Assisi, omicidio di Davide Piampiano, il "biondo" confessa: "Ho sparato io, credevo fosse un cinghiale"
di Antioco Fois , di Antioco FoisPERUGIA - "Ho visto le frasche muoversi è ho sparato. Era buio e pensavo fosse un cinghiale, è stata una tragica fatalità". A testa bassa, Piero Fabbri, alla fine ha confessato di avere sparato quel colpo fatale che ha trafitto Davide Piampiano e nel giro di pochi minuti ha spento la sua vita. Lo ha fatto tra le lacrime davanti al gip di Perugia, stamattina nel corso dell'interrogatorio di garanzia, quando il peso della coscienza o le prove acquisite dai carabinieri hanno fatto crollare il castello di "fandonie" costruito sulla morte del 24enne di Assisi, come le ha definite lo stesso magistrato che ha presieduto l'udienza e ha firmato la sua custodia cautelare in carcere per l'accusa di omicidio volontario sotto il profilo del dolo eventuale.
A ripercorrere le prime ammissioni del "Biondo", dall'aula nel carcere di Capanne, è l'avvocato Luca Maori, che difende il muratore 56enne. L'amico che Davide chi…
PERUGIA - "Ho visto le frasche muoversi è ho sparato. Era buio e pensavo fosse un cinghiale, è stata una tragica fatalità". A testa bassa, Piero Fabbri, alla fine ha confessato di avere sparato quel colpo fatale che ha trafitto Davide Piampiano e nel giro di pochi minuti ha spento la sua vita. Lo ha fatto tra le lacrime davanti al gip di Perugia, stamattina nel corso dell'interrogatorio di garanzia, quando il peso della coscienza o le prove acquisite dai carabinieri hanno fatto crollare il castello di "fandonie" costruito sulla morte del 24enne di Assisi, come le ha definite lo stesso magistrato che ha presieduto l'udienza e ha firmato la sua custodia cautelare in carcere per l'accusa di omicidio volontario sotto il profilo del dolo eventuale.
A ripercorrere le prime ammissioni del "Biondo", dall'aula nel carcere di Capanne, è l'avvocato Luca Maori, che difende il muratore 56enne. L'amico che Davide chiamava "secondo papà" e che ora è indagato per tutte le fasi dell'incidente di caccia dello scorso 11 gennaio, ha però respinto l'accusa di avere depistato le indagini. In particolare, secondo l'accusa sostenuta dalla procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone, Fabbri avrebbe ritardato la richiesta dei soccorsi, per quattro interminabili minuti, prima di fare la prima chiamata ad Alessandro, l'amico che era a caccia con loro in un tratto impervio in località Fosso delle Carceri, sulle pendici del monte Subasio, vicino ad Assisi. Minuti lunghissimi, mentre Davide, ferito sotto lo sterno e con il fegato perforato urlava e diceva che stava morendo.
Secondo l'ordinanza di custodia cautelare, l'indagato avrebbe messo in atto un depistaggio per allontanare da sé ogni indizio di coinvolgimento, per avvalorare la versione che al 24enne si era ferito accidentalmente con il suo stesso fucile. Per il gip, Fabbri avrebbe potuto salvare l'amico, ma lo ha lasciato morire per salvare sé stesso. La prova che l'accusa considera determinante è il video di 17 minuti girato dalla telecamera che la vittima portava montata sul cappellino e che ha catturato le fasi del ferimento e quanto accadeva attorno a lui nei minuti successivi.
Secondo la tesi difensiva, il 56enne è sempre rimasto accanto al ferito, e anche se fossero stati subito avvisati i soccorsi, l'epilogo sarebbe stato diverso. L'indagato, in base a quanto riferito dal suo difensore, ha sostenuto di avere scaricato il fucile del giovane non per fare sembrare che fosse stata quell'arma a sparare e ferire la vittima, ma per questioni di sicurezza. Ha poi ammesso di non avere chiamato i soccorsi direttamente, ma di averlo fatto attraverso le telefonate agli amici e a sua moglie.
E poi, la versione ripetuta anche ai familiari, di Davide che si era ferito da solo, di avere sentito uno sparo da lontano e avere trovato il 24enne a terra che gli chiedeva aiuto, la avrebbe continuata a sostenere nei giorni dopo l'incidente "perché non avevo il coraggio di dire a i genitori che avevo sparato io", spiega il legale che lo assiste. "Vorrei essere morto io - avrebbe detto questa mattina in udienza, sempre secondo quanto riportato dal penalista - la mia vita è finita perché ho sparato al ragazzo che consideravo il figlio che non ho mai avuto".
"Non si può perdonare il comportamento che ha avuto dopo l'omicidio", commenta a Repubblica Catia Roscini, madre di Davide, che nei giorni dopo la morte del figlio ha ricevuto quotidianamente visite di Fabbri nella propria casa, che gli ha ripetuto di continuo la tesi dell'incidente autonomo. "Non ho mai creduto a questa versione e lui ha provato in tutti i modi a salvare sé stesso", continua la donna, che nella vita professionale è avvocato e giudice onorario al tribunale di Spoleto.
Nei progetti di Davide c'era una casa e una nuova attività imprenditoriale di famiglia. "Una country house già in costruzione", spiega la madre del ragazzo laureato in economia del turismo. Un'attività che si sarebbe aggiunta alle altre di famiglia per le quali Davide lavorava. "Era brillante, molto intelligente - continua - e aveva uno spiccato spirito imprenditoriale. Quando non era ancora laureato aveva progettato con alcuni amici un'app per le audioguide della basilica di Assisi". La casa che Davide sognava di costruire era in mezzo al verde, in un terreno comprato dalla famiglia nella zona del Fosso delle Carceri, non troppo lontano dal luogo della tragedia. "Purtroppo si era appassionato alla caccia, ma noi siamo sempre stati contrari. Non solo per una un fatto di sicurezza, Davide era molto prudente e aveva comprato un fucile con una doppia sicura, ma perché della caccia di per sé non approviamo niente".
"Volevo che venisse fatta chiarezza sulla morte di mio figlio, ma non sono in cerca di vendette", conclude la madre di Davide, che con la famiglia è rappresentata dall'avvocato Franco Matarangolo. “Le parole dell’indagato - commenta il penalista - dette ora, forse per alleggerire il carico accusatorio, non valgono molto, a fronte delle bugie dette dopo l’accaduto e della mistificazione delle prove messa in atto. A maggior ragione valgono poco a fronte di quanto non ha fatto e cioè chiamare i soccorsi e guidarli da esperto della zona, invece di chiamare la moglie e altri che non erano sul posto come lui, tornare a casa a nascondere il fucile e pensare ad allontanare da sé ogni responsabilità”.
La difesa dell'indagato ha chiesto la revoca della custodia in carcere o l'applicazione di una misura alternativa. Sull'istanza del legale si pronuncerà il giudice del capoluogo umbro. Gli atti successivi saranno invece di competenza della magistratura di Firenze alla quale il procedimento è stato trasmesso per competenza, a causa del ruolo il ruolo in magistratura della madre della vittima.