“Molestie e pressioni”, parla una vittima di padre Rupnik: “Era un guru, avevo paura di denunciare”
di Iacopo Scaramuzzi , di Iacopo ScaramuzziUn “guru”, un manipolatore carismatico e scaltro, che con “sottili molestie” pretendeva fedeltà assoluta, giustificandola spiritualmente, ed ha traumatizzato numerose donne. E’ il ritratto che di Marko Rupnik, gesuita e mosaicista noto in tutto il mondo, fa una di loro, una donna che negli anni Duemila ha lavorato con lui nell’atelier residenziale d’arte del centro Aletti, a Roma, da lui è fuggita e ora, sotto condizione di anonimato, racconta la sua esperienza.
“Ero affascinata dai suoi mosaici e dai suoi libri, e per questo ho cercato di entrare nel suo atelier. Ho bussato tante volte alla porta e già questo mi ha messo in una posizione di subordinazione: quando alla fine entri ti senti una persona speciale. Ho lavorato inizialmente con gioia, poi pian piano sentivo che la sua presenza invadeva la mia vita anche sul piano personale. Interveniva sulle mie letture, voleva che leggessi i suoi libri, interveniva…
Un “guru”, un manipolatore carismatico e scaltro, che con “sottili molestie” pretendeva fedeltà assoluta, giustificandola spiritualmente, ed ha traumatizzato numerose donne. E’ il ritratto che di Marko Rupnik, gesuita e mosaicista noto in tutto il mondo, fa una di loro, una donna che negli anni Duemila ha lavorato con lui nell’atelier residenziale d’arte del centro Aletti, a Roma, da lui è fuggita e ora, sotto condizione di anonimato, racconta la sua esperienza.
“Ero affascinata dai suoi mosaici e dai suoi libri, e per questo ho cercato di entrare nel suo atelier. Ho bussato tante volte alla porta e già questo mi ha messo in una posizione di subordinazione: quando alla fine entri ti senti una persona speciale. Ho lavorato inizialmente con gioia, poi pian piano sentivo che la sua presenza invadeva la mia vita anche sul piano personale. Interveniva sulle mie letture, voleva che leggessi i suoi libri, interveniva sul mio modo di vestire, “tu non sei abbastanza femminile, non ti sai vestire come una donna cristiana”. Tutti gli ambiti della vita erano sottomessi pian piano al suo sguardo. Se prendevi le distanze la risposta era “c’è una lista di artisti che attende di entrare, se non lavori bene te ne vai”. Oggi mi rendo conto che a un certo punto mi sono sottomessa a lui".
Era un po’ un guru?
"Sì, proprio così, è la parola giusta. Un guru e uno “starec”, il padre spirituale anziano e carismatico delle chiese orientali alle quali egli si rifa".
Ci sono state aggressioni sessuali? Molestie?
"Aggressioni no, gesti inopportuni sì, ripetuti e argomentati in modo spirituale. Mi accarezzava tutta la schiena, io cercavo di staccarmi, e lui: “Perché fai così? Non trovi che sia bello che possiamo fare questo insieme, io sono un sacerdote, tranquilla, ho uno sguardo puro su di te”. Pian piano i gesti sono stati sempre più insistenti: mi teneva, e poi gli abbracci che non sopportavo più: nei colloqui nel suo ufficio finiva prendendomi in un abbraccio stretto dal quale non potevo divincolarmi. E’ una persona molto intelligente, le molestie sono sottili. E nel corso degli anni sono aumentate. Sapeva graduare le cose rispetto alla mia sottomissione che cresceva”.
Lei notava che altre con altre donne lì presenti succedeva la stessa cosa?
"Intuivo che con alcune si creavano le stesse situazioni, usava le stesse parole e gli stessi gesti. Oggi sono certissima che ci sono altre persone che hanno vissuto la stessa cosa. Anche perché prima di me e dopo di me ho sentito di donne che di punto in bianco sono andate via dal centro Aletti, “ma era matta, era fuori di testa, non era adatta al nostro modo di fare”, dicevano. Come mai questa ripetizione di donne che devono scappare?".
Lei è scappata?
"Sì, sono scappata, senza spiegare, senza capire, ero persa. I suoi gesti, la sua influenza mi davano un’angoscia enorme. Ho avuto un crollo psicologico e mi sono fatta aiutare. Pensavo di essere matta, avevo una vergogna enorme, pensavo di aver provocato tutto io, che era colpa mia, e ho avuto bisogno di anni per capire che era il contrario".
C’erano dei complici, uomini o donne che spingevano per non mettere in discussione Rupnik?
"Complici veri e propri no, però c’era un clima tale per cui o fai parte del gruppo o il tuo posto non è qui. C’è un gruppo di consacrate che sono lì dall’inizio che davano il ritmo della danza".
Ha mai affrontato Rupnik?
"Sì, anni dopo, e lui ha negato tutto. Secondo lui avevo problemi psicologici, mi ha detto “tu non sei cristiana se mi fai questo”, “e poi vedi del sessuale ovunque, per una mano sulla spalla!”. Per me è stato importante affrontarlo, ma ho avuto paura di lui, fisicamente, lo stess traumatico si è risvegliato nel mio corpo. E poi mi ha chiesto “con chi hai parlato di questo?”".
Lo ha denunciato?
"Io per anni mi sono detta “nessuno mi crederà, perché è Rupnik”. Vedevo vescovi passare al centro Aletti uno dopo l’altro, si sapeva che aveva un forte legame con Giovanni Paolo II, non so Benedetto XVI, ultimamente ha un rapporto con Francesco. Non osai parlare".
Ne ha parlato almeno con i gesuiti?
"Sì, sono stata accolta bene. Ma ho capito che non ero la prima. Questo per me è stato un sollievo, mi ha permesso di dire, “non sono sola”. Il loro ascolto è stata una cosa positiva, poi però non è successo granché. Le persone coinvolte sul dossier Rupnik su trent’anni sono tante. C’è un sistema che ha cercato di non fare troppe onde. Però posso anche dire che alcuni gesuiti vogliono tirare fuori le denunce, cercare la verità, prendere le misure necessarie. Ma in Italia, in generale, sugli abusi c’è un ritardo di una ventina d’anni rispetto alla Germania e in generale al nord Europa. La dichiarazione del cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, per me è una tragedia morale: come può dire che è un processo mediatico? Io lo conosco, era amico di Rupnik, veniva spesso. Di Rupnik a Roma si sa da tempo".