off - così in gergo si chiamano i giorni inutilmente spesi in attesa di porto sicuro-  prima di poter attraccare.  "Non è cosa che tu possa controllare - osserva Lisa - non dipende da te, da quello che fai o che vuoi". L'opzione di sospendere le missioni non è inclusa. "Quindi - spiega - non resta che prepararsi a dare quel che si ha, in termini fisici e mentali, e curarsi di chi non ne ha, che siano profughi o parte della crew". In nave, la solidarietà è una cosa semplice.

Nasce con una vita comune in spazi ristretti che diventano casa per una sorta di strana famiglia che si crea a bordo, si cementa nel lavoro quotidiano che vede tutti - dal leader delle squadre di lavoro alle nuove reclute - impegnati nei lavori per la nave e sulla nave, che sia il ponte da pulire o un camion da 4 tonnellate di cibo da scaricare. Oltre ai naufraghi per i quali c'è una fornitura a parte, ci sono una trentina di persone che per un periodo impossibile da definire dovranno pur bere e mangiare.

Zattere, giubbotti e rhib: tutto pronto per salpare

Sulla Ocean Viking, la vita comincia che ancora è buio e a Marsiglia fa freddo. Tira il mistral e ti gela, quando smette dal cielo viene giù il diluvio. I lavori per preparare la nave e l'equipaggio, seguono il ritmo che il meteo impone. Ci sono i rhib, le lance veloci che servono per i soccorsi, da revisionare, preparare, testare. Lo stesso vale i gonfiabili, le zattere di supporto, centinaia di giubbotti di salvataggio. E poi chilometri di cime da revisionare, testare, mettere in ordine.

Qualche settimana fa, sulla Ocean Viking è arrivato Easy1, alcuni lo hanno ribattezzato "la Bestia". È un gommone di salvataggio più grande e stabile del suo predecessore, relegato al rango di rhib di supporto, pronto a essere calato in mare insieme a una terza barca d'appoggio. Ognuno in acqua ha una funzione, una posizione da tenere, un preciso compito.

Ecco perché prima delle infinite esercitazioni a mare si studia: i possibili scenari, le manovre necessarie a seconda delle condizioni meteo e di vento, le diverse imbarcazioni - gommoni, barche di legno, motopesca - che ci si può trovare a soccorrere. Per ognuna c'è un metodo di intervento, ognuna può comportare una serie di rischi. E allora ci si prepara, si ripetono i protocolli fino allo sfinimento, si discute.

C'è una squadra definita per ogni rhib, quando l'allarme scatta e si va in acqua per soccorrere un'imbarcazione in difficoltà non c'è spazio per l'improvvisazione, come non c'è sul ponte dove ci si prepara ad accogliere i naufraghi ancor prima che la nave salpi.

Un'attesa durata venti giorni

Nulla può essere lasciato al caso: i pasti che per un tempo indefinito sarà necessario fornire, l'acqua, i farmaci. O ancora, i kit per i naufraghi, che devono essere tutti uguali per evitare che qualcuno si senta discriminato o meno curato, il numero di vestitini, coperte e pannolini per i bambini. Nel container che ospita la clinica se ne immagazzinano a centinaia, mentre si fa l'inventario dei farmaci potenzialmente necessari. Chi sopravvive al mare è fragile, da tutti i punti di vista.

Una lavagna appesa nello shelter che ospita gli uomini salvati dal mare lo racconta. C'è qualche disegno, un cuore abbozzato, due grandi, malinconiche scritte "Syria". E poi, proprio al centro un calendario su cui campeggia un grande venti. Risale al 10 novembre scorso. Quel giorno Ocean Viking è stata autorizzata a entrare in porto a Tolone. "E adesso speriamo solo di poterlo cancellare e che nessuno sia obbligato a riscriverlo".