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Messina Denaro, ora il paese di Castelvetrano ritrova la memoria: “Quella faccia l’abbiamo vista più volte”

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Non c’è aria di festa nella roccaforte del boss. Pochi al flashmob del Pd. E c’è chi dice: “Si muoveva liberamente”
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CASTELVETRANO - Gli unici ad applaudire i carabinieri che dalle 9 del mattino presidiano la casa di famiglia dei Messina Denaro al numero 2 di via Luigi Sarno sono i bambini che si affacciano dalle finestre della scuola elementare. All'interno della palazzina di tre piani, l'anziana madre del boss e una delle sorelle, Bice, assistono in silenzio all'ennesima perquisizione. Solo che questa volta, dopo trent'anni, Matteo Messina Denaro è con le manette ai polsi. E sua figlia Lorenza, oggi mamma di un bimbo di un anno, non si fa vedere in giro.

La casa della famiglia di Matteo Messina Denaro a Castelvetrano: qui vivono la madre e una delle sorelle del boss 


Le voci del paese

"Giornata nera", dice passando via veloce un giovane, giocando sul doppio senso dei nuvoloni color piombo che stanno per scaricare sulla roccaforte del boss una pioggia battente ch…

CASTELVETRANO - Gli unici ad applaudire i carabinieri che dalle 9 del mattino presidiano la casa di famiglia dei Messina Denaro al numero 2 di via Luigi Sarno sono i bambini che si affacciano dalle finestre della scuola elementare. All'interno della palazzina di tre piani, l'anziana madre del boss e una delle sorelle, Bice, assistono in silenzio all'ennesima perquisizione. Solo che questa volta, dopo trent'anni, Matteo Messina Denaro è con le manette ai polsi. E sua figlia Lorenza, oggi mamma di un bimbo di un anno, non si fa vedere in giro.

La casa della famiglia di Matteo Messina Denaro a Castelvetrano: qui vivono la madre e una delle sorelle del boss 


Le voci del paese

"Giornata nera", dice passando via veloce un giovane, giocando sul doppio senso dei nuvoloni color piombo che stanno per scaricare sulla roccaforte del boss una pioggia battente che svuota le strade di questo centro del Trapanese, una lunga teoria di palazzine con le facciate senza intonaco, vetrine chiuse, bar deserti tranne quelli della zona industriale, genitori che aspettano impazienti i bambini all'uscita di scuola per allontanarsi velocemente ed evitare domande inopportune. Non c'è aria di festa a Castelvetrano, nessuno parla, non una tv accesa nei bar dove tutti ostentano indifferenza. I pochi che non fanno finta di non sapere liquidano la questione così: "Lo Stato non ha preso proprio nessuno, casomai si è consegnato, come fece suo padre". Don Ciccio Messina Denaro, lo storico capomafia fattore della famiglia dei banchieri D'Alì, per la verità si fece "ritrovare" morto il 30 novembre del 1998 nelle campagne di Castelvetrano dopo una latitanza durata otto anni. Matteo era già uccel di bosco e non si presentò mai a dare l'ultimo saluto al padre, a cui però la famiglia non ha mai mancato di rendere omaggio con un necrologio pubblicato ogni anno.


"Qui gli anziani lo sapevano e lo dicevano da mesi che Matteo era gravemente malato, mia nonna me l'aveva detto", racconta Lucia, una giovane donna che si ferma davanti casa dei Messina Denaro e ammette quello che adesso sono pronti a sussurrare in tanti. "Dicevano che si era fatto la plastica, ma non è vero. È uguale. Ora che l'ho visto in foto sono sicura che si muovesse liberamente a Castelvetrano e nei paesi del circondario, Montevago, Menfi, Santa Margherita Belice. Dicono che abitasse in una casa di campagna da queste parti. Anche io penso di averlo visto qualche mese fa al Belicittà, il centro commerciale della zona".

La felicità dell'imprenditrice Elena Ferraro

Vero o no, quel che è sicuro è che dopo trent'anni Matteo Messina Denaro a Castelvetrano non è più un fantasma. E soprattutto non è più il fantasma che, per quasi dieci anni, ha sconvolto la vita di Elena Ferraro, la coraggiosa inprenditrice titolare della clinica privata Hermes costretta a vivere sotto scorta dopo aver denunciato pesanti richieste di estorsione da parte di un uomo che un giorno entrò nel suo ufficio, si sedette davanti a lei e le disse: "Sono Messina Denaro", chiedendole di entrare in società. Per qualche minuto Elena Ferraro credette che fosse il superlatitante in persona, in realtà era il cugino Mario, ma poco cambiava. La denuncia, la solitudine in paese, la paura, la decisione di rimanere a Castelvetrano alla guida dell'azienda, poi l'arresto e la condanna del mafioso in seguito alla sua denuncia, e ancora il ritorno in libertà di Mario Messina Denaro e di nuovo paura. Ieri mattina, le lacrime di felicità: "Finalmente mi sento una donna libera, torno a vivere e con me i giovani di Castelvetrano. Ho sempre creduto che prima o poi lo avrebbero arrestato, ho sempre avuto fiducia nello Stato che mi ha sempre protetto e sostenuto e ora come non mai dico: "Ne è valsa la pena". Certo, adesso saranno in tanti a tremare e non solo qui a Castelvetrano, per la paura che lui possa parlare".

L'imprenditrice Elena Ferraro (ansa)

Il flashmob del Pd

Ecco perché, in questa parte di Sicilia con un tasso di supermercati e impianti di carburante senza eguali in Italia (tutti controllati da prestanome di Messina Denaro), il 16 gennaio per molti tutto è tranne una giornata di festa. Ed ecco perché, alle sette di sera, nella piazza centrale del Paese al flashmob convocato dal Pd, oltre ai gruppi di boyscout e ai militanti del partito, solo alcune decine di giovani stappano lo spumante. e cantano l'inno d'Italia. Ma il sindaco Enzo Alfano è pronto a far svegliare la sua città: "Invito tutte le associazioni, giovani, studenti, persone di buona volontà a venire domani in piazza per manifestare la grande gioia per questo evento. Oggi ha vinto lo Stato, ci liberiamo da questa cappa che ha oppresso Castelvetrano. Spero davvero che ora Messina Denaro consenta di alzare il velo su vicende che riguardano tutta Italia".

Arresto Messina Denaro, il sindaco di Castelvetrano: "È una giornata di liberazione per questa città"


Sette chilometri più in là, a Campobello di Mazara, il paese di Giuseppe Luppino, l'uomo arrestato insieme al boss, lo stesso silenzio, la stessa indifferenza. In via Marsala 54, l'indirizzo segnato nella carta di identità intestata ad Andrea Bonafede utilizzata da Messina Denaro, tutte le tapparelle delle finestre sono abbassate. E al citofono che reca la scritta "Andrea Bonafede, Antonella Leone", non risponde nessuno. E nessuno, tra i vicini di questa strada stretta e anonima che abbassano in fretta le serrande e ignorano i citofoni, sembrano conoscere Gloria, Giacomo, Andrea Bonafede, la famiglia di questo misterioso geometra di cui il boss aveva assunto l'identità. Nascosta dietro le griglie di una tapparella, solo una donna sussurra: "La palazzina sembrava disabitata da tempo. Solo ogni tanto veniva un giovane a ritirare la posta dalla cassetta". Di carabinieri qui nemmeno l'ombra, segno che non è qui che occorre cercare i "pizzini" di Matteo Messina Denaro.