Intervista a Beppino Englaro: “Per la libertà seimila giorni d’inferno, ma oggi sono in pace perché Eluana ha vinto”
di Ezio Mauro , di Ezio MauroBeppino Englaro, il 3 febbraio 2009 lei ha accompagnato sua figlia Eluana nel viaggio verso la clinica dove sapeva che sarebbe morta. Come è arrivato a questo appuntamento, deciso nel dolore e nell’amore congiunti di un padre?
«Non di un padre, ma di due genitori, consapevoli di avere una figlia straordinaria con idee chiarissime riguardo alla sua vita. Noi non potevamo rinnegare quelle idee».
Lei per 17 anni ha dato voce a Eluana, e si è battuto in suo nome. Ma nel senso comune questo diritto di scegliere liberamente la morte sembra un atto contro natura, difficile da comprendere. Come risponde?
«Ma scusi, ma quando si creano condizioni peggiori della morte, cosa resta a un individuo? Eluana si è espressa su questa specifica condizione: cosa doveva fare di più per essere ascoltata?».
La prima volta in cui si è trovato di fronte all’onere di decidere il destino di sua figlia è stato il 18 gennaio 1992, il …
Beppino Englaro, il 3 febbraio 2009 lei ha accompagnato sua figlia Eluana nel viaggio verso la clinica dove sapeva che sarebbe morta. Come è arrivato a questo appuntamento, deciso nel dolore e nell’amore congiunti di un padre?
«Non di un padre, ma di due genitori, consapevoli di avere una figlia straordinaria con idee chiarissime riguardo alla sua vita. Noi non potevamo rinnegare quelle idee».
Lei per 17 anni ha dato voce a Eluana, e si è battuto in suo nome. Ma nel senso comune questo diritto di scegliere liberamente la morte sembra un atto contro natura, difficile da comprendere. Come risponde?
«Ma scusi, ma quando si creano condizioni peggiori della morte, cosa resta a un individuo? Eluana si è espressa su questa specifica condizione: cosa doveva fare di più per essere ascoltata?».
La prima volta in cui si è trovato di fronte all’onere di decidere il destino di sua figlia è stato il 18 gennaio 1992, il giorno dell’incidente. Che cosa è successo esattamente?
«Eluana rientrava a casa con la mia macchina su una strada ghiacciata ed è entrata in testacoda, finendo contro un muro. Un incidente molto grave: soccorsa prontamente, è subito precipitata in uno stato di coma profondo».
Chi era Eluana prima di quel 18 gennaio ‘92?
«Una ragazza molto forte. Già a dieci anni, in una disputa familiare ci apostrofò dicendo: “Cosa credete, la vita è mia, ho la mia dignità, la mia libertà”. Non accettava imposizioni. Madre natura le aveva dato un vero splendore, e un carattere deciso, determinato».
Quando Eluana vi aveva detto che avrebbe preferito morire piuttosto che vivere in stato vegetativo?
«Lo ha detto varie volte, ma soprattutto nei giorni dell’incidente del suo amico Alessandro, soprannominato “Furia”, perché era un ragazzo veramente incontenibile. Quando lei lo ha visto imbrigliato nei meccanismi estremi della rianimazione, ci ha ammoniti: “Non a me, ricordatevelo”».
Quando comincia a farsi strada in lei il dubbio che la vita senza pensiero non abbia un senso?
«Nel primo colloquio col primario di rianimazione a Lecco, il professor Massei, lui ci ha spiegato che la situazione era gravissima e che l’indomani sarebbe intervenuto con la tracheotomia. Noi abbiamo obiettato: guardi professore, Eluana si è espressa più volte su situazioni come questa, e poiché ormai non può spiegarsi noi vorremmo parlare per lei, sostenendo le sue convinzioni. E lui ci ha risposto che non c’era più niente su cui discutere: “Noi non possiamo non curare”, sono state le sue parole».
Lei cos’ha obiettato?
«Mi scusi, professore, ma se mia figlia fosse capace di intendere e volere, lei sarebbe costretto a dialogare, e Eluana potrebbe dirle un semplice sì o no a qualsiasi tipo di terapia. Non può farlo, e noi diciamo “no” al suo posto, per lei».
Sono le due linee che si contrapporranno per tutta la vicenda?
«Sì. Ho chiesto ancora al professore chi gli dava questo diritto: la cultura della vita, mi ha risposto, la mia scienza, la coscienza, il codice deontologico, il giuramento di Ippocrate. Gli ho ribattuto: e la cultura della libertà, lei non la considera?».
I familiari che si trovano davanti a un malato in stato vegetativo permanente raccontano un alternarsi di sentimenti. Prima le preghiere, le invocazioni: resisti in ogni modo purché io possa accarezzarti, purché possa parlarti, purché possa pensare che un raggio di sole ti fa sentire il suo tepore. E in altri momenti, il dubbio, la sensazione che quella cura sia soltanto il frutto di un’ostinazione arbitraria sul corpo di un’altra persona. Perché per lei è stato diverso?
«Perché Eluana, per quanto concerne la sua vita, conosceva solo il bianco e il nero. I grigi, diceva, potete tenerveli. E davanti a questa posizione estrema c’è poco da dire».
Ma lei non ha mai cercato un segno di speranza in una posizione intermedia?
«Vede, per farle capire le leggo una lettera di Eluana, scritta a noi nel Natale ‘91 — un mese prima dell’incidente — e poi non recapitata, come faceva spesso. Eccola: “Ciao grandi. Vi volevo ringraziare per tutto quello che mi avete donato in questi lunghi ventun anni trascorsi insieme. Sai, tu papi ogni tanto dici che non siamo una famiglia perfetta ed hai ragione perché siamo super. Spero di non deludervi mai perché ne soffrirei più io di voi. Voi due, oltre ad essere dei perfetti genitori, siete anche due buone persone, perché mi avete insegnato la bontà e la generosità, ma soprattutto dei grandi valori quali il rispetto verso se stessi e gli altri, il piacere di avere una famiglia salda, calda, affettuosa, sulla quale si può sempre contare. Spero un giorno di diventare brava come voi. Con tanto affetto Eluana”. Pensi che questa lettera l’abbiamo trovata 15 anni dopo. Ma noi non ne avevamo bisogno. Sapevamo».
Normalmente, l’inferno è la paura della morte, l’angoscia della fine. Per lei invece è una vita costretta, ridotta al minimo, senza un senso perché senza coscienza. Com’è arrivato a questa concezione, per gradi, poco per volta?
«No, tutti e tre abbiamo sempre avuto la stessa posizione: la vita è libertà di vivere, non una condanna».
Perché decide subito di dare battaglia?
«Perché non ci hanno dato scampo. Noi rivendicavamo una libertà, un diritto fondamentale. Ma eravamo come due randagi che abbaiavano alla luna, e abbiamo preso atto che la medicina non serve la persona, ma è al servizio della non morte. Davanti a uno stato vegetativo permanente, dice che non è né una morte celebrale né uno stadio terminale; per i medici quella è vita a tutti gli effetti».
Mentre lei la chiama in un altro modo: non morte?
«Non so come definirla, ma so che non si può creare una condizione di vita estranea al modo di concepire l’esistenza, e poi condannare uno a vivere così, comunque».
Si ricorda il momento in cui ha preso la decisione?
«Lo ricordo benissimo. È il mattino in cui il professor Massei ci ha annunciato la rianimazione a oltranza. Questo cozzava con la convinzione di Eluana, che in una situazione del genere avrebbe detto: no, grazie, lasciate che la morte accada».
È il 22 gennaio 1992, poco prima di mezzogiorno: l’ora della scelta. Lei sceglie, a nome di sua figlia, di permettere che la morte prenda il posto di quella che considera una non-vita. Non è una posizione facile da accettare per l’opinione prevalente, se ne rende conto?
«Diciamo pure che il tema era tabù, non se ne poteva parlare. Eravamo soli. Il giudice tutelare, ad esempio, ci ha risposto con due sole parole: “Si rigetta”. Senza neanche convocarci. Tutto qui: si rigetta».
Ma di fronte a questa obiezione — “si rigetta” — , non le è venuto il dubbio che forse la sua posizione era sbagliata?
«Al contrario: noi non riuscivamo a concepire che gli altri non capissero, diciamo così, la forza della vicenda di Eluana nella sua semplicità».
Intanto scorrevano i mesi, passavano gli anni. Quelle fotografie di Eluana con la sua bellezza, con la sua allegria, raccontavano un’epoca passata e conclusa. Posso chiederle se in quegli anni qualcuno le ha proposto di risolvere la situazione in modo obliquo, nell’ombra, purché il Paese non sappia e non veda?
«No, perché abbiamo sempre detto che il tutto doveva finire nella legalità e dentro la società, senza nascondigli e furbizie».
Lei ha reso pubblica una tragedia privata, quasi urlando allo Stato: “Dimmi cosa posso fare, dimmi come devo fare, dimmi qualcosa, sono solo ma resto cittadino e ho il diritto di interpellarti”. Si sentiva dentro a una cosa molto più grande di lei?
«Torniamo sempre al grande amore fra di noi. È quel che ci ha portati quasi a impazzire dal dolore, nel vedere una creatura ridotta in quelle condizioni e non riuscire a venirne a capo, pur agendo nella legalità e dentro la libertà».
Otto anni dopo l’incidente, nel 2000, la Chiesa entra nella discussione. Che cosa obietta al cardinale Barragan che giudica “inconcepibile uccidere una persona in queste condizioni” e invita a “fermare la mano assassina” o al cardinal Bagnasco che parla apertamente di “omicidio”?
«Questa è la posizione dei cattolici. Loro hanno il Vangelo, noi abbiamo la Costituzione, rivendichiamo libertà e diritti fondamentali. Quindi massimo rispetto per i loro valori. Ma mi aspettavo lo stesso rispetto per i valori di una Repubblica laica».
Ma lei è credente?
«No, sono agnostico».
Nella Bibbia sta scritto: “Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita”. La Chiesa parla in nome della legge del Creatore, lei ha sempre invocato la legge delle creature. In caso di contrasto, chi deve prevalere?
«Devono prevalere senza dubbio i valori costituzionali. La Costituzione sta al vertice».
Ma i tribunali le dicono di no, resta soltanto la Cassazione: è l’ultimo tentativo?
«È chiaro. Ma per arrivare alla Corte di Cassazione noi abbiamo speso 15 anni e 9 mesi: 5.750 giorni, si rende conto?».
La Corte afferma il diritto del singolo di vivere le fasi finali della sua esistenza “secondo canoni di dignità umana e finanche di lasciarsi morire”. È la formula che lei ha inseguito in tutti questi anni?
«Quello che io ho detto nel gennaio del ‘92 al professor Massei. Questa sentenza ha portato al decreto del luglio del 2008. Apriti cielo».
Stabilito che l’individuo può disporre del proprio corpo, deve essere un giudice a decretare la fine della nutrizione artificiale, poi bisogna individuare la clinica dove attuare il protocollo e la Regione Lombardia si mette di traverso rispetto alla sentenza. Sono stati questi i momenti più duri?
«Altamente drammatici. Ci hanno costretti a uscire dalla Lombardia perché il presidente Formigoni, anche se non aveva il potere di ostacolare una sentenza del massimo organo giurisdizionale, lo ha fatto».
Il Consiglio dei ministri intanto cerca di varare un disegno di legge che blocchi tutto. C’è la conferenza stampa famosa del presidente del Consiglio Berlusconi, dice che Eluana potrebbe avere un figlio, parla di “gravame”. Davanti a questo fronte compatto, ha mai avuto qualche ripensamento?
«Guardi, avere contro tutte queste persone non era niente per me, perché io ero a posto con la mia coscienza. Non potevo aver contro Beppino Englaro, questo no. E non potevo non fare quello che ho fatto».
Lei ha detto che il massimo amore di un genitore per la propria creatura è quello di dare corpo concreto ai suoi convincimenti, se lei non può più farlo. È così anche quando l’amore apre la strada alla fine?
«È proprio così. La più grande espressione d’amore per Eluana infatti è stata la madre, che si è consumata come una candela, si è ammalata di cancro ed è rimasta sempre accanto alla figlia fino alla fine di se stessa: non ha neanche potuto rendersi conto della morte di Eluana. Il prezzo per salvaguardare la nostra libertà e la nostra dignità è enorme, ma se necessario va pagato».
Quando la pressione aumenta, il governo pensa al decreto, contro una sentenza passata in giudicato. Lei come ha vissuto quel momento?
«Un passaggio infernale, com’è stato infernale vivere quei giorni».
Non è finita: il presidente Napolitano decide di non firmare il decreto. Dunque?
«Incredibilmente, loro volevano andare avanti lo stesso. E questo è il colmo dei colmi: neanche il capo dello Stato poteva tutelare la legalità».
C’è però una clinica che si rende disponibile ad applicare il protocollo. È “La Quiete” di Udine. Davanti all’ingresso risuonano grida, imprecazioni, accuse, inviti a Eluana — “risvegliati!” — come se la scienza e la medicina che certificano il contrario dicessero il falso. Lei cosa ha risposto?
«Non c’era niente da rispondere a quello squallore. Davvero: niente di niente».
Si arriva così al 9 febbraio del 2009 quando, tre giorni dopo la sospensione dell’alimentazione forzata col sondino, Eluana muore alle 20,15 a 38 anni. Ne aveva 21 al momento dell’incidente e quindi sono passati 6.233 giorni. Le chiedo, è questa è la misura della pena che lei ha vissuto con sua moglie dentro un tormento che immagino infinito?
«Sì. Resistere 6.233 giorni significa subire una violenza inaudita, contro due genitori che volevano solo rispettare la loro creatura».
Mi viene da pensare che lei ha cercato di trasformare, forse inconsapevolmente, la misericordia, la solidarietà umana e la compassione suscitate da questo caso in qualcosa di diverso, un diritto per tutti. È così?
«No, non è così, veramente. Lascio a loro tutta quella misericordia, tutto il resto. No. C’è un’altra cosa al centro di tutto, ed è il primato della coscienza personale».
Ma la grande questione della vita e della morte non viene prima della questione dei diritti?
«Il tema universale della vita e della morte fa paura, e lo so bene. Non a noi, perché abbiamo visto che ci sono cose peggiori della morte. Ma grazie a mia figlia è nata una legge. L’Eluana di turno, oggi, ha la possibilità di non farsi intrappolare né nei meccanismi clinici, né nei meccanismi giuridici. Una svolta».
Perché lei ha deciso di non partecipare personalmente al funerale di Eluana?
«Perché ho preferito stare accanto alla creatura splendida che ha amato sua figlia con tutta se stessa: la madre di Eluana».
Beppino Englaro, a tre giorni dal 9 febbraio, lei oggi è in pace?
«Senz’altro. Non sarei stato in pace se non avessi portato a termine il rispetto delle convinzioni di mia figlia. L’unico modo per me di trovare pace era quello di rimanere fedele alla sua testimonianza di vita, alle sue idee: alla scelta di Eluana».