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L'entomologo: "Dopo Vaia, un coleottero. E se il clima non cambia gli abeti rossi spariranno dalle Alpi”

Il professor Andrea Battisti, massimo esperto in Europa di insetti nei boschi: "Entro 4-5 anni rischiamo di perdere 80 milioni di alberi di natale. Dobbiamo piantare subito foreste miste"
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PADOVA – “Eventi naturali estremi e cambiamenti climatici stanno cambiando radicalmente il paesaggio di Alpi meridionali ed Europa centrale. Sul versante italiano, partendo dal Nordest, a quote medie e basse l’abete rosso è in estinzione: rare abetaie resisteranno forse oltre i 1.500 metri. E’ uno sconvolgimento rapido e senza precedenti: le conseguenze ambientali, economiche e sociali sono enormi. Servono risorse adeguate e azioni comuni per evitare che a una trasformazione storica del paesaggio corrisponda una catastrofe per l’uomo”.  A lanciare l’allarme è Andrea Battisti, 63 anni, entomologo a capo del dipartimento della Scuola di Agraria dell’Università di Padova, scienziato di riferimento per Italia e Ue nello studio del bostrico, il coleottero che sta distruggendo le peccete europee.

Il professore Andrea Battisti, entomologo dell'uni…

PADOVA – “Eventi naturali estremi e cambiamenti climatici stanno cambiando radicalmente il paesaggio di Alpi meridionali ed Europa centrale. Sul versante italiano, partendo dal Nordest, a quote medie e basse l’abete rosso è in estinzione: rare abetaie resisteranno forse oltre i 1.500 metri. E’ uno sconvolgimento rapido e senza precedenti: le conseguenze ambientali, economiche e sociali sono enormi. Servono risorse adeguate e azioni comuni per evitare che a una trasformazione storica del paesaggio corrisponda una catastrofe per l’uomo”.  A lanciare l’allarme è Andrea Battisti, 63 anni, entomologo a capo del dipartimento della Scuola di Agraria dell’Università di Padova, scienziato di riferimento per Italia e Ue nello studio del bostrico, il coleottero che sta distruggendo le peccete europee.

Il professore Andrea Battisti, entomologo dell'università di Padova 

Perché l’abete rosso, tradizionale albero di Natale, sta scomparendo dalle Alpi italiane?

“L’evento scatenante è stata la tempesta Vaia: nell’ottobre 2018, in una notte, il vento ad oltre 200 chilometri all’ora ha abbattuto 40 mila ettari di foreste. Poi, specie quest’anno, sono seguiti inverni miti e asciutti, estati roventi e una siccità mai registrata. L’infestazione del bostrico, che si nutre di legno e attacca le piante più vecchie e più fragili, è esplosa”.

Qual è oggi la dimensione dell’emergenza?

“Su 40 mila ettari di boschi abbattuti da Vaia, 12 mila erano in Veneto, 2.500 in Lombardia, 5.600 in Friuli Venezia Giulia, 11.500 in Trentino e 6.900 in Alto Adige. Il vento ha lasciato a terra circa 10 milioni di alberi, 16,5 milioni di metri cubi di legname, un valore tra 1 e 2 miliardi di euro. A fine autunno 2022 sottostimiamo il raddoppio del disastro a causa del bostrico. Gli abeti morti sono già 20 milioni: le proiezioni, in base alle stime di temperature e precipitazioni medie nei prossimi anni, confermano che entro 4-5 anni le cifre dovrebbero quadruplicare”.

Il bostrico, il coleottero che divora il legno degli abeti vecchi e fragili 

Perché l’uomo non riesce più a controllare gli insetti che, nell’Europa centromeridionale, distruggono le foreste di conifere?

“In quest’area, a fini economici, le conifere sono state piantate dall’uomo circa sei secoli fa. Il surriscaldamento climatico negli ultimi anni registra un’accelerazione vertiginosa: l’abete rosso in particolare, originario di Scandinavia e Siberia, non regge più lo stress di alte temperature e lunghe siccità. Le foreste mono-varietali e coetanee non producono più la resina necessaria a difendersi dal bostrico tipografico, che può infilarsi facilmente e proliferare sotto la corteccia”.

L’infestazione ha già sconvolto Germania, Repubblica Ceca, Balcani e Nordest italiano: dove si estenderà?

“L’estate 2022 è stata decisiva e ha travolto le previsioni. In Svizzera il bostrico è passato a distruggere dal 20 al 200% delle abetaie abbattute dal vento. In Lombardia è già esploso nelle Orobie, tra alta Val Seriana e alta Val Brembana. Si sta spostando verso Ovest, nelle foreste piantate alla fine della seconda guerra mondiale. Vola bene, emigra di decine di chilometri e attacca anche piante sane. L’origine genetica del coleottero che infesta l’Europa centrale, è identica di quello che troviamo sulle Alpi italiane. Significa che gli esemplari dell’epidemia sono ormai entrati in contatto”.

Quali sono le conseguenze della scomparsa delle foreste di abete?

“Nelle pianure centro-europee si ripiantano boschi nuovi di latifoglie, a partire da faggi, querce e aceri. Sulle Alpi i rischi sono invece alti per la popolazione. I versanti delle montagne, privati della vegetazione, restano scoperti. Precipitano frane e valanghe, l’acqua non viene trattenuta e corre a fondovalle, tra i cumuli di cortecce secche proliferano gli incendi. I monitoraggi rivelano che i Comuni in pericolo, ad alto tasso di dissesto idrogeologico, sono già centinaia”.

Non si possono piantare foreste nuove, diverse e miste anche sulle Alpi italiane?

“E’ necessario farlo subito. Purtroppo negli ultimi decenni lo Stato ha abbandonato i vivai forestali: vanno riorganizzati al più presto perché numero e varietà di alberi da trapiantare sono largamente insufficienti. Ci sono però ancora vaste aree da pulire, tronchi da recuperare, piante-esca da distribuire e tagli fitosanitari da completare”.

Una foresta di abeti rossi a Digonera, in Veneto, lo scorso luglio 

Gli eco-sistemi non riescono ad auto-rigenerarsi?

“In condizioni stabili sì, nell’attuale accelerazione di cambiamenti climatici e disturbi naturali no. La gestione della scomparsa dell’abete rosso sulle Alpi, oggi fortemente antropizzate, non può essere lasciata alla natura. Lei considera il presente, non prevede il futuro e ha tempi incompatibili con le necessità di sopravvivenza dell’essere umano. La sostituzione delle conifere avverrebbe con specie pioniere, inadeguate a resistere a ineludibili e prossime emergenze climatiche, a garantire sicurezza e reddito in montagna”.

L’addio alle peccete cosa significa per l’economia alpina?

“Decenni di danni miliardari per Comuni e privati. La vendita del legname finanzia i servizi pubblici in centinaia di paesi e città. L’abete rosso rappresenta l’80% dei ricavi forestali e ha alimentato i fondi destinati istruzione, sanità, viabilità e sicurezza. L’edilizia alpina si fonda sul legno d’abete: oltre ad ambiente, paesaggio e produzione di energia, la sua scomparsa rivoluziona anche l’architettura”.

C’è la possibilità che l’infestazione di bostrico si esaurisca?

“Fino ad oggi le ondate hanno raggiunto il picco entro i cinque anni e la concentrazione di scolitidi è poi lentamente rientrata nella norma. Se il clima alpino non fosse sconvolto dovremmo resistere fino al 2025-2026. Nulla però è più come prima: questo inverno, la prossima primavera e l’estate 2023, saranno cruciali. Per rallentare l’estinzione dell’abete, decimando il bostrico, dovremmo tornare a grandi freddi, precipitazioni costanti e abbondanti, mesi estivi freschi fino a bassa quota: sperare è un azzardo”.

Quale clima, concretamente, aiuterebbe le abetaie a resistere?

“Inverni con temperature a 20 sottozero per molti giorni, primavere ritardate, estate piovose e autunni freddi già a fine settembre. L’opposto della realtà: il bostrico quest’anno è passato da 1 a 3 cicli vitali completi, sotto le cortecce troviamo esemplari adulti, capaci di resistere al gelo. Non possiamo più stare a guardare, se vogliamo salvare la vita umana sulle Alpi dobbiamo agire”.

La devastazione di un'abetaia sull'altipiano di Marcesina dopo la tempesta Vaia nel 2018 

Come?

“Il ministero per le Foreste ha istituito un tavolo tecnico-scientifico a cui partecipano le Regioni alpine sconvolte da Vaia e dal bostrico. Vanno riaperti i vivai, accelerate le ultime pulizie degli schianti, protetti i versanti e avviate sostituzioni su larga scala delle foreste distrutte. La sfida europea senza precedenti è costruire subito i boschi delle Alpi dei prossimi secoli: misti, di latifoglie, non coetanei, aperti, resistenti a condizioni diverse da quelle tra il Cinquecento e oggi”.

Pensa sia possibile farcela?

“Abbiamo il dovere di tentare, aumentando la pressione sociale a favore di un reale contrasto alla distruzione della natura. Anche Vaia, l’infestazione da bostrico e l’estinzione dell’abete sulle Alpi sono effetti dei nostri comportamenti. Servono investimenti, azioni comuni e pianificazione: se falliamo, i colpevoli siamo noi”.