Migranti, l'odio per le Ong corre anche sui social. "Da angeli siamo diventati pirati ma non rispondiamo alle provocazioni"
dalla nostra inviata Alessia Candito , dalla nostra inviata Alessia CanditoA BORDO DELLA OCEAN VIKING - "Spero affondiate con tutti quelli che recuperate". Oppure "siete complici di criminali, meritate la stessa sorte". O ancora: "ti auguro che una malattia porti via prima i tuoi figli e poi te". E poi insulti e accuse: pirati, scafisti, trafficanti di esseri umani, taxi per i clandestini.
Nella quotidianità di chi opera sulle navi di soccorso c'è una battaglia che non ha a che fare con vento e onde. Tanto meno con il tempo, a terra e a mare eterno nemico di chi lavora in emergenza per salvare persone in pericolo. Si combatte per lo più sui social, o meglio la si subisce.
Mentre la Ocean Viking lentamente fa rotta verso il Mediterraneo centrale e il governo Meloni annuncia ulteriori provvedimenti contro le ong, sui social minacce e insulti aumentano. Non è una novità. "Da quando la campagna di criminalizzazione di chi fa soccorso a mare è iniziata, l&…
A BORDO DELLA OCEAN VIKING - "Spero affondiate con tutti quelli che recuperate". Oppure "siete complici di criminali, meritate la stessa sorte". O ancora: "ti auguro che una malattia porti via prima i tuoi figli e poi te". E poi insulti e accuse: pirati, scafisti, trafficanti di esseri umani, taxi per i clandestini.
Nella quotidianità di chi opera sulle navi di soccorso c'è una battaglia che non ha a che fare con vento e onde. Tanto meno con il tempo, a terra e a mare eterno nemico di chi lavora in emergenza per salvare persone in pericolo. Si combatte per lo più sui social, o meglio la si subisce.
Mentre la Ocean Viking lentamente fa rotta verso il Mediterraneo centrale e il governo Meloni annuncia ulteriori provvedimenti contro le ong, sui social minacce e insulti aumentano. Non è una novità. "Da quando la campagna di criminalizzazione di chi fa soccorso a mare è iniziata, l'opinione pubblica si è polarizzata", spiega Alessandro Porro, presidente di Sos Mediterranée Italia, attualmente a bordo come vice Sar Coordinator.
Da angeli a pirati
Con cinque anni di missioni alle spalle, ha avuto il tempo di sperimentare sulla propria pelle quanto e come il clima sia cambiato. "Quando ho iniziato io eravamo considerati degli angeli - spiega - Poi siamo diventati dei pirati, dei taxi, degli scafisti". E quando hanno iniziato ad aumentare anche provvedimenti amministrativi, multe, blocchi e soprattutto istituzionali pubblici anatemi, anche l'odio è stato sdoganato. "Ho avuto molti amici che mi hanno tolto il saluto, incluse persone con cui condividevo un percorso anche di volontariato, fortunatamente non ho mai usato molto i social".
È lì che gli attacchi hanno varcato il confine e sono diventati tanto pericolosi da costringere i legali dell'associazione a presentare esposti e denunce. "Ci sono alcune soglie che non vanno varcate. Se si passa alle minacce, vanno immediatamente sanzionate", dice Porro che preferisce non scendere nei dettagli. Ci sono inchieste in corso e in generale Sos Mediterranée sembra preferire un basso profilo.
Nessuna risposta alle provocazioni
Ai suoi lo ha imposto. Quanto meno sui social. Niente post sulle operazioni in corso, nessuna risposta a provocazioni e attacchi, in generale la massima riservatezza possibile. E non certo perché dietro le attività ci sia chissà quale mistero. "Molti non lo sanno o non ci pensano, ma quello che facciamo qui è un lavoro rischioso - dice Claire Juchat, soccorritrice di una delle tre squadre che in pochi minuti sono a mare quando arriva una richiesta di soccorso e communication officer - in generale lavorare sulle navi è pericoloso". E allora tocca essere concentrati, evitare che la pressione, l'odio, le minacce diventino motivo di distrazione, frustrazione, magari persino timore per chi ti è vicino ed è rimasto a casa.
Facile non lo è di certo, perché l'eco delle pubbliche dichiarazioni che bollano i soccorritori come pericolosi trafficanti da fermare ad ogni costo arriva anche a bordo, dove le linee telefoniche non esistono e il wi-fi boccheggia stanco come ai tempi del 56K. E ormai si sa che dopo, a sciame, arriveranno gli insulti di chi non ha più alcun timore nel metterli nero su bianco, che abbia o meno un nome fasullo sui social.
Un lavoro rischioso
"Siccome per voi lucrare sulla pelle dei clandestini è un ottimo affare, sono sicura che tornerete presto con un nuovo carico", twittava senza remore tale Matilde, mentre a bordo l'equipaggio esausto finalmente faceva rotta verso il porto di Tolone dopo più di venti giorni di missione.
Che significa settimane di notti in bianco o passate a dormire con le orecchie tese perché la richiesta d'aiuto può arrivare dal mare come dal ponte, in caso di naufraghi a bordo. Un'emergenza medica, una lite che degenera, qualcuno che non ce la fa più e decide di buttarsi in acqua. Chi viene soccorso da una carretta o un canotto, dopo aver passato giorni con la vita appesa alla linea di galleggiamento dell'imbarcazione su cui ha tentato la traversata, anche su una nave più grande e stabile non si sente mai totalmente al sicuro. Ed ha un bagaglio pesante di panico, dolore, rabbia e sofferenza che porta con sé a bordo e riversa spesso sull'equipaggio.
Perché lo si fa? "Per me è inaccettabile che le persone continuino a morire lungo le frontiere. Se gli Stati non assolvono ai loro obblighi, io da cittadina sento personalmente il dovere di fare qualcosa. Incluso potere raccontare cosa stia accadendo. Senza che nessuno lo veda, a mare si continua a morire. Testimoniarlo è un obbligo", spiega Juchat. I social? "Cerco di non guardare troppo i commenti, anche per tutelare la mia salute mentale", dice scherzando. In realtà, spesso le tocca, anche perché a volte non si tratta solo di parole in libertà, ma di vere e proprie minacce. Concrete.
Dalle minacce ai fatti
In Francia, dalle parole si è passato ai fatti. Nel 2018, ventitré militanti di Generation Identitaire, gruppo dell'estrema destra francese, ha fisicamente occupato la sede dell'associazione in pieno giorno, obbligando fra minacce e insulti chi era all'interno a lasciare la sede. Solo qualche mese fa, in due - fra cui il portavoce dell'epoca Romain Espino - sono stati condannati.
Ci sono voluti quattro anni. Nel frattempo, Sos Mediterranée ha dovuto dotarsi di responsabili della sicurezza e adottare precisi protocolli. "Sappiamo che questo è solo un episodio e potrebbe accadere ancora", dice Sophie Beau, cofondatrice dell'ong che individua un momento preciso in cui tutto è iniziato. Era il 2017 e Fabrice Leggeri - allora responsabile Frontex, rimosso in fretta e furia qualche mese fa perché coinvolto in decine di respingimenti illegali - puntava il dito contro le ong, accusandole senza uno straccio di prova di essere partner dei trafficanti. Una teoria che nel giro di pochi mesi è diventata cavallo di battaglia di tutte le destre europee. "In Italia - aggiunge Beau - il codice Minniti di autoregolamentazione delle ong è stato il primo segnale tangibile di una risposta politica al mutato clima nell'opinione pubblica del Paese".
Dalle tragedie che quotidianamente avvengono nel Mediterraneo centrale e del progressivo disimpegno di Italia e Europa, il punto focale è stato spostato sulle ong e le migrazioni sono diventate un problema di sicurezza. "Noi abbiamo risposto aumentando la trasparenza sulle nostre attività, raccontando pubblicamente quello che avviene. Abbiamo un diario di bordo pubblico sul nostro sito, anche sui social - sottolinea Beau - informiamo su tutto quello che succede a bordo durante una missione". Spesso diventa materiale per nuovi attacchi "ma all'esterno c'è anche una grande quantità di gente che ci sostiene, anche con donazioni - aggiunge Porro - e per noi è più importante chi ci dà cinque euro per proseguire la missione che chi ci manda diecimila minacce di morte".