✕

Quattro donne medico si raccontano sulla Ocean Viking, la nave che salva i migranti

Dal ponte dello scafo in viaggio nel Mediterraneo le storie di una dottoressa, due ostetriche e della infermiera-nonna che si prendono cura dei disperati. Dai bambini di pochi mesi agli uomini torturati nei lager libici. "C'è chi non è mai stato visitato in vita sua"
5 minuti di lettura

Veterane e novelline, appena trentenni o già nonne. La salute di equipaggio e naufraghi su Ocean Viking è in mano a quattro donne, arrivate in nave da percorsi diversi, ma tutte sostanzialmente per la medesima ragione: un medico, un’ostetrica, un’infermiera sta dove più ce n’è bisogno. E con il Mediterraneo trasformato in confine pericoloso come una tagliola, “una nave di soccorso – dicono - è l’unico posto giusto in cui stare”. Insomma, dall’altra parte della barricata rispetto a quei medici che a Catania hanno visitato i naufraghi, sapendo che quelli considerati in buona salute non sarebbero scesi dalla nave. “Inaccettabile”.

Rebecca, la dottoressa che guida lo staff medico della Ocean 

"Solo su questo ponte mi sono resa conto di poter essere utile"

Rebecca, la leader del team medico…

Veterane e novelline, appena trentenni o già nonne. La salute di equipaggio e naufraghi su Ocean Viking è in mano a quattro donne, arrivate in nave da percorsi diversi, ma tutte sostanzialmente per la medesima ragione: un medico, un’ostetrica, un’infermiera sta dove più ce n’è bisogno. E con il Mediterraneo trasformato in confine pericoloso come una tagliola, “una nave di soccorso – dicono - è l’unico posto giusto in cui stare”. Insomma, dall’altra parte della barricata rispetto a quei medici che a Catania hanno visitato i naufraghi, sapendo che quelli considerati in buona salute non sarebbero scesi dalla nave. “Inaccettabile”.

Rebecca, la dottoressa che guida lo staff medico della Ocean 

"Solo su questo ponte mi sono resa conto di poter essere utile"

Rebecca, la leader del team medico, è alla sua nona missione. Trent’anni, gallese (come le sue colleghe appare solo con il nome di battesimo per problemi di sicurezza), prima di arrivare a bordo ha lavorato in più di una zona di frontiera diventata scenario di guerra, dichiarata o meno. Iraq, Yemen, Sudan, il Tigray. E poi Samos, l’isola greca trasformata in trappola, se non lager, per migliaia di rifugiati in fuga. “Ma nella mia famiglia è normale, lo hanno fatto i miei genitori, lo fanno le mie sorelle, attualmente mio zio era in Biafra”. Perché le navi? “Perché qui davvero mi sono resa conto di poter essere utile, è una cosa che vedi concretamente nel corso dei giorni, basta guardare chi c’è sul ponte per percepire chiaramente l’impatto che il tuo lavoro può avere”. E su pazienti di tutti i tipi, “da un bambino di dieci giorni” a donne in gravidanza o reduci dal parto giusto da qualche settimana, se non addirittura da pochi giorni.

Certo non è una vita facile, perché significa stare più in mare che a terra, ricreare il proprio mondo lontano da quello che può essere normale per la maggior parte dei tuoi coetanei o colleghi, scoprire che il tempo può diventare il tuo peggiore nemico. Quello che serve per far arrivare un medevac, un aereo o una motovedetta che porti in ospedale chi in mare non può essere assistito. Quello che passa fra il salvataggio in mare e l’arrivo dei naufraghi sul ponte, soprattutto se si tratta di un’operazione critica. Quello che tocca aspettare prima di avvistare un’imbarcazione che ha inviato un mayday e poi quello interminabile che fin troppo spesso è passato fra la richiesta di porto sicuro e l’arrivo dell’autorizzazione.  E sul ponte ti trovi numeri da piccolo ospedale: quattrocento, anche 450 persone, con alle spalle un viaggio terribile, spesso anni di torture e abusi sessuali. Uomini o donne che siano.

Caterina, medico di bordo della Sos Mediterranee 

"L'attesa interminabile sulla Alan Kurdi"

“Non è semplice approcciarsi a persone con un vissuto tanto tragico – spiega - Il primo messaggio che ci teniamo a far passare è che sono finalmente al sicuro. Può sembrare strano, ma dopo molti si avvicinano spontaneamente”. Anche se i medici sono donne? Ebbene sì, perché pesa più il mestiere che chi lo faccia. “Molte di queste persone non vedono un dottore da anni, sempre che lo abbiano mai visto. Tu per loro sei la speranza di essere finalmente assistito”, spiega Caterina. Trentotto anni, medico di bordo, diverse missioni alle spalle, inclusa quella della Alan Kurdi sorpresa in mare dal primo lockdown del 2020. “Sono stati momenti strani, nessuno era in grado di dirci cosa dovessimo fare, non c’erano solo i porti chiusi, ma era tutto chiuso”. Risultato, un’attesa interminabile.

Poi qualcuno ha tirato fuori dal cappello l’idea delle navi-quarantena, i naufraghi dopo settimane sono riusciti a sbarcare, anche se non a toccare terra. “Non è stato facile spiegare loro cosa stesse succedendo, molti pensavano che li avrebbero riportati in Libia”, spiega Caterina, che di quei mesi di emergenza e pandemia ricorda soprattutto un ragazzo rimasto isolato non solo fisicamente perché positivo al Covid, ma anche linguisticamente. Nello shelter era l’unico che parlasse arabo.

"In molte zone del mondo un medico è un lusso per pochi"

“Non avevo fatto altro che andare regolarmente a controllare le sue condizioni, completamente coperta dalla tuta, probabilmente mi si vedevano solo gli occhi. Eppure quando è andato via mi ha abbracciata, dicendomi che da anni nessuno si era curato tanto di lui. È una cosa che mi ha fatto rabbia”. Perché la cura – spiega – è un diritto fondamentale dell’uomo “e ci sono intere zone del mondo in cui è un lusso per pochi”. Ecco perché lei ha messo in standby un regolare percorso di carriera in Germania, ha scoperto le frontiere, quanto lì sia fragile, complicata e diversa la condizione delle donne, quanto un medico lì possa essere utile, necessario. Troppo spesso assente. Lei ha scelto di esserci. “E lì ho ritrovato lo spirito che mi ha spinto a scegliere l’università di medicina”. E a imparare a intervenire su ogni tipo di patologia o malessere, dai dolori muscolari e articolari di chi è rimasto per giorni rannicchiato nella stessa posizione su una barca ai mal di testa da esalazioni di gasolio, dalle complicanze della gravidanza alle ferite da suturare, gli arti da rammendare, le cicatrici da leggere.

Riconoscere e curare i segni delle torture

“Pensa a quella di una sigaretta o quella provocata dagli elettrodi. È minuscola. Quando te le mostrano sulle mani, sulle piante dei piedi e ti raccontano la storia che c’è dietro, quasi stupisce quanta sofferenza, dolore, atrocità ci possa essere anche dietro un segno tanto piccolo”. E forse anche per questo dalle navi di soccorso non riesce a scendere più. “Quando torno a casa, questo mondo me lo porto dietro. Non in termini di trauma, attenzione. Tutti quelli che sono qui su questa nave condividono il medesimo intento, hanno la stessa scala di priorità, io qui mi sento al posto giusto”.

Lucia sulla Ocean Viking 

"Insopportabile pensare il Mediterraneo come un cimitero"

A bordo, anche se non ci si conosce, ci si ritrova. “Ho sempre pensato alla mia professione come mettermi al servizio degli altri, qui non ho bisogno di spiegarlo”, dice Lucia, ostetrica alla sua prima missione. Alle spalle, una storia di scautismo e volontariato, canoniche esperienze in ospedale, ma anche i campi di rifugiati a Lesbo e Salonicco. Lì ha incrociato il dramma delle donne yazide, la determinazione di quelle che decidono di prendere la propria vita in mano e cercare di cambiarla. Una ragazza irachena, incinta di venticinque settimane o più, ricorda, è arrivata al campo dei rifugiati dopo essersi lasciata alle spalle un marito e una “normalità” che le stava stretta. Quel giorno aveva camminato per venticinque chilometri nella neve. Quella del mare è una rotta diversa, sopravvivere però è altrettanto difficile. “Quando ho iniziato a studiare – racconta Lucia – mai avrei pensato di trovarmi su una nave di soccorso. Ma l’idea che il Mediterraneo stia diventando un cimitero nell’indifferenza generale, dell’Italia e dell’Europa, per me è insopportabile”. A inizio dicembre è arrivata la convocazione per la missione, il 12 era già a Marsiglia. “Il soccorso è qualcosa che restituisce dignità all’essere umano, a chi lo dà – sottolinea - e a chi lo riceve”.

Hronn, l'infermiera isalndese (a destra) con una collega a bordo della nave della Ong 

"Il massaggio cardiaco si fa seguendo il ritmo"

Anche Hronn, infermiera islandese, è alla sua prima missione in mare. Ma di anni ne ha cinquantasette e quando per la prima volta si è presentata, alle sue colleghe ha detto “sarò la mamma di tutte, anzi no la nonna”. Lo è davvero, di due nipoti – Audur quattro anni, Kari di due -  lasciati a Rekjiavik dove generalmente vive e lavora. Sempre che non la chiami la Croce rossa, chiedendole di andare altrove dalle Filippine distrutte da un tifone all’Iraq, dal Bangladesh alle più remote isolette norvegesi. “Sono abituata a dire di sì”, spiega  come se fosse la cosa più scontata del mondo. Stessa risposta ha dato quando le hanno chiesto di salire sulla Ocean Viking. A bordo spesso la si sente cantare, il più delle volte brani tratti da film per bambini o canzoni tradizionali del Nord.

Incluso quando spiega come eseguire un massaggio cardiaco. “Quando senti la nota più alta inizia a ventilare con l’Ambu, che ti importa delle parole? È il ritmo che conta”, scandisce nel suo inglese gutturale.  La lezione è per tutti, quale che sia il loro ruolo a bordo. Perché su una nave di soccorso – ed è regola numero uno della grammatica di bordo - la salute dei naufraghi e dell’equipaggio è un bene collettivo, che si costruisce, si tutela, si difende insieme.