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Suicidi tra gli universitari, il male oscuro degli atenei italiani. La protesta degli studenti: "Troppe ansie, vogliamo il diritto di fallire"

(ansa)
Dopo gli ultimi casi di Napoli e Milano, nei corridoi e nelle aule è di questo che si parla, per questo che si lotta: non solo investimenti, residenze, mense, ma, al primo posto, la salute mentale. Fino a mettere in discussione l'intero sistema basato sul giudizio, la competizione, la performance
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L'ansia da competizione continua, l'inseguimento del risultato perfetto, la retorica della performance da record, quella delle quattro lauree in pochi mesi. Non è questa l'università che chiedono gli studenti. Non più. Ora, oltre al diritto allo studio, gli universitari pretendono il diritto a uno studio che contempli la possibilità di fallire, la necessità di rallentare, il bisogno di mostrare fragilità che spaventano. Lo hanno urlato nei sit-in, scritto sugli striscioni e sui social, lo hanno detto a Mattarella e alla ministra Bernini. Un grido di aiuto che si è fatto protesta politica, dopo le grida di dolore da cronaca nera.

I suicidi tra gli universitari

Diana Biondi aveva 27 anni compiuti, per i suoi andava a ritirare la tesi per la laurea alla Federico II di Napoli, ma non doveva ancora laurearsi, l'hanno ritrovata morta pochi giorni fa a Somma vesuviana. Nei bagni dello Iulm di Milano, a inizio febbraio, una st…

L'ansia da competizione continua, l'inseguimento del risultato perfetto, la retorica della performance da record, quella delle quattro lauree in pochi mesi. Non è questa l'università che chiedono gli studenti. Non più. Ora, oltre al diritto allo studio, gli universitari pretendono il diritto a uno studio che contempli la possibilità di fallire, la necessità di rallentare, il bisogno di mostrare fragilità che spaventano. Lo hanno urlato nei sit-in, scritto sugli striscioni e sui social, lo hanno detto a Mattarella e alla ministra Bernini. Un grido di aiuto che si è fatto protesta politica, dopo le grida di dolore da cronaca nera.

I suicidi tra gli universitari

Diana Biondi aveva 27 anni compiuti, per i suoi andava a ritirare la tesi per la laurea alla Federico II di Napoli, ma non doveva ancora laurearsi, l'hanno ritrovata morta pochi giorni fa a Somma vesuviana. Nei bagni dello Iulm di Milano, a inizio febbraio, una studentessa di 19 anni si è stretta una sciarpa attorno al collo, nella lettera d'addio parlava di fallimento della vita e degli studi. Come Francesco Mancuso, 22 anni, che prima di togliersi la vita ha scritto su un biglietto: "Fallimento, università e politica". A fine novembre del 2022 Riccardo Faggin, studente in Scienze infermieristiche di Padova con alcuni esami ancora da dare, si è schiantato contro un platano senza frenare mentre a casa lo aspettavano per la festa di laurea. A Pescara aspettavano un 23enne fuorisede a Bologna, trovato morto sotto il Pontelungo di Borgo Panigale. E ancora: a luglio, prima di suicidarsi, uno studente di Medicina di Pavia ha confessato al rettore la sua paura di perdere la borsa di studio: aveva trent'anni, si era bloccato al terzo anno. L'anno prima, 2021, un ragazzo di 29 anni si è buttato giù dal ponte di via Stalingrado a Bologna per una tesi annunciata e mai esistita. E un 25enne di Napoli è stato trovato morto nella facoltà di Lettere: aveva raccontato alla famiglia un percorso di studi mai compiuto.

Biografie minime, di certo riduttive davanti a gesti estremi che hanno spiegazioni che vanno ben oltre lo studio. Tra i 20 e i 34 anni, il suicidio, dice l'Istat, rappresenta il 12% dei decessi. Ce ne sono stati più di dieci tra gli universitari negli ultimi 3 anni. Negli atenei italiani studiano in quasi due milioni. Ma nei corridoi ora è di questo che si parla, per questo che si lotta: non più solo investimenti, residenze, mense, aule, ma, al primo posto, la salute mentale. Fino a mettere in discussione l'intero sistema universitario basato sul giudizio, la competizione, la performance, la corsa all'esame e alla laurea per non finire fuoricorso (sulla regolarità agli studi gli atenei sono premiati nel meccanismo introddotto dalla riforma Gelmini) per non vedersi buttar fuori dagli alloggi, per non perdere le borse di studio, per non farsi aumentare le tasse o per non far crollare la propria università nei ranking nazionali e internazionali.

Le voci degli studenti

"La vostra università ci uccide", scrivono ora gli studenti su Palazzo Giusso, una delle sedi dell'Orientale di Napoli. "Non si può morire di università", recita lo striscione davanti a Economia a Palermo. "Pretendono che siamo infallibili e chi non ce la fa è un fallito", si legge su un cartello alla Federico II. Sono gli slogan dei flash mob di Milano, Perugia, Palermo, Sassari, Lecce, Firenze, Cagliari, Modena, Pavia, Messina, Forlì.

A Padova la protesta degli studenti ha illuminato l'inaugurazione dell'anno accademico. Emma Ruzzon, 23 anni, iscritta a Lettere, rappresentate dell'Unione degli universitari, davanti alla ministra Anna Maria Bernini non le ha mandate a dire: "Sentiamo il peso di aspettative asfissianti che non tengono in considerazione il bisogno umano di procedere con i propri tempi, da quando formarsi è diventato secondario rispetto al performare? Da quando studiare è diventato una gara?". "L'università non è una gara" è diventato anche un hashtag, virale nei social. E così sono arrivati ad Emma centinaia di messaggi, di compagni di corso e pure di genitori: "Mi hanno scritto in tantissimi per dire che bisogna parlare di questo disagio, per dire che temevano per i figli, che avrebbero dovuto stare loro più vicino - racconta - È un tema non più derogabile, un gigante in una stanza, non può più essere ignorato. Non vogliamo la laurea facile e non facciamo le vittime. Vogliamo essere messi tutti nelle condizioni di poter affrontare gli studi universitari, si chiamano pari opportunità che ad oggi non sono garantite. La velocità non può essere l'unico parametro, se cadi devi devi poter rallenbtare per capire cosa ti sta succedendo. Chiediamo che le università tengano conto del disagio psicologico degli studenti".

Il Covid non spiega tutto: "Questo malessere viene da prima, siamo cresciuti con la crisi economica, ci attende la precarietà, in un sistema dove devi essere migliore degli altri solo per avere una banale contratto dopo la laurea...- continua Emma - ci troviamo ad affrontare condizioni oggettive dalla catastrofe climatica alla guerra in Ucraina. Non ci si dica che basta che ci impegniamo, non vogliamo più essere presi in giro. La vita bella, che vuol dire vagamente dignitosa, ci spetta di diritto. Non è qualcosa che ci dobbiamo meritare".

Lo stesso grido, durante le cerimonie accademiche, si è levato a Bologna, Modena e Reggio Calabria, Firenze, Cassino. Bisogna leggere le loro parole per capire. Jacopo Terralavoro, aprendo l'anno a Firenze. "Siamo oppresse e oppressi da una retorica che ha la tendenza ad aumentare, se non incentivare, le disuguaglianze e a condizionare la nostra vita psicologica. Siamo messe e messi a dura prova da questo sistema che chiede tutto anche a chi non ha niente. Chi ha deciso di compiere il gesto estremo del suicidio rappresenta la necessità di cambiare una volta per tutte il paradigma universitario e ridare all'università una dimensione umana".

Francesco Ruggiero, Cassino: "Abbiamo creato una società fondata su un modello di perfezione utopistica, in cui l'unico fattore fondamentale è performare. Ci chiedono di raggiungere obiettivi magistrali nel minor tempo possibile, pena l'esclusione. Non è raro che questa continua corsa generi la competizione tra studenti e studentesse, il senso di inadeguatezza, l'idea di essere un fallimento. Bisogna invertire la rotta, stravolgere la narrazione. Non si può cancellare il diritto alla felicità". Filippo Calandra Bonaura, Modena e Reggio Emilia: "Spesso le uniche notizie relative agli universitari riguardano studenti che battono qualunque record ma l'università non è una gara. La salute mentale degli studenti è stata ignorata e sottovalutata troppo a lungo ma è oggi più fondamentale che mai valorizzarla, specie in seguito al periodo pandemico". Francesca Saccardi, studentessa di Medicina, Bologna: "Il sistema nel suo complesso ha le mani sporche di sangue e non se ne sta assumendo la responsabilità".

Il supporto psicologico negli atenei

"Non è una discussione astratta - dice l'Udu - si può intervenire sui regolamenti didattici, sugli strumenti di tutorato e supporto didattico, su modalità specifiche di recupero nel caso di problematiche sorte durante il percorso di studio, sul potenziamento degli sportelli di counseling offerti dagli atenei e integrando nel servizio sanitario un servizio di assistenza psicologica diffusa, gratuita e accessibile".

Ieri in un ateneo del Sud un ragazzo, bocciato per la seconda volta all'esame non ha retto, è andato in escandescenze, alla docente ha rinfacciato: "Vuole che la faccia finita?". Per calmarlo è intervenuta anche una psicologa in aula. È la fragilità degli universitari che spaventa, nel mondo accademico ora sconvolto dalle tragedie di chi si toglie la vita.

In quasi tutti gli atenei ci sono sportelli di consulenza psicologica. Tra le richieste più diffuse, a guardare i report dei counseling, ci sono proprio quelle legate alle difficoltà a proseguire e terminare il percorso universitario. Su Instagram Aesteticasovietica, account di analisi sociale da 130 mila follower, ha chiesto "l'attivazione immediata di un tasto per l'aiuto psicologico sulle piattaforme online di tutte le università italiane". L'appello ha già raccolto decine di migliaia di adesioni.

Antonietta Curci, docente di Psicologia all'università di Bari e responsabile del servizio di Counseling psicologico dell'ateneo, ricorda un dato: il numero di accesso al servizio è stato, da marzo 2020 a dicembre 2021, sei volte tanto di più rispetto allo stesso periodo di 15 anni fa. "Il Covid è stato un evento che ha sconvolto gli equilibri di un sistema sociale che già spingeva alla performance sin da bambini. I ragazzi sono fragili perché figli di questo tempo. Capita che si facciano accompagnare dai genitori ai colloqui coi professori in università, non è sano. C'è da aprire una riflessione sui modelli educativi e noi docenti dobbiamo interrogarci per primi, fare più attenzione rispetto alla fragilità dei nostri studenti, occorre lavorare sulla formazione dei professori e sulle famiglie". 

Pure i rettori sono scesi in campo. Matteo Lorito, rettore della Federico II di Napoli, ha aperto le sue porte: "Se avete difficoltà, se siete in un momento di grande fragilità psicologica, venite a chiedere aiuto. In questo ateneo nessuno dirà 'se non riesci negli esami o a concludere il percorso sei un fallito'. Qui si lavora, non si regala nulla, ma senza cieca competizione".

La ministra Bernini, promettendo di potenziare i servizi di counseling universitari, aveva già detto: "Non siete soli. Nessuno deve essere in competizione con gli altri se non con se stessi. L'Università è un percorso, è la vita. La vita è sfidante, ma è nostro compito aiutarvi a percorrere questa strada nel migliore dei modi possibili". Per l'opposizione non basta. Rachele Scarpa, deputata Pd, chiede di "istituire lo psicologo di base connesso al sistema di istruzione con cui intercettare e prevenire le difficoltà prima che si trasformino in tragedie". Elisabetta Piccolotti di Sinistra italiana dice: "Non solo uno psicologo in ogni facoltà, ma bisogna ripensare la comunità educante e occuparsi dell'equilibrio emotivo degli studenti".