Cronaca

Riso sempre più amaro nei campi senz’acqua. “Meglio coltivare la soia”

Gianluigi Tacchini, 50 anni, coltivatore del Pavese
Gianluigi Tacchini, 50 anni, coltivatore del Pavese  (agf)

Nella provincia di Pavia la siccità condanna gli agricoltori a cambiare colture per non fallire

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ROSASCO (Pavia) - Seduto su una montagna di 8mila quintali di riso, Stefano Greppi ragiona sul futuro. "Se non piove, qui le aziende falliscono", e anche lui, che di ettari ne ha duecento ed è pure presidente della Coldiretti di Pavia, il timore ce l'ha. O piove, o piove. Ma non piove. Condannati a cambiare colture, gli agricoltori, e noi consumatori a mangiare riso a caro prezzo perché ce ne sarà sempre meno, e anche di qualità peggiore. Importa a qualcuno? Non sembra. Non c'è acqua, e di quello il riso si nutre. "La stagione scorsa c'è stato un calo di produzione del 40 per cento. E la prossima, dipende dal lago Maggiore, che è basso come non mai". Il lago è povero, e risalendo la catena, sulle montagne non c'è neve. A valle, un panorama asciutto, con i canali a rigagnolo, o vuoti. È la Lombardia un tempo felix, di fiumi e laghi intrecciati, marcite e grandi canali. Fertile, verde.

Verso altre colture

Perciò il contenuto del pur grande silos aziendale non consola Greppi (è il resto del suo raccolto 2022), preoccupato alla morte per il suo territorio: Pavia, prima provincia risicola d'Italia, 80mila ettari coltivati, 1500 aziende. Panorama di cascine e campi, che molti misurano ancora a pertiche. Produzione: 4 milioni di quintali, Carnaroli e Arborio nel Pavese, Indica e "tondo" in Lomellina. Monocoltura da 40 anni, da quando si cominciarono a eliminare le stalle. Ma come allora, molti hanno già preso la decisione: basta riso, troppo rischio di vederlo seccare, non conviene più. Giovanni Comello, 105 ettari a Castelnovetto, Lomellina: "Già l'anno scorso ho cominciato a seminare la soia, su 12/13 ettari. Del resto, nel 2022 qui non è mai piovuto. E come me, molti lo stanno facendo, o ci stanno pensando". Questo è il momento preciso, si semina tra poco, dunque bisogna decidere: continuare con il riso, rischiando di perdere anche la semente, o buttarsi su altre coltivazioni tipo il sorgo e la soia, "che ha costi di produzione inferiori, e necessita di due bagnature l'anno, più qualche temporale, che però non viene più". Il riso, tocca bagnarlo ogni 10 giorni e spiega Greppi che fino a qualche anno fa "si sommergeva il campo, e poi si chiudeva la bocchetta di ingresso dell'acqua, che restava lì per giorni. E ogni tanto si aggiungeva qualcosa per il mantenimento". La pratica è ormai impossibile: "La falda è talmente bassa che beve subito tutta l'acqua immessa".

"Dovrebbe piovere due mesi di seguito ma non succederà"

La falda è come una vecchia malata, di cui si parla con rimpianto così come del Po, un fiume inesistente. Si va in pellegrinaggio al ponte della Becca, dove ieri una draga cercava di liberare il porticciolo da qualche tonnellata di fango nero. I piloni sono completamente all'asciutto, l'igrometro è inutile perché ormai tocca la sabbia, e la spiaggia enorme, innaturale, mostra tutta la miseria della situazione. Eppure, siamo alla confluenza tra Po e Ticino. E i sabbioni sono già quelli di agosto, non da fine febbraio. Manca la materia prima, e tutto il sistema è andato in malora. In vista dei tempi peggiori che arriveranno, qualcuno sta già scavando pozzi abusivi, nella notte. Né le previsioni meteo riducono l'ansia: previsto maltempo e addirittura neve nel weekend, "ma qui dovrebbe piovere 2 mesi di seguito, e non succederà", dice Comello.

"Servono i bacini, ma li chiediamo da 10 anni e nessuno ci ha mai ascoltato", dice Greppi. "E adesso è troppo tardi", passano gli anni ed è sempre più tardi. Si parla già di turnazioni per irrigare e di "minimo flusso vitale", quel tanto che serve a tenere in vita il territorio, "ma dovremo scegliere: o le colture, o la flora e la fauna. Per tutto non ci sarà acqua a sufficienza". Del resto, sono già sparite le rane, le poche rimaste se le sono mangiate gli ibis, e in futuro chissà cosa non vedremo più, in un paesaggio che non sarà più lo stesso, peraltro.

Le nuove varietà col Dna modificato

Gianluigi Tacchini, 50 anni, 80 ettari a Santa Cristina e Bissone, nel Pavese. "L'anno scorso ho perso il 65 per cento del raccolto. L'acqua la prendo dal Consorzio Muzza, che la prende dal lago di Como. Ma era poca, così ho ridotto il riso a 15 ettari". Si cammina sulla polvere, tra le stoppie che sono stati campi che non hanno mai prodotto niente, perché le piante sono morte di calore. "Il mais l'ho proprio lasciato morire, con un certo magone. E pensare che una volta queste erano paludi. Mio padre ci faceva il riso che si chiamava "da vanga", perché bisognava tirarlo su con quella. E i trattori restavano impantanati nel fango, l'unica era usare il cavallo e la slitta". Terreni sorgivi, e in più ricevevano l'acqua da nord "come anche adesso: quando si irriga nell'Alto Milanese, dopo 20-30 giorni qualcosa d'acqua arriva qui, e poi passa oltre", lungo il piano inclinato che è la Pianura Padana, fino alla foce. "E adesso, cosa seminare? Non ho ancora deciso. Riso, poco". Ma riconvertire i campi non è uno scherzo, non tutti possono farlo. Non quelli che hanno macchinari specifici per la risicoltura, per centinaia di migliaia di euro. E poi ci sono le regole dei piani di sviluppo rurale della Regione Lombardia, le misure agroambientali da rispettare. Arriveranno, spiega Greppi, "nuove varietà, come le Nbt (New breeding techniques, ndr) che non sono Ogm. Hanno il Dna modificato per resistere allo stress idrico". Le stanno sperimentando, qui non sono ancora arrivate, e forse è meglio di no.