Migranti, la Ocean Viking salva 37 persone a largo della Libia. Porto sicuro ad Ancona, a 4 giorni di navigazione. Il racconto dalla nave
dalla nostra inviata Alessia CanditoC'è un nemico nelle situazioni di emergenza. In mare, ancora più pericoloso. Si chiama panico e per natura è incontrollato. Ma come si fa a non farsi prendere dal terrore più assoluto quando sei su un gommone giocattolo con i tubolari già sgonfi, ubriacato dalla puzza di benzina che ti soffoca? Su quello soccorso all'alba da Sos Mediterranée erano in trentasette. E non ce n'era uno che non fosse terrorizzato.
Li hanno avvistati a largo delle Libia dal ponte poco prima dell'alba, quando quel canottino su cui viaggiavano non era nulla di più di un puntino. Via via che la luce saliva, poco sotto l'orizzonte impastato di grigio dalla pioggia, con i binocoli è apparso il profilo delle braccia alzate per attirare l'attenzione, poi facce e una foresta di gambe appese ai tubolari del gommone. Piegato, come un giocattolo vecchio.
Pochi minuti e i …!-->!-->
C'è un nemico nelle situazioni di emergenza. In mare, ancora più pericoloso. Si chiama panico e per natura è incontrollato. Ma come si fa a non farsi prendere dal terrore più assoluto quando sei su un gommone giocattolo con i tubolari già sgonfi, ubriacato dalla puzza di benzina che ti soffoca? Su quello soccorso all'alba da Sos Mediterranée erano in trentasette. E non ce n'era uno che non fosse terrorizzato.
Li hanno avvistati a largo delle Libia dal ponte poco prima dell'alba, quando quel canottino su cui viaggiavano non era nulla di più di un puntino. Via via che la luce saliva, poco sotto l'orizzonte impastato di grigio dalla pioggia, con i binocoli è apparso il profilo delle braccia alzate per attirare l'attenzione, poi facce e una foresta di gambe appese ai tubolari del gommone. Piegato, come un giocattolo vecchio.
Pochi minuti e i rhib, le lance di soccorso di Ocean Viking, erano già in acqua. Una manciata ancora ed erano nei pressi del "target", così si chiama in gergo. La puzza di benzina sovrastava persino quell'odore di naufragio che ormai chi fa soccorso in mare riconosce ancor prima di intuire il profilo dei naufraghi che cerca di salvare. Forse una tanica era caduta, o forse chi ha tentato di rifornire il motore rimasto a secco durante la traversata da Zwara ne ha versata più fuori che dentro al serbatoio.
Alla guida di quei canotti non ci sono certo capitani esperti. Al contrario, molti di quelli che finiscono alla guida, non hanno mai visto una barca in vita propria. Eppure sono costretti o convinti dai trafficanti a prendere in mano il timone e puntare verso Nord, con sulle spalle la vita di altre decine di persone.
Paura e terrore
I trentasette salvati da Ocean Viking erano certi ormai di aver perso la scommessa con il Mediterraneo. E non avevano certo torto. Su quel canotto sgonfio difficilmente avrebbero potuto ribaltare la partita se la loro rotta non avesse incontrato quella di una rescue ship. Quando l'alba ne ha svelato i volti, nei loro occhi c'era solo terrore. E il terrore è cattivo consigliere, li fa agitare su quei canotti instabili, i soccorritori devono avere esperienza, sangue freddo, mille occhi per convincere tutti a stare giù. Basta poco perché quei giocattoli si ribaltino e le onde nascondano, sommergano, pretendano chi finisce in acqua. È lo scenario peggiore, quello che si deve evitare a tutti i costi.
Allora tocca imporre la calma, ma allo stesso tempo cercare di fare in fretta perché una situazione instabile può degenerare in pochi attimi. Poche parole, "state calmi, rimanete tutti seduti", distribuzione dei giubbotti di salvataggio rapida, poi inizia la parte più delicata: far salire tutti sui rhib. Tocca imporre l'ordine, far sì che non si alzino tutti insieme, frenare gente animata dal più ancestrale degli impulsi, l'istinto di sopravvivenza.
Un tempo infinito
Gli equipaggi hanno esperienza, sanno come fare. I naufraghi salgono a uno a uno sui rhib. Sono quasi tutti uomini, tra loro dodici adolescenti che viaggiano da soli, più tre donne. Una di loro è poco più di una ragazzina. Appena arrivata sulla lancia di soccorso si scioglie in un pianto che la paralizza, ripete come una litania "grazie, diovibenedica, grazie". L'altra che arriva poco dopo sembra quasi non credere di essere davvero in salvo. Occhi sbarrati, si guarda attorno con faccia da preda braccata. "Sei al sicuro". E lei sembra quasi sciogliersi, più che sedersi. Arriva un uomo, quasi casca sulla piattaforma del rhib, alza le mani in una preghiera. Ma non c'è tempo per queste cose, bisogna far spazio a chi ancora sta su quella specie di canotto. La puzza di benzina è un pugno che continua a colpire lo stomaco.
Un altro naufragio tra La Valletta e Lampedusa
Le operazioni sembrano durare ore, ma sono rapide. Una catena umana aiuta i naufraghi a salire la scaletta che dal mare porta al ponte della Ocean Viking. Da soli, non ce la farebbero: alcuni di loro non si reggono in piedi, molti sono intossicati. Tutti però hanno capito di essere finalmente in salvo. Un numero imprecisato di persone che questa notte galleggiava al largo delle coste maltesi invece non lo è, non lo sarà. Dopo il tragico naufragio che ieri a Lampedusa è costato la vita a tre persone, inclusa una bambina di diciotto mesi, il Mediterraneo ha preteso un ulteriore dazio. Una barca - ha fatto sapere Malta con un allarme lanciato via satellite - si è capovolta tra La Valletta e Lampedusa, a circa 100 miglia di distanza da Ocean Viking. Troppo lontano perché la nave di Sos Méditerranée arrivasse in tempo utile per prestare soccorso. A bordo però ci si è subito attivati per capire quale fosse la situazione.
Palleggio di responsabilità
"Abbiamo chiamato ripetutamente il centro di coordinamento di Malta per chiedere istruzioni, invano. Allora - spiegano dalla nave ong - abbiamo contattato quello italiano per avere maggiori informazioni, ma l'ufficiale di turno ci ha risposto di chiamare Malta, nonostante fosse stato informato che la cosa era già stata fatta e che da lì era stato impossibile ottenere una risposta". Un palleggio di responsabilità durato quasi un'ora. Alle 23 la Ocean Viking ha nuovamente tentato di contattare Roma, che si è limitata a informare che in area c'era già una nave impegnata nella ricerca. Quale sia stato il destino di quelle persone e quante vittime ci siano da piangere, al momento non è dato sapere.
Porto sicuro a 1.575 km
Né si può dire cosa succederà ai tanti che probabilmente sono partiti approfittando della breve finestra di bel tempo, prima della tempesta che nei prossimi giorni flagellerà il Mediterraneo. Da Roma è già arrivata l'indicazione di porto sicuro, Ocean Viking dovrà dirigersi ad Ancona, a 850 miglia nautiche, circa 1.575 km e quattro giorni di navigazione. E deve farlo "senza ritardi", spiega il nuovo decreto che pende come una spada di Damocle sulla testa dei soccorritori.
Fa rabbia perché è probabile che lì fuori ci sia altra gente in pericolo. Il mare che sotto costa sembra clemente, via via che ci si addentra sta peggiorando, potenzialmente in molti potrebbero trovarsi in difficoltà. Ma una nave di soccorso con a bordo un equipaggio esperto e in grado di intervenire come la Ocean Viking viene costretta a lasciare il luogo di un potenziale disastro. Nei giorni scorsi si è ragionato molto su cosa fare. In caso di imbarcazioni in pericolo, non si esiterà a intervenire perché così prevedono la legge del mare e quelle internazionali. Ma nel frattempo si deve puntare verso Nord ed è impossibile sapere quanta gente si lascerà indietro.