Bologna, la città del bene che si sente ancora una comunità
di Gianrico Carofiglio , di Gianrico CarofiglioA volte conviene cominciare dalle cose ovvie, soprattutto quando, oltre a essere ovvie, sono fondamentali. Bologna è la città dei portici - ce ne sono quasi quaranta chilometri - che nel 2021 sono stati dichiarati Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco. Quello che sanno in pochi è che i portici non sono il solo patrimonio Unesco della città. Nel 2008 lo Zecchino d'Oro, leggendaria gara canora per bambini, da sempre celebrata a Bologna presso l'Antoniano, è stato il primo programma televisivo al mondo a diventare "patrimonio dell'umanità per una cultura di pace". Lo Zecchino d'Oro è un pezzo di mitologia per la mia generazione ma anche per molte altre. L'Antoniano di Bologna era un'espressione che alludeva al mondo mitologico e caleidoscopico che ci veniva rimandato dalla televisione, la tv dei ragazzi, i fumetti di Topolino, i libri classici dell'infanzia. Non sembra casuale, che lo Zecc…
A volte conviene cominciare dalle cose ovvie, soprattutto quando, oltre a essere ovvie, sono fondamentali. Bologna è la città dei portici - ce ne sono quasi quaranta chilometri - che nel 2021 sono stati dichiarati Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco. Quello che sanno in pochi è che i portici non sono il solo patrimonio Unesco della città. Nel 2008 lo Zecchino d'Oro, leggendaria gara canora per bambini, da sempre celebrata a Bologna presso l'Antoniano, è stato il primo programma televisivo al mondo a diventare "patrimonio dell'umanità per una cultura di pace". Lo Zecchino d'Oro è un pezzo di mitologia per la mia generazione ma anche per molte altre. L'Antoniano di Bologna era un'espressione che alludeva al mondo mitologico e caleidoscopico che ci veniva rimandato dalla televisione, la tv dei ragazzi, i fumetti di Topolino, i libri classici dell'infanzia. Non sembra casuale, che lo Zecchino D'oro abbia ricevuto questo riconoscimento. "Bologna è una città dei bambini" racconta il sindaco Lepore - un uomo dall'aria seria, con un filo di sana riluttanza. "Una cosa che mi piace dell'essere sindaco è che i bambini mi riconoscono per strada, mi salutano, sembrano felici di incontrarmi".
La città dei bambini
Probabilmente non è casuale che qui si tenga, ormai da sessant'anni, la Bologna Children's book fair, la più importante fiera del mondo per i libri dedicati ai bambini e ai giovani adulti. E probabilmente non è causale che qui ci sia la libreria Giannino Stoppani, intitolata al protagonista del Giamburrasca di Vamba e dedicata, appunto, a bambini e ragazzi. Aperta nel 1983 da cinque giovani donne, nel 1991 si trasferì nella sede attuale, nel palazzo di Re Enzo, nel pieno centro fisico e spirituale della città. A maggio dell'anno scorso, in circostanze misteriose, è andata a fuoco. Silvana Sala, una delle cinque fondatrici, racconta: "I vigili del fuoco non hanno trovato tracce di corto circuito, né di un innesco per un possibile incendio doloso. La causa rimane un mistero."
La vera notizia però è un'altra: la partecipazione dei cittadini a una gara di solidarietà per la riapertura della libreria e il restauro dei libri. Un crowdfunding che ha consentito di raccogliere oltre quarantamila euro, una testimonianza di come i bolognesi sentano propria questa libreria. Che infatti ha riaperto dopo pochi mesi.
"Ogni mattina ci sono le scolaresche, vengono i bambini con i loro genitori, i ragazzini un po' più grandi vengono da soli, ma ci sono anche tanti adulti che vengono a girovagare, si siedono e sfogliano libri, a volta comprano. Ci piace l'idea che la libreria sia un luogo di accoglienza, un luogo comunitario" dice ancora Silvana Sala.
I portici, simbolo di comunità e accoglienza
Comunità e accoglienza sono parole chiave e ci riportano direttamente ai portici e alla loro origine, strettamente collegata alla storia della più antica università al mondo. Con l'enorme afflusso di studenti - per accogliere gli studenti - nel tardo Medioevo sorse la necessità di sfruttare al massimo gli spazi e aumentare la cubatura delle case. Così furono ampliati i piani superiori, sorretti dalle colonne che diedero vita appunto ai portici. "Diedero vita" non è un'espressione scelta a caso: i portici - sin dall'antichità - sono spazio fisico e metaforico di incontro anche quando le condizioni atmosferiche lo renderebbero difficile. Insomma: spazio vitale per eccellenza.
Per capire i portici la cosa migliore è guardarsi un documentario del 1954 dal titolo Guida per camminare all'ombra, con la nitida voce narrante di un giovane Sergio Zavoli, per la regia di Renzo Renzi, critico cinematografico, saggista, fondatore della cineteca di Bologna. Le prime immagini sono una prospettiva di portici tagliata dal sole di un pomeriggio estivo. Complice il bianco e nero, l'effetto è enigmatico e struggente. E tutto il film evoca con spunti poetici l'idea antica e modernissima del camminare pensando e conversando fra il dentro e il fuori. I portici di Bologna sono uno spazio in cui si "cammina gioiosamente a tarda sera" per usare le parole di Romano Montroni, libraio (creatore di librerie, nonché scrittore, animatore culturale, docente), ottantadue anni portati con allegria, conferma vivente di un celebre aforisma di G.B. Shaw: l'uomo non smette di giocare perché invecchia, invecchia quando smette di giocare.
Il cinema estivo in Piazza Maggiore
Ma dicevamo di Renzo Renzi. Il documentario sui portici lo conoscono in pochi. La cineteca di Bologna con la sua emanazione più famosa, il cinema estivo in Piazza Maggiore (per qualcuno: il più bel cinema del mondo) invece è molto nota, non solo fra gli addetti ai lavori. Fu un'invenzione di Renzi nel 1962, assessore alla cultura un giovane Renato Zangheri. Da allora è cresciuta continuamente, oggi è una delle più importanti d'Europa e nel suo laboratorio di restauro arrivano da tutto il mondo film di ogni tipo ed epoca. Spesso film leggendari. Assistere alla procedura di restauro è una vera esperienza: altissima tecnologia e abilità manuale si fondono in una miscela inattesa e piena di fascino. Il direttore Gian Luca Farinelli - dallo scorso anno anche presidente della Festa del Cinema di Roma - parla del cinema in piazza con legittimo orgoglio: "È un colossale evento comunitario unico al mondo. Abbiamo uno schermo di 235 metri quadri, il pubblico oscilla fra i 3000 e i 10.000 spettatori. Tutto questo la città lo sente proprio, anche con un pizzico di gelosia. Quando si è diffusa la notizia del mio incarico a presidente della festa di Roma una signora incontrata per strada mi ha detto, con tono di rimprovero 'non sta bene che lei vada a Roma'".
Collettivi, scrittori, cantautori
La dimensione comunitaria, la prevalenza del noi è un tema ricorrente in questa città. È a Bologna che negli anni Novanta nasce il collettivo Luther Blisset divenuto celebre con il romanzo Q e trasformatosi poi nel collettivo Wu Ming. Su tutti i loro libri si legge questa dicitura dal contenuto in qualche modo rivoluzionario: "Si consente la riproduzione parziale o totale dell'opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta". E a parte i collettivi, Bologna è una città incredibilmente ricca di scrittori - così tanti che provare a elencarli espone al rischio di dimenticarne qualcuno - e molto raccontata in romanzi di ogni genere.
Ne scrivo i primi che mi vengono in mente, per ragioni molto diverse. Jack Frusciante è uscito dal gruppo, di Enrico Brizzi, Notturno Bus di Giampiero Rigosi, Quo vadis baby di Grazia Verasani, fino a The Broker, di sua maestà John Grisham, uno degli scrittori più venduti di tutti i tempi. The Broker è la storia di un fuggitivo ed è stata ambientata a Bologna perché, dice Grisham, "è una città ideale per nascondersi". Che forse è un altro modo, un po' obliquo, per dire dell'attitudine all'accoglienza.
Oltre ai romanzi ci sono i film, e ci sono le canzoni. Chiedo al sindaco Lepore quale, secondo lui, rappresenti meglio la città. "Viene sempre naturale citare Guccini o Dalla, ma io scelgo Bologna è una regola di Luca Carboni. La regola è l'attitudine fondamentale - e il pregio principale - della città: la solidarietà, l'inclusione. Non potrebbe essere altrimenti: ogni quindici anni la popolazione cambia di un quarto per immigrazione soprattutto italiana. In tanti dicono che Bologna non è quella di un tempo, e hanno perfettamente ragione".
Il volontariato
Bologna è fra le città italiane con più alto tasso di cittadinanza attiva, con oltre 570 associazioni e una forte diffusione di istituzioni no profit. Un'amica giornalista mi consiglia di visitare le Cucine Popolari, una mensa per persone senza fissa dimora o comunque in difficoltà, ma - mi dice - di nuova generazione, una sorta di mensa 2.0. "Ci vengono a mangiare anche persone del quartiere, professionisti, impiegati. I non abbienti, i senza fissa dimora ovviamente non pagano. Gli altri mangiano e lasciano un contributo" racconta il fondatore Roberto Morgantini, settant'anni, barba bianca vagamente risorgimentale; un lampo ironico negli occhi. Mi piace leggerci qualcosa del genere: facciamo del bene, è chiaro, ma preferiamo non prenderci troppo sul serio.
Sempre un'ottima idea, non prendersi troppo sul serio, pensi mangiando in questa mensa-ristorante (sia detto per inciso, anche l'Antoniano di Bologna, sede dello Zecchino d'oro, nasce nel 1953 come mensa per poveri) chiacchierando con le persone più varie, sfaccettature non convenzionali di umanità: dal controllore di volo in pensione, impeccabile nella sua divisa da chef, che ogni giorno cucina creativamente per centinaia di persone e ti insegna le sue ricette, al ragazzo nordafricano che ha avuto qualche problema con la giustizia e va lì ad aiutare perché gli piace la compagnia, all'ex impiegata del partito comunista che sorride in un modo che suggerisce un'idea dolce di invulnerabilità. Ti racconta con una lieve nostalgia di quando appunto c'era il Partito e la sola federazione di Bologna aveva 110.000 iscritti. Oggi il PD in tutta Italia ne ha poco più di 150.000, così per parlare.
Alle cucine popolari la parola comunità - come altrove, a Bologna - sembra aderire al suo autentico significato. Essa risale al latino communis, parola formata da cum e munus (munus significa dovere, ufficio in nome e in favore della collettività; ma anche elargizione gratuita, dono). La comunità è dunque il luogo dei doveri verso la collettività, ma anche dei doni: cose e gratificazioni che si danno e si ricevono al di fuori di un rapporto di scambio. Entrambi gli elementi alludono a una dimensione di gratuità; si sarebbe portati anzi a dire: gratuità solidale. In questa assenza di corrispettività, nell'alternanza fra doni e doveri si colloca il potenziale del concetto di comunità, la sua capacità di contenere la prospettiva di un futuro diverso, di possibilità diverse.
Le ombre: attentati e stragi
Poi, ovviamente, ci sono le ombre. Sotto gli stessi portici in cui si cammina gioiosamente, la sera del 19 marzo 2002 la Brigate Rosse assassinarono Marco Biagi. La foto della sua bicicletta appoggiata sul muro è rimasta a lungo nelle coscienze come un simbolo doloroso di normalità civile contrapposta alla stupidità omicida degli assassini. A Bologna, nei decenni passati, sono accaduti i fatti criminali più gravi di tutto il dopoguerra: la strage alla stazione del 2 agosto e i delitti della Uno Bianca.
Per Lepore - primo sindaco nato dopo il 2 agosto 1980 - la scelta di Bologna per la strage non fu casuale. L'idea era di colpire una certa idea di convivenza e di democrazia. L'evento produsse un enorme shock ma anche un'enorme reazione civile e, in sostanza, un'elaborazione dell'evento da parte della coscienza collettiva. La stessa cosa non è accaduta per la vicenda della Uno Bianca: i bolognesi - dice il sindaco - non se ne sono fatta una ragione. Se qualcuno aveva progettato quelle azioni criminali per spaventare nel profondo la città, per scuoterne le sicurezze, ebbene il disegno è stato realizzato. Le sentenze hanno escluso il riferimento ad apparati deviati e in sostanza, hanno escluso che si trattasse di altro che azioni di gangster spietati e sociopatici. Ma molti bolognesi ancora si interrogano, senza trovare risposta, sulla matrice di quei crimini.
La curiosità: la finestra sui canali
Al numero 16/a di via Piella, una piccola strada parallela di via Indipendenza, c'è uno sportello sul muro. Insignificante, fin quando non lo apri. Allora si produce uno sbalorditivo effetto di spaesamento: d'un tratto appare un canale, con case che vi si affacciano e finiscono direttamente nell'acqua, come fosse una città lagunare. Si tratta di un antico canale, a lungo nascosto fra le case e di nuovo visibile solo da qualche anno. Non so bene perché questa finestrella e la sua vista - quasi un portale fra immaginari urbani diversissimi - mi abbiano messo tanta allegria, mi siano parse così cariche di significati. Forse per quell'idea di connessione, istintiva e potente che generano. Connessione fra luoghi, persone e tempo. L'idea di una città capace di cambiare, connessa al suo passato e, appunto, allegramente proiettata verso il futuro.