La rinascita di Amyna e le altre 2 mila ragazze operate in Italia dopo l'infibulazione
di Federica Angeli , di Federica AngeliAmyna, otto anni, è stata punita dalla sua (ignara) maestra con due note sul registro accompagnate dalle risate dei compagni prima di scoprire che il suo corpo mutilato poteva essere curato. La piccola, nata in Somalia dove ha subito l'infibulazione, e ora residente in una città del Nord Italia, quando andava in bagno per urinare impiegava 20 minuti, un tempo normale per chi, completamente cucita, deve fare pipì goccia dopo goccia. Solo quando figlia e madre, anche lei vittima di mutilazione, hanno spiegato alla preside il perché di un'assenza così prolungata ogni volta che la piccola andava al bagno, le due sono state messe in contatto con una struttura sanitaria: i medici le hanno operate, restituendo a entrambe un completo recupero urinario, ginecologico e sessuale.
Le 88mila vittime delle mutilazioni
Di storie come quella di Amyna ce ne sono tante, 88.000 sono le donne che vivono in Italia e che hanno subìto questa pratica (i dat…
Amyna, otto anni, è stata punita dalla sua (ignara) maestra con due note sul registro accompagnate dalle risate dei compagni prima di scoprire che il suo corpo mutilato poteva essere curato. La piccola, nata in Somalia dove ha subito l'infibulazione, e ora residente in una città del Nord Italia, quando andava in bagno per urinare impiegava 20 minuti, un tempo normale per chi, completamente cucita, deve fare pipì goccia dopo goccia. Solo quando figlia e madre, anche lei vittima di mutilazione, hanno spiegato alla preside il perché di un'assenza così prolungata ogni volta che la piccola andava al bagno, le due sono state messe in contatto con una struttura sanitaria: i medici le hanno operate, restituendo a entrambe un completo recupero urinario, ginecologico e sessuale.
Le 88mila vittime delle mutilazioni
Di storie come quella di Amyna ce ne sono tante, 88.000 sono le donne che vivono in Italia e che hanno subìto questa pratica (i dati sono della Università Bicocca di Milano). E di queste soltanto in duemila sono state operate: soprattutto donne in stato di gravidanza colte dal panico su come poter partorire e che si sono rivolte quindi agli ospedali. Soltanto in quel momento hanno scoperto dell'intervento al quale avrebbero potuto sottoporsi per ricostruire il loro corpo mutilato.
L'incontro in Senato con la Sicpre
Oggi, in occasione della Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, si terrà un incontro in Senato, organizzato da Francesco Stagno d'Alcontres, presidente della Sicpre, la società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva, e da Stefania de Fazio, ideatrice nel 2019 del Summit contro le mutilazioni. Loscopo è informare tutte le altre ottantaseimila donne infibulate della gratuità dell'operazione, offerta in tutti gli ospedali italiani a carico del servizio sanitario nazionale. A prevederlo è la legge Bonino, la numero 7 del 2006, anche se all'epoca come capo équipe non era contemplata la figura del chirurgo plastico, ma quella del ginecologo a coordinare le procedura in sala operatoria.
All'estero e a pagamento
"Mi è capitato di curare una ragazza che aveva cercato su Google una clinica dove potersi operare - spiega la dottoressa Aurora Almadori, referente dell'area Mutilazioni genitali femminili della Sicpre - Ed era finita in Nord Europa da un ginecologo privato che le aveva preso molti soldi. La conobbi perché, nel post operatorio, aveva avuto dei problemi e si rivolse alla struttura in cui lavoro: non sapeva che avrebbe potuto fare tutto qui, e gratis".
Le quattro tecniche in sala operatoria
Oggi in Senato la dottoressa Almadori spiegherà non solo le quattro tecniche di deinfibulazione e ricostruzione disponibili attraverso il lipofilling (ovvero il prelievo, da diversi punto del corpo, di piccole quantità di grasso, ricco di cellule staminali adulte, e il trasferimento dopo breve depurazione nelle cicatrici).Ma anche quanto sia importante la scelta del linguaggio da usare con le ragazze che arrivano in ospedale per operarsi. "Bisogna tranquillizzarle - spiega - e non metterle a disagio adoperando termini come mutilazione. Sappiamo che fare queste pratiche nei loro Paesi è tradizione . E le chiamiamo col loro nome: in Egitto, ad esempio, si dice tahara, che significa purificazione. Nell'approccio verso queste donne non dev'esserci giudizio, quando arrivano da noi sanno anche loro di aver subito una violazione dei diritti umani e che non c'è niente di male nel voler recuperare una parte importantissima del proprio corpo".
La storia di Fatima
Il dottor Massimiliano Brambilla, altro chirurgo plastico del Sicpre, racconta la storia di Fatima, "una ragazza egiziana, sposata con Mohamed. Ha 24 anni ed è stata infibulata quando ne aveva undici. La cicatrice le permetteva di avere rapporti sessuali, ma dolorosissimi. È stata visitata in un consultorio e l'hanno mandata da me per migliorare le cicatrici vulvari. I due arrivano nello studio medico insieme. Lui vende frutta e verdura e parla un italiano mediocre, ma si fa capire. Lei fa la casalinga e ha qualche problema di comunicazione in più, ma in inglese ci s'intende perfettamente. Spiego loro qual è il mio proposito, il valore della rigenerazione e le possibilità di migliorare la qualità delle cicatrici. Dopo un lungo mutismo, il marito risponde che l'autorizzazione deve darla sua madre, ossia la suocera della vittima". Brambilla allora, dal cellulare di Mohamed, telefona alla donna, che vive ad Asyut. "In viva voce le spiego il problema, con parole semplici. E i benefici che la nuora potrebbe conseguire. Finalmente, dopo 30 minuti, arriva l'autorizzazione. E Fatima può essere operata".