Via Crucis a Steccato di Cutro, in processione la croce realizzata con i pezzi del barcone: "Questi morti ci inorridiscono"
dalla nostra inviata Alessia Candito , dalla nostra inviata Alessia CanditoFrammenti di barca, vestiti ridotti a stracci pieni di sabbia, scarpe spaiate, delle rudimentali croci lì dove alcuni dei corpi sono stati trovati. A una settimana dal naufragio, costato la vita ad almeno settanta persone, sulla spiaggia di Steccato di Cutro i segni della strage sono ancora visibili, insieme ai sogni e alle speranze che quello schianto ha spezzato.
Buste di datteri, uva passa e frutta secca, lattine e bottiglie di bevande energetiche pensate per sostenersi durante il viaggio, una tutina rosa pesante accartocciata come un sudario, una maglia degli ultimi mondiali. Stracci di vite spezzate che le onde hanno sparpagliato per chilometri.
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Frammenti di barca, vestiti ridotti a stracci pieni di sabbia, scarpe spaiate, delle rudimentali croci lì dove alcuni dei corpi sono stati trovati. A una settimana dal naufragio, costato la vita ad almeno settanta persone, sulla spiaggia di Steccato di Cutro i segni della strage sono ancora visibili, insieme ai sogni e alle speranze che quello schianto ha spezzato.
Buste di datteri, uva passa e frutta secca, lattine e bottiglie di bevande energetiche pensate per sostenersi durante il viaggio, una tutina rosa pesante accartocciata come un sudario, una maglia degli ultimi mondiali. Stracci di vite spezzate che le onde hanno sparpagliato per chilometri.
Accanto, una comunità intera che sfila in una mesta via crucis. In testa c'è la croce realizzata con alcuni frammenti del caicco che si è schiantato sulla secca domenica scorsa "perché duemila anni dopo Cristo è ancora in croce", dice don Francesco Loprete, parroco di "Le Castella" di Isola Caporizzuto, che ha chiesto ad un artista locale, Maurizio Giglio, di realizzarla. Accanto, sindaci, sacerdoti, vescovi, l'imam Mustafa Achik e poi dietro almeno un migliaio di comuni cittadini che arrancano nella sabbia mentre picchia un sole che non scalda e tira un vento gelido.
"Non dobbiamo permettere alla paura di farci diventare persone dal cuore gelido. Se siamo cristiani non possiamo non essere accoglienti. Non vogliamo un'Europa con il filo spinato, non vogliamo un'Europa nella quale è difficile trovare accoglienza", dice il vescovo di Crotone, monsignor Angelo Raffaele Panzetta. "Quelli che hanno perso la vita in questo mare sono la carne di Gesù".
Alcuni, almeno trenta secondo i familiari, sono ancora lì, tra le onde. Monsignor Stefano Parisi adesso è vescovo a Lamezia, ma a Steccato per anni è stato sacerdote. Sbarchi ne ha visti e ne ricorda. "Avremmo voluto accogliere queste persone da vive e non da morte, a noi non ci fanno paura i vivi, ci inorridiscono i morti". Al Palamilone, il palazzetto dello sport di Crotone trasformato in camera ardente, ce ne sono settanta, allineati in file che di giorno in giorno si allungano.
Almeno dieci però sono ancora senza identità. A kr70M5, l’ultimo bimbo che il mare ha restituito, un nome e una storia l’hanno data gli zii arrivati dall’estero. A Crotone non c’era nessuno che potesse farlo. L’intera famiglia è stata sterminata. Di alcuni, i corpi si cercano.
Ma all'appello mancano ancora decine di persone e i familiari non possono che tornare giorno dopo giorno sulla spiaggia a guardare il mare, per chiedergli di restituire il corpo di chi non c'è più.