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Il ragazzino afgano che ha perso tutti, la bimba morta senza un nome, lo strazio del parenti dalla Germania: le storie dei migranti disperati a Crotone

Su 64 corpi recuperati di appena una ventina si conosce l'identità. Ma dietro ogni bara e ogni corpo in mare c'è una famiglia e un Paese che piange. Ecco alcune delle storie dei naufraghi di Steccato di Cutro
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CROTONE - Non tutti hanno ancora la dignità di un nome. Non tutti hanno ancora una storia. Dei 64 naufraghi recuperati dopo la strage di Steccato di Cutro, solo venti adesso hanno riallacciato i fili con l'esistenza che lo schianto del barcone sulla secca ha interrotto.  Sulle loro bare una targhetta d'ottone ha sostituito la striscia di nastro adesivo servito per riportare la sigla con cui ogni vittima è stata classificata. È standard. Luogo del naufragio, ordine di ritrovamento, sesso, età stimata. Una sorta di codice a barre. Ma sono, anzi erano, persone. E meno di un terzo ha di nuovo dignità di un nome.  

Ha trovato e piange la moglie un ragazzo afghano, arrivato dalla Germania dopo un viaggio folle, che lo ha portato prima a Napoli, poi a Bari, poi con un'auto recuperata chissà dove a Crotone. Ce l'ha il bimbo di una donna rimasta per ore inebetita, accasciata su una sedia davanti all'ingresso del Pal…

CROTONE - Non tutti hanno ancora la dignità di un nome. Non tutti hanno ancora una storia. Dei 64 naufraghi recuperati dopo la strage di Steccato di Cutro, solo venti adesso hanno riallacciato i fili con l'esistenza che lo schianto del barcone sulla secca ha interrotto.  Sulle loro bare una targhetta d'ottone ha sostituito la striscia di nastro adesivo servito per riportare la sigla con cui ogni vittima è stata classificata. È standard. Luogo del naufragio, ordine di ritrovamento, sesso, età stimata. Una sorta di codice a barre. Ma sono, anzi erano, persone. E meno di un terzo ha di nuovo dignità di un nome.  

Ha trovato e piange la moglie un ragazzo afghano, arrivato dalla Germania dopo un viaggio folle, che lo ha portato prima a Napoli, poi a Bari, poi con un'auto recuperata chissà dove a Crotone. Ce l'ha il bimbo di una donna rimasta per ore inebetita, accasciata su una sedia davanti all'ingresso del Palamilone.  Temeva di trovarlo lì, forse lo sapeva, ma riconoscere il figlio nelle foto che la Scientifica ha scattato dopo il naufragio l'ha letteralmente congelata. E per ore è rimasta avvolta stretta in una "metallina", quella coperta termica che assomiglia a un foglio di stagnola che viene messa sulle spalle ai sopravvissuti ad ogni disastro, ad ogni emergenza.  

 Kr14f9, una delle prime bimbe ritrovate sulla spiaggia di Steccato di Cutro, invece no. Ancora nessuno le ha restituito almeno un nome, una storia.  

Non è così impossibile. Fra chi si è salvato, non tutti hanno recuperato forze e lucidità sufficienti per affrontare un nuovo dolore. E poi non ci sono corpi da toccare, da abbracciare, non ci sono mani da stringere per un'ultima volta. Ci sono solo foto scattate dalla Scientifica a corpi su cui il mare ha infierito.  

Le foto della Scientifica in mano

Le prendono in mano i sopravvissuti arrivati dal Cara, che da domenica cercano di sapere se i familiari siano fra i ricoverati, fra le vittime o fra quelli che il Mediterraneo si è preso. Se le dividono i parenti arrivati da mezza Europa, che impazienti aspettavano una telefonata da chi si è messo in mare, ma da giorni si scontrano con telefoni ormai muti. Chi non è riuscito a raggiungere Crotone, ha mandato amici o parenti, con il compito ingrato di cercare fra le vittime chi non risponde più.  

"Ho guidato venticinque ore dalla Germania per vedere se qui c'è mia zia", dice Aladdin. Quando all'ingresso mostra la foto della donna e spiega in un inglese incerto la situazione, gli operatori lo fanno entrare subito.   

Stretto in un giubbotto giallo, un ragazzo pakistano invece ci ha messo ore per trovare il coraggio di entrare. Cerca un amico che lo aveva informato della partenza imminente, salvo poi sparire. Ai ragazzi da cui si è fatto accompagnare, l'ingresso è vietato, da solo - dice - non ce la fa. Ma sa che a casa attendono risposte. E allora respira a fondo, chiude gli occhi ed entra. Ne esce un'ora dopo, il viso stravolto, ragioni fondate per trasformare l'angoscia in dolore.  

Il ragazzino dall'Afghanistan

Il dodicenne a cui le onde hanno strappato in un colpo solo tutta la famiglia - genitori, fratelli, parenti, più tre fra zii e cugini - invece no. Al Palamilone, fra quelle bare, ha detto ai mediatori culturali della Croce rossa, pretende di andarci.  Bassino, magro, capelli neri e lisci in testa con un ciuffo ribelle che gli casca davanti, il ragazzino che con i suoi sognava la Svezia, si è detto pronto a riconoscere i suoi fra quelle foto. Ha smesso di chiedere di tornare al campo dove, subito dopo il naufragio, i superstiti sono stati soccorsi per cercare il padre. "Non mi hanno lasciato indietro, vero?", domandava ossessivamente dal letto dell'ospedale. "Non mi hanno lasciato qui, giusto?". Adesso sa che non sono stati loro ad abbandonarlo, ma il mare a portarglieli via. Forse è stato rintracciato uno zio in Australia, forse lo verrà a prendere quando passaporto scaduto e burocrazia lo consentiranno. Ma "forse" è instabile àncora per chi diventa improvvisamente adulto, realizzando di essere rimasto solo. 

Il dettaglio del neo sul viso

Un ragazzo siriano invece si aggrappa a un neo. Piccolo, scuro, poco sotto una bocca che in foto sorride. Era un vezzo e orgoglio della moglie, di cui forse avrà un corpo da piangere se ricorderà dove stesse quel piccolo marchio. Sui corpi maltrattati da acqua e sabbia, ci si aggrappa anche al minimo dettaglio.  "Habibi, sto arrivando", gli aveva detto lei quando stava per imbarcarsi. Dopo anni di distanza, finalmente si sarebbero ritrovati.  Lei, tunisina, 23 anni, sposa giovanissima di un ragazzo siriano che per entrambi era partito tempo fa con il proposito di gettare le fondamenta di una vita lontana da guerra e paura. In Germania c'era riuscito, con un unico intento e cruccio insieme: quella ragazza con cui si era sposato - forse, dicono alcuni, a distanza- lasciata indietro, e a cui voleva dare casa, sicurezza, futuro.  

Una lunga attesa che sembrava finita, poi il Mediterraneo ci si è messo di mezzo. Perché lei era su quel barcone che la secca di Steccato di Cutro ha polverizzato e lui - da solo, incapace di comunicare con chiunque fin quando l'associazione Sabir non gli ha teso una mano - ha passato giorni a cercarla fra i vivi e fra i morti, prima di avere in mano la foto di una delle vittime che pare assomigliarle.  Potrebbe essere lei, ma non è sicuro. Il neo, quel neo, lo ricorda dall'altra parte. Ne ha chieste altre - la Scientifica ne ha scattate decine di quei corpi martoriati - mentre continua a fissare il feretro. Cerca una cicatrice sul braccio destro, ricordo di un vecchio incidente.  Ma nessuno, tra mediatori e psicologi che lo stanno sostenendo, sa dire se in quegli scatti speri davvero di trovarla, o preferisca continuare irrazionalmente a sperare.