Da Berengo Gardin a Oliviero Toscani: la storia della Polizia raccontata dagli scatti d'autore
di Michele Smargiassi , di Michele SmargiassiÈ la sera del 28 luglio 1985, e Beppe Montano, il capo della sezione catturandi della Polizia di Palermo, è appena stato freddato da un sicario sul molo di Santa Flavia, mentre rientrava da una gita con la fidanzata. Poliziotti, carabinieri nella luce tagliente delle fotoelettriche. La foto è storta, male esposta, sfocata: sono questi i suoi pregi. Perché quella foto vibra della rabbia del fotografo che la scattò, da dietro la fiancata di una Pantera.
No, non sono "foto segrete" le trecento immagini che la Polizia di Stato mette online in una sorta di libro digitale dal titolo Al servizio del paese. Non sono foto segnaletiche, o foto di appostamenti, o foto-prove per i processi. Sono forse qualcosa di più: una storia della Repubblica italiana vista dall'istituzione chiamata ad applicarne le leggi. E in fondo è una storia, se non segreta, insolita, particolare, che ora diventa pubblica.
È la sera del 28 luglio 1985, e Beppe Montano, il capo della sezione catturandi della Polizia di Palermo, è appena stato freddato da un sicario sul molo di Santa Flavia, mentre rientrava da una gita con la fidanzata. Poliziotti, carabinieri nella luce tagliente delle fotoelettriche. La foto è storta, male esposta, sfocata: sono questi i suoi pregi. Perché quella foto vibra della rabbia del fotografo che la scattò, da dietro la fiancata di una Pantera.
No, non sono "foto segrete" le trecento immagini che la Polizia di Stato mette online in una sorta di libro digitale dal titolo Al servizio del paese. Non sono foto segnaletiche, o foto di appostamenti, o foto-prove per i processi. Sono forse qualcosa di più: una storia della Repubblica italiana vista dall'istituzione chiamata ad applicarne le leggi. E in fondo è una storia, se non segreta, insolita, particolare, che ora diventa pubblica.
Vengono, quelle trecento, da un archivio di ben cinquantamila. L'archivio della rivista Polizia Moderna, il magazine del corpo che ha coltivato sempre l'ambizione di essere qualcosa di più di un organo autocelebrativo. "È la memoria visiva di questa istituzione", dice il capo della Polizia in carica, Lamberto Giannini, "racconta non solo il nostro lavoro ma anche i passaggi storici e i cambiamenti del paese".
Sono stati i lunghi mesi di pandemia a dare il tempo ai redattori della rivista di andare a frugare nei cassetti dell'archivio fotografico. Scoprendo un patrimonio che ha sorpreso anche loro. Poi, la decisione di iniziare a digitalizzarlo, e poi ancora quella di renderlo pubblico. Come? "Un libro sarebbe stata la scelta più naturale", spiega il direttore della comunicazione istituzionale della Polizia di Stato Mario Viola, "ma anche la meno efficace. Se vogliamo che questa storia per immagini arrivi alle generazioni future, meglio un sito Web". Non per caso il lancio ufficiale dell'archivio digitale avverrà oggi a Roma davanti agli studenti della università Luiss.
Ecco dunque il sito, pubblico e gratuito, in sette sezioni da sfogliare col dito sullo schermo dello smartphone, toccando i bottoncini che aprono finestre di testo che spiegano gli eventi, a cura dell'Ansa, che ha partecipato al progetto colmando anche, in qualche caso, le lacune con proprie immagini.
In gran parte erano fotografie di carta, perché Polizia Moderna esiste da più di settant'anni, ha l'età della nostra Costituzione. E fu illustrata fin dall'inizio. Da chi? È una storia singolare. Benché abbia spesso affidato i suoi calendari a grandi professionisti (Gianni Berengo Gardin, Paolo Pellegrin, Oliviero Toscani), la Polizia non ha avuto un vero e proprio servizio fotografico di documentazione del proprio lavoro, ma in qualche modo le fotografie per la rivista venivano fuori, qualcuna commissionata, molte comprate dalle agenzie, ma anche alcune spontanee, "interne". Insomma, ai colleghi che magari avevano l'hobby si è permetteva a volte di fare qualche foto in servizio, e la rivista le accoglieva volentieri. Poi magari qualche fotografo della scientifica, mentre raccoglieva immagini sulla scena del crimine, alzava l'obiettivo dai cerchi di gesso e dai bossoli e fotografava i colleghi al lavoro. Per Viola "molto spesso le fotografie più originali nascono dall'intuizione di un collega", ed è vero.
Alcune di quelle fotografie sono molto preziose, a volte uniche. La Polizia arriva sul luogo del delitto prima dei fotografi della stampa, e in qualche caso è grazie a quelle fotografie, diciamo così, "interne", che possediamo l'immagine di momenti cruciali, l'arresto di un criminale, un attentato, una catastrofe.
Certo, c'è anche l'occhio indulgente e autopromozionale che la Polizia rivolge su sé stessa. Le fotografie aiutano a costruire un'immagine pubblica lusinghiera, rassicurante, a volte moderatamente autoironica: sono spesso divertenti, nella loro evidente ingenua posa, le fotografie degli anni Cinquanta di poliziotti della Stradale vestiti di cuoio come aviatori che controllano i documenti a intimoriti guidatori di Seicento, o di agenti della Polfer bianchi come marinai che aiutano spaesati migranti meridionali sui binari della stazione. Le fotografie dei primi arruolamenti di donne poliziotto possono far sorridere per una certa vena di paternalismo, ma sono il documento di una svolta nel costume italiano. Nella sezione sport, poi, è sorprendente scoprire quanti atleti di punta venissero dai ranghi del corpo: Livio Berruti, per dire, "il poliziotto più veloce del mondo", che correva indossando quegli incredibili occhiali da sole alla Gino Paoli.
Poi arrivano anche i momenti di crisi, gli errori, gli sbandamenti. Quando scegliere una fotografia o un'altra significa raccontare cose diverse. Nel servizio di ordine pubblico, quello che il testo del sito definisce "il difficile equilibrio fra diritto di manifestare e il rispetto delle regole" a volta si spezza. Il nodo del G8 di Genova non deve essere stato facile da affrontare: il testo non nasconde gli abusi e le condanne di poliziotti e dirigenti per le aggressioni ai manifestanti, la scelta delle fotografie fatica di più a dar conto di quei momenti drammatici che sconcertarono l'opinione pubblica e divisero il paese. Non può che essere così. Non esistono fotografie super partes. Una fotografia sembra spiegare il concetto. È una fotografia d'agenzia, questa volta: è il momento drammatico in cui resta ucciso l'agente Antonio Marino, il 12 aprile 1973, durante una manifestazione neofascista. È presa, letteralmente, stando alle spalle dello schieramento di divise. I manifestanti non si vedono. Le fotografie hanno sempre un punto di vista, e non solo in senso topografico.