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Panchine come letti e un bagno per tutti. L'ultima offesa ai superstiti di Cutro

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In settanta rinchiusi in due capannoni del Cara di Crotone. Niente lenzuola né cuscini. E privati anche della possibilità di incontrare i parenti arrivati da diversi Paesi “Peggio di una prigione”
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I più “fortunati”, cinque donne e cinque bambini, dormono su sottili materassi di gommapiuma, per terra, delle coperte arrotolate come cuscini. Gli altri fanno a turno, una notte su un letto, magari solo la rete di una brandina, un plaid sotto la schiena per smussare la rigidità delle molle, la notte seguente rannicchiati sulle panchine di ferro azzurro, qualche vecchio cuscino di pelle per poggiare il capo. Giacigli di fortuna, niente di più, come se fossero ancora nella safe house di Istanbul in cui i trafficanti li avevano tenuti nascosti prima della partenza del barcone da Izmir. E invece no, i sopravvissuti del naufragio di Cutro sono nei due capannoni di fronte al Cara di Crotone, la loro “casa” da quando, ormai nove giorni fa, hanno sfiorato la morte a poche centinaia di metri dalla spiaggia.


Niente letti per tutti, niente riscaldamento, un solo bagno con una sola doc…

I più “fortunati”, cinque donne e cinque bambini, dormono su sottili materassi di gommapiuma, per terra, delle coperte arrotolate come cuscini. Gli altri fanno a turno, una notte su un letto, magari solo la rete di una brandina, un plaid sotto la schiena per smussare la rigidità delle molle, la notte seguente rannicchiati sulle panchine di ferro azzurro, qualche vecchio cuscino di pelle per poggiare il capo. Giacigli di fortuna, niente di più, come se fossero ancora nella safe house di Istanbul in cui i trafficanti li avevano tenuti nascosti prima della partenza del barcone da Izmir. E invece no, i sopravvissuti del naufragio di Cutro sono nei due capannoni di fronte al Cara di Crotone, la loro “casa” da quando, ormai nove giorni fa, hanno sfiorato la morte a poche centinaia di metri dalla spiaggia.


Niente letti per tutti, niente riscaldamento, un solo bagno con una sola doccia (senza tendine) un lavandino con due rubinetti, imbarazzante promiscuità per le donne e i bambini costretti a dormire insieme agli uomini. Niente lenzuola, niente cuscini, niente sedie, piccole pile di piatti di carta con gli avanzi del cibo e bottiglie d’acqua per terra, oltre a qualche cartone con generi alimentari di prima necessità. 
Alle pareti spoglie e con l’intonaco scrostato le cassette con le prese elettriche per ricaricare i cellulari, l’unico (o quasi) contatto con l’esterno. I ragazzini, alcuni senza neanche le scarpe chiuse, disegnano o scrivono sui muri. 


È così, come reclusi in una prigione del terzo mondo, che l’Italia, che da una settimana piange le 70 vittime e chissà quanti altri dispersi del naufragio di Cutro e prepara un consiglio dei ministri straordinario in trasferta per testimoniare la partecipazione del governo alla tragedia, tiene gli 81 superstiti del naufragio. In ospedale ne sono rimasti otto, gli altri, dalle ben più comode corsie, sono stati trasferiti in questi due capannoni di pertinenza del Cara di Crotone. 
Senza poter rimanere accanto alle bare dei cari che hanno perso, senza poter abbracciare i familiari che nel frattempo hanno raggiunto la Calabria da diverse parti del mondo, la Germania, l’Australia, gli Stati Uniti. Non detenuti, ma trattenuti senza alcun titolo, non naufraghi ma “clandestini”, nell’osceno limbo di chi non ha ancora chiesto asilo. 
Come se non fossero sopravvissuti a una tragedia immane, senza nessun rispetto per quel dolore infinito che spezza chi ha perso un figlio, un genitore, un compagno.
Domenica è andato a trovarli il deputato di Sinistra italiana Franco Mari. Nella delegazione anche Alessandra Sciurba, coordinatrice della Clinica legale migrazioni e diritti del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Palermo arrivata in Calabria per dare una mano ai volontari delle associazioni Mem.Med e Sabir che lavorano fuori dal campo. Sono usciti sconvolti. 


«Sono entrata in quei capannoni e mi si è stretto il cuore — racconta Alessandra Sciurba — Sono abituata a queste situazioni di crisi e ai luoghi di frontiera dove lavoro da anni ma non avrei mai immaginato che, nonostante la commozione di un Paese intero e i riflettori di tutta Europa accesi su Cutro, i superstiti di un naufragio potessero essere ospitati così. Il papà con il figlio che cerca la mamma, una donna che ha perso tutta la sua famiglia. Un posto così andrebbe chiuso e basta ma meno che mai ci si può tenere chi sta vivendo tutto questo».
Sconvolti dalla tragedia, desiderosi solo di poter riabbracciare i loro cari e piangere sulle bare dei loro morti, i superstiti non si lamentano neanche. «Solo una donna sommessamente mi ha chiesto: “Ma è normale che ci tengano così, chiusi qui dentro?”. Un ragazzo ha chiesto un rasoio. Gli altri si sono quasi straniti che ci interessassimo a loro. Misurano a passo lento i due magazzini, lo sguardo perso nel vuoto, chiedono solo di poter seguire le salme dei loro cari che verranno sepolte nei Paesi europei dove è residente il resto della famiglia».


Ancora una volta le gelide catene della burocrazia hanno la meglio sull’umanità: degli 81 superstiti, sebbene tutti informati della possibilità di farlo, in pochi hanno avanzato richiesta d’asilo. Sanno che le regole di Dublino li obbligano a rimanere in Italia ma quasi tutti, afghani e siriani in testa, vorrebbero poter andare con i loro cari in altri Paesi europei. E, nel frattempo, senza lo status di richiedente asilo, restano “trattenuti” in questo luogo dell’orrore adiacente al Cara, il più grande d’Europa, sempre sovraffollato. Da quei capannoni sono usciti solo due volte, per abbracciare le bare per pochi minuti e per incontrare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
«Sono ancora sconvolto — dice Franco Mari — dopo la pietà per i morti, dopo lo strazio sulla spiaggia con i familiari che sperano di veder riemergere i corpi dei loro dispersi, mi chiedo come sia possibile non avere nessun riguardo per queste persone. Erano su quel barcone, hanno vissuto la tragedia sulla loro pelle, pensavo fossero stati ospitati in albergo, trattati con cura eccezionale. Sono la carne di questa storia, sono l’incarnazione della sofferenza umana. E io mi vergogno».
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