✕

Arresto Messina Denaro, l'ultimo dei 'volti noti', dopo Riina e Provenzano. Cosa farà adesso?

Dietro ogni blitz per catturare i capi di Cosa nostra c'è una lunga operazione di polizia, con pedinamenti, sacrificio di vite umane e ricerche tecnologiche per identificarli
4 minuti di lettura

MILANO - Era l'ultimo dei "volti noti" di Cosa Nostra. E come Totò Riina e come Bernardo Provenzano, anche il latitante trentennale Matteo Messina Denaro non è stato catturato chissà dove, ma nella Sicilia dove resistono i complici, gli omertosi e chi non parla con "la sbirritudine". Come per i suoi predecessori, così anche per "Mmd" non c'erano grandi immagini, ma almeno le sue sono a colori.

Di Totò Riina, 'u curtu, zu' Totò, c'era una vecchia foto segnaletica: faccia tonda, occhio severo, capello scolpito. Su quell'unica immagine, 30 anni fa, il 15 gennaio del 1993, venne finalmente soprapposta una foto a colori: quella di un signore tarchiato, con l'aria da contadino, che faceva realmente pensare alla battuta mafiosa sui "piedi incretati", e cioè sulle scarpe fangose del clan dei corleonesi. In apparenza un contadino, in realtà il temutissimo "capo dei …

MILANO - Era l'ultimo dei "volti noti" di Cosa Nostra. E come Totò Riina e come Bernardo Provenzano, anche il latitante trentennale Matteo Messina Denaro non è stato catturato chissà dove, ma nella Sicilia dove resistono i complici, gli omertosi e chi non parla con "la sbirritudine". Come per i suoi predecessori, così anche per "Mmd" non c'erano grandi immagini, ma almeno le sue sono a colori.

Di Totò Riina, 'u curtu, zu' Totò, c'era una vecchia foto segnaletica: faccia tonda, occhio severo, capello scolpito. Su quell'unica immagine, 30 anni fa, il 15 gennaio del 1993, venne finalmente soprapposta una foto a colori: quella di un signore tarchiato, con l'aria da contadino, che faceva realmente pensare alla battuta mafiosa sui "piedi incretati", e cioè sulle scarpe fangose del clan dei corleonesi. In apparenza un contadino, in realtà il temutissimo "capo dei capi".

Messina Denaro, il procuratore capo racconta: "Accelerazione delle indagini negli ultimi giorni"

Una lunga operazione di polizia

Secondo la nostra convinzione di cronisti, anche l'arresto di 'u curtu avvenne grazie a una lunga operazione di polizia. Con il dolore immenso provato a maggio del '92 per la morte di Giovanni Falcone, dopo le stragi di mafia, un gruppo di carabinieri, guidati dal "capitano Ultimo" decide di partire da Milano, dove, coordinati dal sostituto procuratore Ilda Boccassini, avevano catturato alcuni boss nell'inchiesta "Duomo connection". Nessuno conosce la loro missione, se non in pochi, anche al Comando generale stanno abbottonatissimi.

Nei primi mesi di lavoro, i giovani investigatori (alcuni sono tatuati, altri sono esperti di discipline sportive, tutti hanno documenti taroccati) si mescolano ai palermitani che, in base ai fascicoli dell'Arma, avrebbero potuto avere a che fare con i Riina. Alcuni frequentano palestre, bar, campi di calcetto, altri lavorano dietro le quinte. Nel tardo autunno, si cominciano a piazzare microtelecamere nella zona in cui poi Riina sarà effettivamente catturato. Non possono usare "la balena", il furgone con doppiofondo, utile a Milano, ma non certo a Palermo, dove il controllo del territorio da parte dei picciotti era, almeno allora, notevole.

Mentre Ultimo e i suoi continuano i quotidiani appostamenti fisici e tecnologici, arriva dal Piemonte una notizia sorprendente. Il generale Francesco Delfino, personaggio discusso e temuto, tornato in Italia dopo una lunga permanenza all'estero (la sua rete d'informatori in Iraq era ancora leggendaria ai tempi della guerra al regime di Saddam Hussein), ha nelle mani chi può aiutare a trovare Riina. E' Balduccio Di Maggio, un mafioso, uno dei tanti condannati a morte dai corleonesi che ha mollato la Sicilia. Lui, che di Riina e della sua famiglia era l'autista, campicchia in qualche modo al Nord. Sarà Balduccio, ricordiamolo, a parlare del bacio tra Riina e l'onorevole Giulio Andreotti, che tanto ha fatto indagare, senza mai portare ad alcuna certezza. Trasportato in aereo a Palermo in quel gennaio gelido, piazzato dentro un furgoncino che fa da sala-regia alle varie telecamere, affiancato nelle sue ricognizioni dal più gigantesco (e fedelissimo a Ultimo) brigadiere del Raggruppamento operativo speciale, il pentito Di Maggio ha uno scatto. Ha visto una donna. E' Ninetta Bagarella, moglie del boss, madre dei suoi quattro figli? Bella, alta, fine: sì, conferma, è lei.

Arresto Messina Denaro, un foglio con scritto "grazie" viene affisso davanti alla Caserma Carlo Alberto Dalla Chiesa

Quindi, dai passi di Ninetta che va a fare la spesa, si arriva alla casa della famiglia. E una mattina presto da quella casa, atteso dal nuovo autista, Salvatore Biondino, esce lui, il responsabile di un centinaio di omicidi, il boss che fece sterminare la famiglia del pentito Tommaso Buscetta, l'erede di Luciano Liggio, il criminale che ordinò l'eliminazione di investigatori, magistrati e giornalisti. Di "basso" (un metro e 58) è basso. Appena l'utilitaria affronta una rotonda, a circa un chilometro da casa, due auto la bloccano, Riina, 63 anni da compiere, una giacca da campiere, viene schiacciato faccia a terra, il truce Biondino si ritrova una pistola puntata alla testa: il carabiniere Ultimo, portando in caserma il "capo dei capi", lo fotografa in manette, sotto la fotografia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso a Palermo con la moglie. E in quelle ore - su questo passaggio non ci sono dissonanze - magistrati e investigatori scelgono una strada inedita: se l'arresto è avvenuto lontano da casa, perché scoprirsi? Teniamo la casa sotto controllo e vediamo (non c'è stata infatti alcuna perquisizione, in passato, nella quale sono stati trovati archivi compromettenti nelle abitazioni delle famiglie dei gangster).

Cosa nostra è vulnerabile a casa sua

Dopodiché, accade qualcosa che resta inspiegabile: nessuno ha controllato più la zona. E a farne le spese, subendo processi e attacchi personali, è Ultimo, cioè quello che s'era dannato più di tutti per catturare il superboss. L'arresto di Riina, che mai si pentirà, e si paragonerà come vittima della giustizia nientemeno che a Enzo Tortora, segna comunque un punto di non ritorno: Cosa nostra è vulnerabile a casa sua. Lo Stato ha risposto con la legalità alla violenza stragista, il cui mandante morirà, dopo una lunghissima detenzione nel carcere di Opera, nel carcere di Parma, il 17 novembre 2017.

Dopo Riina c'è da prendere Provenzano

Ce n'è un altro da prendere, dopo Riina, uno che è latitante da ben 43 anni. Anzi, è il "gemello" di Riina, si chiama Bernardo Provenzano, detto 'u tratturi, o 'zu Binnu. Di lui esistevano una fotografia quasi surreale, in divisa da aviere, e un'altra in giacca e cravatta scura, sempre in bianco e nero. E siccome avere il telefonino è "come avere una spia in tasca", Bernando comunica con i fedelissimi solo a voce oppure con quelli che diventeranno i celebri "pizzini": rettangolini di carta sui quali, con grafia minuta, il boss fa conoscere i suoi ordini, i suoi spostamenti, le sue preferenze quel giorno a tavola (vuole rucola e ricotta). Dov'è Binnu? C'è chi lo crede morto, chi pensa sia scomparso all'estero, forse è in Costa Azzurra: invece lo trovano in un casolare di campagna nelle campagne corleonesi. Per circondarlo senza creare il minimo sospetto, servono ai detective dieci giorni di avvicinamento. Anche il boss ha bisogno di biancheria pulita (come da pizzino) e la sua mano ossuta una mattina spunta da una finestrella l'11 aprile del 2006. E' una giornata splendida di primavera e poco altro si può dire: di 'u tratturi restano l'assoluto mutismo con chiunque (Riina in carcere s'è comportato come un dilettante, facendosi intercettare più volte), il fatto che vivesse come un monaco solitario e in penitenza e la sua unica richiesta alla polizia che lo teneva stretto: "Prendete la siringa, ogni giorno devo fare un'iniezione". L'anno prima, infatti, era stato operato alla prostata e di cancro morirà il 13 luglio nel reparto blindato dell'ospedale San Paolo di Milano: nemmeno un punto di morte gli è stato ridotto l'articolo 41-bis, il più duro del regime carcerario.

Arresto Messina Denaro, il magistrato Di Matteo: "Se lui collabora, lo Stato sia pronto ad affrontare la verità"

Messina Denaro, ultimo "volto noto"

Morti lui e Riina, con la Cupola già falcidiata da pentimenti, retate e arresti eccellenti (i fratelli Graviano presi in un ristorante non lontano dalla Rai a Milano, e Giovanni Brusca beccato a Cannatello nel '96, con poliziotti che passano in motocicletta smarmittata, in modo da creare un rumore intercettabile dai microfoni delle microcamere nascoste), che cos'è diventata Cosa nostra oggi? L'unico che potrebbe dare una risposta è proprio "Mmd", Matteo Messina Denaro, l'ultimo "volto noto", l'ultimo "capo dei capi", il giovane assassino che legge libri ed è intelligente, il figlio dell'alleato fedelissimo di Riina e Provenzano, il "Diabolik" (suo presunto soprannome) che da Castelvetrano ha scalato i vertici della piramide mafiosa. E che, sempre dalla sua Sicilia, ha visto progressivamente intensificarsi le tecniche a favore degli investigatori, con operazioni capaci di incrociare celle telefoniche e riconoscimenti facciali. Come quella che per esempio, nel gennaio 2019, ha permesso di rintracciare anche il super-latitante dei terroristi italiani, e cioè quel Cesare Battisti, che dopo aver alimentato polemiche contro l'ingiustizia italiana, ha ammesso, interrogato da Alberto Nobili, gli omicidi commessi.

Malato e sconfitto militarmente, che cosa sceglierà di fare "Mmd" ora che è stato preso? Ora che lui, è, per quello che ormai si sa, l'ultimo dei corleonesi, e in fondo l'ultimo superstite di un mondo inesorabilmente cambiato?