Strage di migranti, la bimba Kr14f9 e gli altri naufraghi morti senza nome
dalla nostra inviata Alessia Candito , dalla nostra inviata Alessia CanditoCROTONE - Kr14f9. Crotone, vittima numero quattordici, femmina, età stimata nove anni, era una bambina castana e paffuta. Il mare l'ha restituita con una scarpa sola, un taglietto su un piede, la bocca piena di sabbia. Kr31F50. Era una donna, le onde l'hanno sbattuta sulla spiaggia attorno alle undici. Una ragazza recuperata poco dopo di lei forse era incinta. I flutti le hanno strappato via il giubbotto, sulla sabbia l'hanno ritrovata con quella pancia che appena si iniziava a vedere. E poi un ragazzo, le scarpe buone scelte per affrontare la traversata. Un uomo in là con gli anni, lo hanno invece trovato con attaccato addosso il cellulare, per chi fugge il bene più prezioso. Serve per dire a chi è rimasto dall'altro lato del mare: "Sono vivo, ce l'ho fatta". Lui non potrà. Adesso i suoi sogni, le sue speranze sono chiusi in una delle bare allineate sul parquet del palazzetto.
Il fruscio delle body bag quando vengono de…
CROTONE - Kr14f9. Crotone, vittima numero quattordici, femmina, età stimata nove anni, era una bambina castana e paffuta. Il mare l'ha restituita con una scarpa sola, un taglietto su un piede, la bocca piena di sabbia. Kr31F50. Era una donna, le onde l'hanno sbattuta sulla spiaggia attorno alle undici. Una ragazza recuperata poco dopo di lei forse era incinta. I flutti le hanno strappato via il giubbotto, sulla sabbia l'hanno ritrovata con quella pancia che appena si iniziava a vedere. E poi un ragazzo, le scarpe buone scelte per affrontare la traversata. Un uomo in là con gli anni, lo hanno invece trovato con attaccato addosso il cellulare, per chi fugge il bene più prezioso. Serve per dire a chi è rimasto dall'altro lato del mare: "Sono vivo, ce l'ho fatta". Lui non potrà. Adesso i suoi sogni, le sue speranze sono chiusi in una delle bare allineate sul parquet del palazzetto.
Il fruscio delle body bag quando vengono deposte nei feretri, lo stridio delle cerniere, un avvitatore che sembra quasi gridare quando il chiodo affonda nel legno. È pomeriggio quando al Palamilone iniziano ad arrivare le vittime dell'ultimo naufragio. Ci sono due squadre della scientifica al lavoro, un continuo via vai di gente, ma non si sente un fiato. Il silenzio è quasi solido.
Tre piccoli feretri bianchi
Dagli spalti si vedono tre bare, piccole e bianche, accanto a un canestro. Altre venti di legno scuro, disposte in due file ordinate, stanno poco dietro. Allineate sul parquet, sono però pronte 75 postazioni. Perché ufficialmente i morti sono 59, fra cui tredici bambini, neonati inclusi. Ma sono numeri approssimati per difetto fin quando il mare non restituisce le salme. E il Mediterraneo è avaro e capriccioso in questi giorni. Ha sparpagliato i corpi come bambole di pezza, rotte e insabbiate, lungo chilometri. "Tre li abbiamo trovati a Botricello", dice uno dei soccorritori - occhi infossati, volto accartocciato sui lineamenti - arrivato a bordo di uno dei furgoni che stanno portando i feretri. Sulle bare non ci sono nomi. Solo sigle.
Ma erano persone, erano storie. Le racconta chi ce l'ha fatta e ancora non ci crede, sconvolto chiede notizie dei cari. Le famiglie spezzate sono decine. Un bimbo di dodici anni ha perso tutti: i genitori, quattro fratelli, altri tre parenti. È rimasto solo, come un ragazzino di diciassette che ha visto morire i propri genitori, e uno di sedici che, insieme alla sorella, ce l'ha fatta a raggiungere la spiaggia. Lei però non respirava più.
Famiglie sterminate
Rimane abbracciato all'unico figlio che gli è rimasto un uomo a cui il mare ha preso la moglie e tre bambini, fra i tredici e i cinque anni. "C'è anche una signora estremamente provata dalla morte del marito, ragazzi che sono rimasti orfani. Tutti hanno perso qualcuno", dice stremato Sergio Di Dato, capo progetto di Medici senza frontiere che con i suoi psicologi sta fornendo supporto ai sopravvissuti già trasferiti al Cara di Isola Capo Rizzuto. Sono sessanta, altre19 persone sono in ospedale.
Alla ricerca dei parenti scomparsi
"Dov'è mio padre, dovevamo andare in Svezia, portatemi al campo, devo vedere se è ancora lì", continua a urlare un ragazzo, vent'anni scarsi. "Ditemi che non mi ha lasciato qui da solo", ripete ossessivamente al mediatore culturale che, insieme agli assistenti sociali, cerca di confortarlo. Grida disperata anche una donna, chiede del fratello. "Mi ha salvata lui, mi ha lanciata in acqua dopo lo schianto, poi si è buttato, ma l'ho perso di vista". Forse nei prossimi giorni le porteranno la foto per l'identificazione formale. Perché il suo nome non risulta né fra i ricoverati, né fra i sopravvissuti. Se con lei il mare è stato clemente, avrà almeno un corpo da piangere.
La disperazione di una madre
Inebetita, una mamma stringe al petto uno dei suoi bimbi, l'unico che ce l'abbia fatta. Il più grande se lo sono preso le onde e ancora non si sa se il suo corpo sia stato trovato.
Accanto a lei c'è un altro ragazzo, ventidue anni appena. Viaggiava con il fratellino di sei, lo ha tenuto stretto a sé per tutto il viaggio, anche quando il barcone è praticamente esploso dopo aver urtato la secca, e poi in acqua. Ma il mare - racconta - glielo ha strappato dalle braccia. Lui lo ha cercato disperatamente fra le onde, ma solo sulla battigia lo ha ritrovato. E non era più.
La rabbia dei soccorritori
Adesso sta in una delle piccole bare bianche poggiate sul parquet del palazzetto dello sport. Il ministro Matteo Piantedosi entra e dopo un paio di minuti va via. "Ecco cos'è quello che definiscono carico residuale: bambini, donne e uomini morti, solo perché "colpevoli" di aver cercato di vivere lontano dalla guerra", dice il dottore Orlando Amodeo, in pensione dopo anni di servizio come medico della polizia di Stato, che ieri mattina ha raccolto corpi e cercato di assistere i sopravvissuti sulla spiaggia di Steccato di Cutro.
"È tremendo che queste persone non vengano soccorse, o peggio vengano criminalizzate per essere partite, è il sovvertimento della verità ed è intollerabile", mormora don Enzo, il cappellano della polizia di Crotone quando esce dal Palamilone. "Non è possibile fermare le partenze, non si può fermare il vento. Ritengo ci siano altri parametri con cui bisogna guardare al futuro dell'Europa e del mondo, che non è quella del sospetto per chi viene, ma dell'accoglienza". Oggi però il Mediterraneo è una fortezza, su cui decine, se non centinaia di vite sono rimaste impigliate.