La Ocean Viking è approdata a Ravenna con i suoi 113 naufraghi a bordo
dalla nostra inviata Alessia Candito, dalla nostra inviata Alessia CanditoDA BORDO DELLA OCEAN VIKING. Sole pallido, cielo grigio, manca qualche minuto all’una quando la l'Ocean Viking entra lentamente in porto a Ravenna. Ad accoglierla fra gli applausi un piccolo presidio, con striscioni che recitano "Benvenuti in Italia. Salvare vite umane non è reato". Un altro fa risuonare la frase che per tanto tempo è stata l'esortazione di Vik Arrigoni. "Restiamo umani".
I centotredici naufraghi attendono sul ponte che si completi la lunga liturgia delle procedure di sbarco. Vanno giù subito solo i casi medici e le mamme con i bimbi. Poi in ordine di priorità i minori non accompagnati, le donne sole, le famiglie, solo alla fine gli uomini adulti. C’è tempo per i saluti.
DA BORDO DELLA OCEAN VIKING. Sole pallido, cielo grigio, manca qualche minuto all’una quando la l'Ocean Viking entra lentamente in porto a Ravenna. Ad accoglierla fra gli applausi un piccolo presidio, con striscioni che recitano "Benvenuti in Italia. Salvare vite umane non è reato". Un altro fa risuonare la frase che per tanto tempo è stata l'esortazione di Vik Arrigoni. "Restiamo umani".
I centotredici naufraghi attendono sul ponte che si completi la lunga liturgia delle procedure di sbarco. Vanno giù subito solo i casi medici e le mamme con i bimbi. Poi in ordine di priorità i minori non accompagnati, le donne sole, le famiglie, solo alla fine gli uomini adulti. C’è tempo per i saluti.
Uno dei più piccoli “vince” un casco rosso da soccorritore e saluta serio serio i ragazzi di Sos Mediterranée, i ragazzi che fino all’ultimo hanno ingannato il tempo cantando attorno a una cassa, d’un tratto si fanno seri, le donne si stringono fra loro in attesa del loro turno. Ansia, un po’ di timore, speranza. Una ragazza abbraccia Caterina, il medico di bordo, la stringe a lungo. “Grazie”. Nella clinica sono passate in tante, molte di loro – forse la maggior parte – hanno raccontato di abusi e violenze, all’équipe hanno confidato i timori delle possibili conseguenze. Per giorni, le ragazze del team non hanno dormito praticamente mai.
Dalla scaletta che piano si appoggia sul molo di Ravenna scende per primo Adil, intrappolato nei suoi mostri e nelle sue paure. E poi i bebé con le mamme. Il più piccolo, si è scoperto poi, quando la mamma è riuscita a ragionare con cognizione, non ha tre settimane ma appena due, compiute esattamente ventiquattro ore dopo essere stato salvato dai ragazzi della Ocean Viking.
Nelle braccia del medico dell’Usmaf sembra microscopico. Dietro la visiera di medici e paramedici bardati con tute e guanti, si intuiscono sorrisi. “Ma per venire a darvi una mano che si deve fare?”, chiede uno di loro. Catania, gli sbarchi selettivi, i camici bianchi chiamati a decidere chi fosse sufficientemente fragile da scendere e chi no, sono lontani.
Si scende a gruppi di quattro o di cinque. Ci sono i test Covid da fare, nessuno alla fine risulta positivo. Sul ponte si aspetta. I primi hanno iniziato a bighellonare nervosi appena si è fatto giorno.
L'alba si era alzata livida sulla Ocean Viking in avvicinamento a Ravenna. Avvolti nelle coperte i naufraghi hanno aspettato per ore il momento dello sbarco, the o cioccolata in mano a riscaldarsi dopo una notte che si è fatta più gelata via via che l’Italia scorreva di lato.
A Messina, i seicento naufraghi soccorsi al largo della Sicilia sono sbarcati ieri senza attendere, né viaggiare troppo. I sopravvissuti accolti dalla Viking hanno dovuto risalire la penisola. “Pazienza, l’importante è arrivare”, dice Ibrahim, che aspetta seduto sulla panchetta sul ponte.
Anche i bambini che nei giorni scorsi hanno monopolizzato il ponte con i loro infiniti giochi, rimangono silenziosi. C'è chi inganna il tempo con un'ultima partita di pallone, alcune donne parlano davanti allo shelter in cui molte delle compagne cercano riparo dal freddo. Molti guardano il mare, la terra che si intravede sotto la foschia, alzano il telefono alla ricerca di segnale. Grazie al Salamat, un sistema messo a disposizione dalla Croce rossa, sono riusciti a far sapere a familiari e parenti di essere vivi. Ma aspettano con ansia di poterci davvero parlare, di poter dire direttamente a mogli, fratelli, sorelle, madri che aspettano: "Sì, è andato tutto bene".
Al momento dell'approdo, c'è silenzio. A bordo ci si prepara. La crew di Sos Mediterranée saluta quei bimbi che per giorni hanno alzato le braccia chiedendo a chiunque di essere presi in braccio, salutano con una pacca quei ragazzi che dopo aver realizzato di essere vivi, di essere sfuggiti alle onde e al mare, hanno affidato all'equipaggio ricordi, dolori, speranze. Il soccorso è finalmente concluso. “Buon cammino e buona fortuna ragazzi”.