Femminicidio di Martina Scialdone, parla Carlotta Vagnoli: "Basta colpevolizzare le donne, l'unico colpevole è l'uomo che uccide"
di Viola Giannoli , di Viola Giannoli"Non si devono colpevolizzare le vittime, dire alle donne di fare attenzione. La violenza la conosciamo e possiamo mettere in campo tutte le accortezze, ma serve di più: bisogna individuare nella matrice sessista e patriarcale la ragione unica dei femminicidi, nell'uomo che li commette l'unico colpevole". Carlotta Vagnoli, attivista, autrice di Maledetta sfortuna sulla violenza di genere, lei stessa survivor di abusi, ha criticato sui social la narrazione dell'assassinio di Martina Scialdone, uccisa a Roma con uno sparo al petto dal suo ex compagno, e alcune affermazioni della magistrata Maria Monteleone, che per anni ha guidato il pool di pm romani che si occupano di reati contro le fasce deboli, in una intervista su Repubblica.
Vagnoli, lei ha parlato su Instagram di "victim blaming". Cosa significa?
"È la colpevolizzazione che si fa della vittima per il reato da lei stessa subìto. Nel caso della violenza di genere, s…
"Non si devono colpevolizzare le vittime, dire alle donne di fare attenzione. La violenza la conosciamo e possiamo mettere in campo tutte le accortezze, ma serve di più: bisogna individuare nella matrice sessista e patriarcale la ragione unica dei femminicidi, nell'uomo che li commette l'unico colpevole". Carlotta Vagnoli, attivista, autrice di Maledetta sfortuna sulla violenza di genere, lei stessa survivor di abusi, ha criticato sui social la narrazione dell'assassinio di Martina Scialdone, uccisa a Roma con uno sparo al petto dal suo ex compagno, e alcune affermazioni della magistrata Maria Monteleone, che per anni ha guidato il pool di pm romani che si occupano di reati contro le fasce deboli, in una intervista su Repubblica.
Vagnoli, lei ha parlato su Instagram di "victim blaming". Cosa significa?
"È la colpevolizzazione che si fa della vittima per il reato da lei stessa subìto. Nel caso della violenza di genere, si fa vittimizzazione della donna quando la si incolpa in modo subdolo, sottile, quando si pensa che in fondo se la sia andata a cercare, quando le si dice ad esempio: "Se ti vesti da ragazza perbene, se ti difendi, allora non accadrà", come nel caso dell'opuscolo anti-stupri di Cividale del Friuli. O se si sostiene che Martina Scialdone, proprio in quanto avvocata, proprio perché si era occupata anche di violenza sulle donne, è stata anche lei un po' ingenua se è stata ammazzata. E invece no: l'unico colpevole è l'uomo che ammazza. Fare victim blaming aumenta la prassi secondo la quale si sottovaluta il danno di una violenza e non si crede alle donne che denunciano".
Perché è sbagliato dire che Martina Scialdone, in quanto avvocata, avrebbe dovuto avere i mezzi per decodificare i comportamenti del suo assassino?
"Perché è una frase che lede Scialdone sia come donna che come figura professionale. Se è stata uccisa allora era un'avvocata a metà? Ne capiva di violenza sulle donne ma alla fine non abbastanza? Questo è esattamente un esempio di victim blaming. Non ci sono cliché nella violenza di genere. Basterebbe dire che è un fenomeno trasversale che colpisce qualsiasi classe sociale, qualsiasi tipo di donna. E per questo va 'curato' dappertutto".
Cosa pensa di chi commenta il caso sostenendo che nei panni di Martina Scialdone non avrebbe mai accettato quell'ultimo appuntamento?
"Spesso certi comportamenti estremi non sono anticipabili anche se si è spaventati. Scialdone si era già allontanata da lui, aveva già chiuso la relazione perché problematica o non soddisfacente, aveva dato la sua posizione gps a un'amica, aveva chiamato poi il fratello per farsi venire a prendere, aveva dato appuntamento al suo ex in un locale pubblico e affollato forse per sentirsi più sicura. E nonostante questo è stata uccisa. Siamo solo noi a posteriori a dire che quello fosse 'l'ultimo appuntamento'. Lei non poteva saperlo".
È sbagliato per lei suggerire alle donne di essere più attente, più preparate?
"Fare informazione è corretto, è giusto. Ma in molte, anche tra le ragazze più giovani, abbiamo già consapevolezza, abbiamo già una serie di codici che ci tramandiamo tra generazioni per cercare di non finire in alcune situazioni violente. Il problema è che non basta: se non si cambia prospettiva non cambierà niente. Lo dimostra il fatto che gli omicidi in Italia calano più dei femminicidi. Deve essere decostruito dall’altro lato il sistema maschilista e patriarcale che porta alla manipolazione psicologica e alla violenza di genere. Per usare una metafora: le donne le grate alle finestre le mettono da sempre, ma le finestre vengono comunque infrante".
Non crede siano però importanti gli appelli a riconoscere la violenza, i campanelli di allarme e a denunciarli subito?
"Certamente, ma bisogna anche tenere in conto e capire che spesso non si denuncia proprio per paura della vittimizzazione. O perché si è economicamente dipendenti, perché non si ha un appoggio esterno, perché non si conoscono le reti solidali, perché c'è una confusione estrema, perché si sta in una lavatrice in centrifuga, perché c'è una sottovalutazione del rischio. Davanti a questo serve un cambiamento culturale, un linguaggio più preciso e più adeguato e anche una nuova storia giuridica che non incolpi la vittima, che non parli di raptus o gelosie come molte sentenze che negli anni abbiamo letto".