Me Too, la magistrata Paola Di Nicola Travaglini: “Serve una legge Solo così si spezza il muro di omertà”
di Liana Milella
ROMA - “Innanzitutto provo profondo rispetto e riconoscenza per queste donne che, in un contesto omertoso, per la prima volta in Italia hanno preso parola denunciando un assetto di potere strutturato”. E ancora: “Per questo servono leggi contro la violenza come quelle contro la mafia perché dominano omertà e soggezione”. Questo dice subito Paola Di Nicola Travaglini, consigliera della Cassazione specializzata da anni proprio sulla violenza contro le donne.
Attrici famose, e testimonianze sconvolgenti di sistematici casi di violenza, ma senza denunce. Perché?
“Il problema è principalmente culturale. Nel senso che alle donne non si crede, in nessun contesto. Le violenze o le molestie che raccontano vengono ridimensionate o banalizzate come scherzi, quasi fossero normalità di relazioni, e questo sia in ambito professionale, che familiare e infine giudiziario”.
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ROMA - “Innanzitutto provo profondo rispetto e riconoscenza per queste donne che, in un contesto omertoso, per la prima volta in Italia hanno preso parola denunciando un assetto di potere strutturato”. E ancora: “Per questo servono leggi contro la violenza come quelle contro la mafia perché dominano omertà e soggezione”. Questo dice subito Paola Di Nicola Travaglini, consigliera della Cassazione specializzata da anni proprio sulla violenza contro le donne.
Attrici famose, e testimonianze sconvolgenti di sistematici casi di violenza, ma senza denunce. Perché?
“Il problema è principalmente culturale. Nel senso che alle donne non si crede, in nessun contesto. Le violenze o le molestie che raccontano vengono ridimensionate o banalizzate come scherzi, quasi fossero normalità di relazioni, e questo sia in ambito professionale, che familiare e infine giudiziario”.
Ha detto a Repubblica l’attrice genovese Alice Arcuri: “Una donna, per quanto brava, per quanto si debba fare il mazzo il triplo rispetto al maschio, viene sempre percepita come un pezzo di carne”. Com’è possibile?
“Viviamo in un contesto che da millenni ritiene le donne solo corpo omettendone competenza, intelligenza e capacità trasformativa. E ci hanno insegnato, dal giorno in cui nasciamo a quello in cui moriamo, che per noi donne vale essere ammirate, essere piacenti, non assertive, aggraziate, compiacenti. Quindi una donna è solo corpo nel contesto sociale e apprezzata o meno per questo”.
Ed è normale che si sottometta, subisca e taccia?
“Sì, assolutamente perché ci hanno educate a compiacere gli uomini. Qualsiasi donna, al di là della professione - che sia una giudice, una presidente del Consiglio, o la cassiera di un bar - viene sempre prima valutata per il suo aspetto fisico o la mera apparenza. Solo dopo, se va bene, per intelligenza e competenza”.
Margherita Laterza racconta del regista che le ha urlato “sei l’unica attrice in Italia che non la dà…”.
“Questa è una modalità ordinaria in cui sono trattate le donne, soprattutto in professioni dove gli uomini hanno potere di pressione e di ricatto e le donne rischiano, e non sempre possono scegliere. È questo il registro comunicativo che conosce un uomo di potere che intende ricollocarle nel binario della subordinazione, ridurle a corpo, privandole della loro competenza e capacità”.
L’associazione Amleta ha raccolto cento testimonianze di attrici, sceneggiatrici, costumiste, fotografe, tutte vittime di violenze più o meno gravi. Di cui però non è arrivato nulla alla magistratura.
“Partiamo da un dato. La violenza sessuale dev’essere denunciata entro un anno, altrimenti non è perseguibile. Un anno è un tempo troppo breve per elaborare quello che è accaduto, e decidere se affrontare non solo un contesto processuale, ma prim’ancora quello professionale. Una donna che denuncia una violenza e fa l’attrice sa di correre il rischio che la propria denuncia possa danneggiarla nel lavoro, al punto da non essere più chiamata per una parte, perché il sistema non sostiene le vittime di questi reati, ma parte dal pregiudizio che denuncino con una finalità calunniatoria o se l’è cercata. È lei colpevole. Il contesto professionale di rado fa quadrato intorno alle vittime, quasi sempre protegge chi viene denunciato. A prescindere”.
Però il Me too negli Usa ha portato non solo alla condanna di personaggi famosi, ma anche alla loro piena esclusione dal lavoro, pur trattandosi di attori, registi e produttori notissimi.
“Negli Stati Uniti hanno preso parola donne riconosciute e attrici di chiara fama, già arrivate, non dovevano dimostrare più nulla, non avevano bisogno di essere ammesse nel contesto professionale, e da lì la valanga delle altre. La parola di chi è ritenuto attendibile per i suoi ruoli di riconoscibilità professionale apre il varco a chi non ha ancora raggiunto tutto questo”.
La senatrice del Pd Valeria Valente propone di istituire il reato di molestia perché se l’unica prova è la denuncia della donna contro il datore di lavoro finisce per scattare solo la violenza privata. Questa sarebbe effettivamente una via?
“Si. Non abbiamo il reato di molestie sessuali, ma solo quello di violenza sessuale che richiede appunto violenza, minaccia o induzione all’atto sessuale. Ma se io ricevo sul mio cellulare fotografie dell’organo sessuale di una persona ogni 5 minuti quella non è una violenza sessuale, ma una semplice molestia”.
E oggi come viene punita, se viene punita?
“Innanzitutto non viene denunciata, in quanto la vittima stessa ritiene che non sia un atto illecito o la ridimensiona. In concreto potrebbe essere punita, al più, anche con la sola pena di massimo 500 euro”.
Sottoscriverebbe il reato che propone Valente e che suona così: “Chiunque crei una situazione di disagio con minacce atti o comportamenti indesiderati a connotazione sessuale plagiando la dignità della persona viene punito con la reclusione da due a quattro anni. E la pena è aumentata di due anni se nell’ambito di un rapporto di lavoro con abuso di autorità ne deriva un clima intimidatorio degradante e offensivo”.
“Sì, certo, lo sottoscrivo appieno. Sarebbe molto utile come strumento in grado di rendere i luoghi di lavoro più sicuri per le donne”.
Com’è possibile che dopo due anni di dibattito sul Codice rosso, e mentre questi fatti avvenivano, non si sia pensato che era indispensabile questo reato di molestie?
“Perché la violenza sulle donne non è mai stata una reale priorità. Non bastano singoli interventi per un fenomeno complesso e radicato che richiederebbe una formazione obbligatoria di chi se ne occupa. C’è bisogno di una legge organica contro la violenza sulle donne, come abbiamo leggi specifiche contro la mafia, fenomeni tra loro affini, entrambi distinti da omertà, soggezione e fondamento culturale”.
Leggendo i racconti di queste attrici ha provato pena, rabbia, oppure disagio rispetto a donne che pur di lavorare subiscono ma tacciono?
“Come giudice ho provato un grave senso di impotenza perché le donne non credono che le istituzioni possano a loro volta credere alla loro parola. E questo fa apparire le istituzioni inadeguate e incapaci di leggere e punire un fenomeno criminale di questa portata. E come donna ho provato un senso di profondo rispetto per la sofferenza di donne costrette al silenzio da rapporti di potere che tutti conoscono e che molti potrebbero mettere in crisi, senza farlo con un silenzio complice”.