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Una culla e un letto sicuri: violenza ostetrica, dopo lo sdegno servono azioni

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"Dall'inizio della pandemia da COVID-19, per rispondere alle emergenti esigenze di riorganizzazione della rete assistenziale del percorso nascita, si è resa necessaria una revisione dei percorsi di presa in carico delle donne in gravidanza, delle madri, dei padri e dei neonati; in Italia emerge una grande variabilità rispetto all'accoglienza nelle unità di ostetricia del padre o di una persona di riferimento della donna durante il travaglio, il parto e la degenza ospedaliera. Per le donne COVID-19 sospette o positive, la presenza dell'accompagnatore durante il travaglio, il parto e la degenza talvolta non è prevista, in altri casi è subordinata al rispetto delle misure di screening all'ingresso, delle misure di prevenzione primaria e all'applicazione di una rigorosa limitazione degli spostamenti all'interno della struttura. In alcuni casi l'esclusione della presenza dell'accompagnatore è prevista anche per …

"Dall'inizio della pandemia da COVID-19, per rispondere alle emergenti esigenze di riorganizzazione della rete assistenziale del percorso nascita, si è resa necessaria una revisione dei percorsi di presa in carico delle donne in gravidanza, delle madri, dei padri e dei neonati; in Italia emerge una grande variabilità rispetto all'accoglienza nelle unità di ostetricia del padre o di una persona di riferimento della donna durante il travaglio, il parto e la degenza ospedaliera. Per le donne COVID-19 sospette o positive, la presenza dell'accompagnatore durante il travaglio, il parto e la degenza talvolta non è prevista, in altri casi è subordinata al rispetto delle misure di screening all'ingresso, delle misure di prevenzione primaria e all'applicazione di una rigorosa limitazione degli spostamenti all'interno della struttura. In alcuni casi l'esclusione della presenza dell'accompagnatore è prevista anche per la normale gestione del parto delle donne COVID-19 negative: come esplicitato dal sito web dell'Istituto superiore di sanità l'esperienza della gravidanza, della nascita e dell'allattamento sono elementi fondanti della genitorialità consapevole, della Nurturing Care e della promozione della salute delle madri, dei padri e dei bambini e bambine. La presenza del padre o di una persona a scelta della donna per il travaglio, il parto, il post partum e, qualora possibile, durante la degenza ospedaliera dovrebbe essere garantita e regolamentata nel rispetto dell'evoluzione locale dell'epidemia".

La solitudine delle madri. In queste settimane, dopo la morte di un neonato soffocato nel letto di ospedale in cui era stato messo accanto a sua madre, che dopo averlo allattato ed esausta per il travaglio si è addormentata, si torna a parlare di come la sanità pubblica affronta la questione maternità, dei protocolli per la sicurezza delle neomamme dei neonati, di violenza ostetrica in senso lato. Si parla di rooming-in, di genitorialità condivisa, di donne che odiano le donne. Claudia De Lillo, Elasti, ha raccontato sulle nostre pagine questa solitudine.

Tre parlamentari Pd - Lia Quartapelle, Marianna Madia e Chiara Gribaudo - hanno presentato nei giorni scorsi una interrogazione (e il testo di apertura ne è parte) sulla questione dei protocolli Covid nei reparti di ostetricia e ginecologia. Perché non che prima della pandemia fosse tutto rosa e fiori, ma con le regole giustamente stringenti per limitare i contagi la situazione in molti casi è precipitata: e le donne che hanno appena partorito si ritrovano nelle prime e importanti ore dopo il parto a gestire quasi in solitudine il neonato. E a gestire sé stesse. Di racconti ne abbiamo letti tantissimi, di ogni genere, con la costante della colpevolizzazione della madre da parte del personale sanitario - ma anche di parenti - perché "pensavi fosse una passeggiata? L'hai fatto e ora devi occupartene".


Nella valanga che i social hanno prodotto su questo tema si è visto di tutto, compresa la chiusura causa segnalazioni multiple di una pagina Facebook, "L'ostetrica in crisi", in cui quella che spero non sia davvero un medico fa ironia tra meme e card sulle donne che hanno appena partorito e che chiedono attenzioni. Mettendo in un unico calderone chi suona il campanello ogni due minuti anche per farsi accendere la tv e chi chiede di non essere lasciata sola a gestire un neonato, chi chiede aiuto per andare in bagno perché magari è piena di punti per il parto e non ce la fa.

"Sempre più donne dichiarano di sentirsi sole dopo il parto vista l'imposizione, a causa del Covid, degli esigui orari di visita del padre o di altra persona di riferimento della madre e dell'impossibilità di condividere con loro periodi più lunghi nel corso della giornata; pur nella consapevolezza che il COVID-19 non sia finito e che è sempre possibile una sua recrudescenza, al fine di evitare sentimenti di abbandono e di solitudine, in un momento molto delicato per la donna è necessario rivedere i protocolli di accoglienza nelle unità di ostetricia del padre o di una persona di fiducia della donna durante il travaglio, il parto e la degenza ospedaliera; la presenza del padre, o di una persona di riferimento della donna, durante il travaglio, il parto e la degenza ospedaliera è un aspetto organizzativo che compete alle singole strutture sanitarie e, attualmente, vi è molta variabilità tra presidi sanitari anche all'interno delle stesse regioni": l'interrogazione delle tre deputate continua così, chiedendo al ministro della Salute "se non ritenga doveroso adottare iniziative per predisporre misure uniformi su tutto il territorio nazionale al fine di garantire, nel rispetto della salute di tutti i soggetti coinvolti, e della ormai ineluttabile convivenza con il virus della SARS-CoV-2, misure volte a garantire nei percorsi nascita la presenza del padre o di una persona a scelta della donna in tutte le fasi del travaglio, del parto, del post partum, assicurando che durante la degenza ospedaliera la presenza di una figura di riferimento per la puerpera non sia limitata al mero orario di visita".


Perché i temi qui sono due: l'idea - che hanno moltissimi medici - che la donna debba accettare quello che può accadere durante il parto e nelle settimane successive senza fiatare, perché questa è la natura; e il problema enorme dei tagli alla sanità, che svuotano di personale i reparti, così quando arriva la pandemia e tiene fuori dalle stanze l'altro genitore o chi per lui, il rapporto numerico tra assistenti e assistite non dà scampo.

Qualche giorno fa Quartapelle ha raccolto altre storie in una diretta Instagram con Gloria Scarpa, che su quel social è L'ostetrica in rosa, 26 anni, lavoro da libera professionista e una community di donne che le chiedono consigli. E il suo è soprattutto uno: "Prima del parto bisogna porre al personale sanitario dell'ospedale che si è scelto tutte le domande e i dubbi che si hanno, per essere nelle condizioni di capire anche il tipo di assistenza che si potrà avere. Deve esserci il consenso esplicito per pratiche come la manovra di Kristeller, l'esempio più comune di violenza ostetrica quando viene fatta senza che la donna sappia quello che sta accadendo". E poi sì al rooming-in - ma con quali regole? E con quale assistenza mi chiedo io -, il bambino in stanza, no al bed sharing, la condivisione del letto tra mamma e neonato che è, come si è purtroppo visto, molto pericolosa. Ovo, l'osservatorio sulla violenza ostetrica, raccoglie dati e storie e, per quanto gli ultimi numeri non siano recentissimi, traducono quello che tante donne raccontano in questi giorni:

"L'indagine ha rilevato che per 4 donne su 10 (41%) l'assistenza al parto è stata per certi aspetti lesiva della propria dignità e integrità psicofisica. In particolare, la principale esperienza negativa vissuta durante la fase del parto è la pratica dell'episiotomia, subita da oltre la metà (54%) delle mamme intervistate. Un tempo considerata un aiuto alla donna per agevolare l'espulsione del bambino, oggi, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la definisce una pratica "dannosa, tranne in rari casi". L'episiotomia è, a tutti gli effetti, un intervento chirurgico che consiste nel taglio della vagina e del perineo per allargare il canale del parto nella fase espulsiva. Rispetto alle lacerazioni naturali che spesso si verificano durante il parto, tale operazione necessita di tempi più lunghi per il recupero con rischi anche di infezioni ed emorragie".

Serve formazione per il personale sanitario, servono investimenti anche sulla genitorialità condivisa, serve rivedere a fondo la questione del consenso ai trattamenti che vengono praticati durante il parto. Serve aiuto: in Lombardia il consigliere regionale dem Pietro Bussolati ha messo tra le proposte del suo programma elettorale (in Lombardia si vota domenica 12 e lunedì 13) il progetto dell'ostetrica a domicilio, per un accompagnamento in un altro momento delicato, quello in cui si torna a casa e ci si trova soli a gestire il neonato. La sua stima è che per coprire un programma di due visite a domicilio dopo il parto per tutte le donne lombarde servirebbero tra i 7 e gli 8 milioni: investire in salute e in prevenzione, che idea rivoluzionaria per questo paese.

E proprio pensando al fatto che servono soluzioni, servono investimenti, sono giorni che mi interrogo sul senso delle parole della ministra alla Famiglia, alla Natalità e alle Pari Opportunità Eugenia Roccella. Che commentando a L'aria che tira la vicenda di Roma ha assicurato che "per le partorienti vogliamo ricostruire quella rete che prima era una rete spontanea  di parentela e di comunità, che adesso non c'è più, ricostruirla attraverso un welfare di prossimità. Per esempio si parla tanto di telemedicina. Io stessa sono andata dal pediatra mille volte in più di quello che sarebbe stato necessario: allora perché non avere un collegamento con l'ostetrica, con qualcuno in ospedale che quando hai dei dubbi può dare dei suggerimenti, ti dice cosa fare", e già qui l'unico commento è quello di Assia Neumann Dayan su Twitter: "Ci becchiamo su Zoom".

Ma ancor di più mi scervello su questa frase: "Le donne dopo avere partorito sono in un momento molto delicato. Mi ricordo io subito dopo il parto ho detto alle amiche 'non fate figli'. Ovviamente poi li ho fatti. È evidente che siamo in un momento di grande fragilità, di estrema stanchezza, anche di grande felicità, di bisogno, di compagnia e di accudimento. Anche perché oggi le donne non sono più abituate ad avere un bambino in braccio. Quella catena di saperi femminili si è interrotta". Ministra, e chi li tiene allora questi bambini?