Accordo al summit sulla biodiversità: “Il 30% del pianeta sarà area protetta”
di Elena Dusi , di Elena DusiSecondo Edward Osborne Wilson, biologo americano morto esattamente un anno fa, il 50% della Terra deve essere lasciato alla natura, dal momento che non ci appartiene. L’accordo di Kunming-Montreal per la difesa della biodiversità, raggiunto lunedì alle tre e mezza del mattino, ha un obiettivo meno ambizioso. Ma già così, centrarlo non sarà uno scherzo.
Il 30% delle terre emerse e il 30% dei mari devono essere designati aree protette entro il 2030. Per questo il trattato che ha chiuso due settimane di discussioni a Montreal all’interno della Cop15, la 15esima conferenza sulla biodiversità delle Nazioni Unite, è stato soprannominato 30x30. «Questo obiettivo era nell’aria. L'Unione Europea per esempio lo ha già fissato, e anche altrove è tanto che se ne discute. Attualmente siamo a meno di metà: attorno al 17% delle terre emerse è protetto. Il mare è più indietro: si tr…
Secondo Edward Osborne Wilson, biologo americano morto esattamente un anno fa, il 50% della Terra deve essere lasciato alla natura, dal momento che non ci appartiene. L’accordo di Kunming-Montreal per la difesa della biodiversità, raggiunto lunedì alle tre e mezza del mattino, ha un obiettivo meno ambizioso. Ma già così, centrarlo non sarà uno scherzo.
Il 30% delle terre emerse e il 30% dei mari devono essere designati aree protette entro il 2030. Per questo il trattato che ha chiuso due settimane di discussioni a Montreal all’interno della Cop15, la 15esima conferenza sulla biodiversità delle Nazioni Unite, è stato soprannominato 30x30. «Questo obiettivo era nell’aria. L'Unione Europea per esempio lo ha già fissato, e anche altrove è tanto che se ne discute. Attualmente siamo a meno di metà: attorno al 17% delle terre emerse è protetto. Il mare è più indietro: si trova al 10%».
A parlare è Francesco Rovero, che insegna Ecologia all’università di Firenze, e di natura incontaminata se ne intende. Nel 2006, nel profondo della foresta di Udzungwa in Tanzania, Rovero ha scoperto una nuova specie di mammifero, il toporagno elefante gigante. Ma è un milione, si stima, il numero di specie note che rischiano oggi l’estinzione.
Per questo un accordo sulla biodiversità come quello stipulato a Montreal, commenta Rovero, è più che mai opportuno, ma potrebbe non essere sufficiente: «La foresta di Udzungwa, ad esempio, è protetta. Ma non appena esci incontri solo coltivazioni intensive di canna da zucchero. La terra è completamente degradata. Preservare solo oasi di natura separate l’una dall’altra aiuta le specie fino a un certo punto».
Salvare la biodiversità in un momento in cui la Terra si trova sull’orlo della sesta estinzione di massa era l’obiettivo della Cop15, salutata dal direttore delle Nazioni Unite Antonio Guterrez come «un accordo di pace tra uomo e natura». Oltre all’obiettivo 30x30, il patto prevede un fondo di 200 miliardi di dollari per la difesa della natura (20 all’anno da qui al 2025, poi 30 fino al 2030).
Fra i 23 punti del trattato ci sono poi il rispetto di territori e tradizioni dei popoli indigeni e l’impegno a ripristinare il 30% delle aree degradate dalle attività umane. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha parlato di «storico risultato». Per la prima volta «abbiamo una tabella di marcia per proteggere e ripristinare la natura».
A differenza della conferenza del Cairo sul clima, svoltasi un mese fa, quella di Montreal è andata avanti nel silenzio dei media e della politica. Alla guida dei negoziati c’era la Cina: la città di Kunming era la sede originale, poi spostata per il Covid. E del Cairo la conferenza di ieri si è posta fin da subito come metà complementare. «Preservare gli ecosistemi è importante – commenta Rovero – ma senza risolvere la crisi climatica molte specie se la vedranno male comunque».
Come per l’assemblea in Egitto, i paesi più poveri ambivano alla creazione di un fondo ad hoc per aiutarli a preservare l’ambiente. A Montreal invece si sono dovuti accontentare della promessa di 200 miliardi di dollari da qui al 2030 all’interno del meccanismo di finanziamento già esistente: il Gef o Global environment facility. «È un fondo che in passato è comunque servito a finanziare molte aree protette» commenta Rovero. Ma paesi come Repubblica Democratica del Congo, Brasile, Indonesia e altri hanno gridato al colpo di mano, quando la presidenza cinese ha approvato il trattato senza il fondo ad hoc per la difesa delle loro foreste.
Anche la maggior parte delle associazioni ambientaliste è soddisfatta solo a metà del compromesso finale. «L’obiettivo è lodevole» dice ad esempio il Wwf. «Ma gli obiettivi non saranno sufficienti ad arrestare e invertire la tendenza alla perdita della biodiversità sul pianeta».