Naufragio di Cutro, cinque giorni chiusi nella stiva del caicco. E quelle scarpe nuove che ora non servono più
dal nostro inviato Dario Del PortoCUTRO - Ci vogliono scarpe buone e vestiti asciutti. Datteri e frutta secca da mangiare, un biberon di latte per i più piccoli, ma soprattutto acqua da bere. Su questo caicco troppo pieno lo spazio è poco, si sta uno sull'altro nella stiva. La vita di prima è nella memoria del cellulare, quella di adesso è chiusa nello zainetto tenuto stretto fra le braccia. Il futuro invece è l'Europa che ora sembra davvero vicina: basta attraversare il mare, una volta toccato terra su quella barca non li potranno più rimandare.
Turchia, porto di Izmir, l'antica Smirne. Le prime ore del mattino di mercoledì 22 febbraio. La vecchia barca in legno è pronta a salpare. Uno dopo l'altro, salgono a bordo 150, forse 180 persone. Molti sono partiti dall'Afghanistan dei talebani, altri dal Pakistan. Ci sono siriani, somali. Molti nuclei familiari, tanti bambini. Per arrivare fino a qua hanno attraversato strade accidentate e sop…
CUTRO - Ci vogliono scarpe buone e vestiti asciutti. Datteri e frutta secca da mangiare, un biberon di latte per i più piccoli, ma soprattutto acqua da bere. Su questo caicco troppo pieno lo spazio è poco, si sta uno sull'altro nella stiva. La vita di prima è nella memoria del cellulare, quella di adesso è chiusa nello zainetto tenuto stretto fra le braccia. Il futuro invece è l'Europa che ora sembra davvero vicina: basta attraversare il mare, una volta toccato terra su quella barca non li potranno più rimandare.
Turchia, porto di Izmir, l'antica Smirne. Le prime ore del mattino di mercoledì 22 febbraio. La vecchia barca in legno è pronta a salpare. Uno dopo l'altro, salgono a bordo 150, forse 180 persone. Molti sono partiti dall'Afghanistan dei talebani, altri dal Pakistan. Ci sono siriani, somali. Molti nuclei familiari, tanti bambini. Per arrivare fino a qua hanno attraversato strade accidentate e sopportato il freddo. Fino a un paio di giorni prima erano stipati nei compound e ora si ritrovano qui, sottocoperta.
Pur di arrivare sulle coste italiane e da lì forse risalire verso la Germania, hanno pagato fra i 5mila e gli 8mila euro, praticamente tutto ciò che avevano. L'equipaggio è composto da quattro, forse cinque scafisti. Uno è turco, lo affiancano due pachistani. C'è anche un ragazzino minorenne. Si dividono tra il timone, il motore e la sorveglianza dei passeggeri che devono rimanere fermi il più possibile e soprattutto non uscire allo scoperto, altrimenti si rischia l'avvistamento e la situazione rischia di precipitare.
In cerca di un futuro migliore
E allora si ritrovano pigiati uno sull'altro, con le loro storie e i loro sogni. La ragazza afghana di 21 anni e il marito che si sono appena sposati, l'intera famiglia composta da più di dieci persone, ragazzi partiti per raggiungere parenti che ce l'hanno già fatta.
Comincia così, il viaggio destinato a concludersi tragicamente dopo cinque giorni di traversata, all'alba di domenica, sulla spiaggia di Steccato di Cutro, a sud di Crotone, un lembo della costa ionica in quel momento frustato da un forte vento di scirocco che ha ingrossato le onde in modo spaventoso: "Ho visto il mare che mi veniva addosso", come se fosse un mostro, racconterà uno dei sopravvissuti a Chiara Nigro, operatrice "restoring family links" della Croce Rossa, che aggiunge: "Erano su una vecchia imbarcazione di legno, equipaggiati solo con piccoli zaini. Quelli che non sono annegati, erano stremati e sotto choc. Ma tutti avevano intrapreso questo viaggio terribile perché lo consideravano l'unica possibilità di costruirsi un futuro migliore".
Nei piccoli bagagli hanno portato solo l'essenziale: abiti asciutti impacchettati per proteggerli dalle onde e indossarli, poi, una volta a terra. Ai piedi le scarpe nuove, perché all'arrivo ci sarà da camminare e così le chiudono nelle buste per non farle bagnare. Per sopravvivere bisogna innanzitutto bere, a mangiare si penserà poi, datteri e frutta secca vanno benissimo perché sono pieni di calorie, oppure una scatoletta di tonno. Chi soffre il mare può prendere i cracker, basta tenere a bada la sete. L'inizio della navigazione è tranquillo, la speranza è il vero motore per tutti. I bimbi piangono, ma è normale. Dai cellulari partono messaggi indirizzati ai familiari che li aspettano: "Amore, stiamo arrivando".
La speranza, poi il buio
Ma poi il meteo peggiora e proprio mentre l'Italia si avvicina, comincia il dramma. Le onde crescono e la barca è troppo vecchia per affrontarle. Si va avanti, ma alla deriva. Alle 22.30 di sabato sera, Frontex avvista il caicco e dirama la prima segnalazione. Alle 4 di domenica mattina, lo scafo è ormai in balia delle onde. Da un numero telefonico internazionale parte una chiamata indirizzata al numero di emergenza dei carabinieri: si sentono solo voci di donne che urlano. L'operatore lancia l'allarme e localizza la barca. Partono i soccorsi, ma intanto il caicco si è schiantato su una secca ed è andato in pezzi. È un disastro. Il mare davanti alla costa di Steccato si riempie di cadaveri. La sposina ventunenne vede il marito travolto dalle onde e da quel momento non smette di rivolgere la stessa domanda: "Perché io sì e lui no? Perché io sì e lui no?". Un ragazzo non riesce a evitare che il fratellino di 6 anni muoia di freddo. Le vittime accertate sono 63, l'ultimo corpo viene recuperato ieri pomeriggio ed è una bambina. I sopravvissuti sono 79. I feriti sono ricoverati in ospedale, gli altri vanno nel Cara di Isola Capo Rizzuto dove vengono assistiti dalla Croce Rossa. "Chi ha perso una persona cara chiede di vedere il corpo e pregare per lei", dice Chiara Nigro. Un turco e due pachistani da ieri sono in stato di fermo con l'accusa di essere gli scafisti, uno è minorenne.
Tra morte e la sofferenza, qualche segnale di vita
Il giorno dopo, sulla spiaggia di Steccato, non ci sono più cadaveri, il mare però ha portato a riva le loro cose. Basta camminare sull'arenile, per avvertire l'enormità della tragedia. A chi apparteneva quella scarpina spaiata? E il biberon che ora è qui sulla battigia, proprio tra i resti del caicco andato in pezzi, di chi era? Della mamma di uno dei sopravvissuti, o forse di un bambino sparito tra le onde?
Eppure, in mezzo a tanta sofferenza, neanche il mare può portarsi via tutti. "Ho parlato con una donna e un uomo - racconta la psicologa della Croce Rossa Lavinia Tuccimei - erano disperati perché non si trovavano i loro bambini. "Sono in ospedale, cercateli", ripetevano. Avevano ragione: sono vivi e stanno bene, la mamma ha pianto quando li ha visti".