L'altro 8 marzo: le donne detenute nelle carceri italiane
di Viola Giannoli , di Viola GiannoliUn altro 8 marzo è quello delle donne detenute nei penitenziari italiani, condannate sì, ma anche qui in cerca dei loro diritti da reclise. Erano 2.392 al 31 gennaio 2023, 8 ogni 100mila abitanti donne, pari al 4,2% della popolazione carceraria. Sempre meno le straniere, neanche una su tre, rumene, nigeriane, bulgare, sempre meno le ragazzine, sempre più le italiane. Quindici di loro sono madri con 17 figli al seguito di meno di un anno e dunque reclusi ancora con loro, negli Icam, gli istituti a custodia attenuata, nonostante le promesse del "mai più". Altri 3.890 figli sono fuori mentre le madri si trovano in un carcere italiano. Settanta sono invece le trans, detenute in sezioni protette delle prigioni maschili, che vivono però spesso nell'abbandono, coinvolte pochissimo nei corsi scolastici, nella attività sportive in palestra o ricreative. È Antigone, l'associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema p…
Un altro 8 marzo è quello delle donne detenute nei penitenziari italiani, condannate sì, ma anche qui in cerca dei loro diritti da reclise. Erano 2.392 al 31 gennaio 2023, 8 ogni 100mila abitanti donne, pari al 4,2% della popolazione carceraria. Sempre meno le straniere, neanche una su tre, rumene, nigeriane, bulgare, sempre meno le ragazzine, sempre più le italiane. Quindici di loro sono madri con 17 figli al seguito di meno di un anno e dunque reclusi ancora con loro, negli Icam, gli istituti a custodia attenuata, nonostante le promesse del "mai più". Altri 3.890 figli sono fuori mentre le madri si trovano in un carcere italiano. Settanta sono invece le trans, detenute in sezioni protette delle prigioni maschili, che vivono però spesso nell'abbandono, coinvolte pochissimo nei corsi scolastici, nella attività sportive in palestra o ricreative. È Antigone, l'associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale” nata alla fine degli anni Ottanta, a riportare dati, numeri, storie nel primo rapporto sulle donne detenute in Italia, recluse per la maggior parte per reati contro il patrimonio.
Il sovraffollamento causato dagli uomini e subito dalle donne
Sono poche le recluse sull'intera popolazione carceraria, la maggior parte a Rebibbia, il più grande istituto penitenziario femminile d'Europa. Con il piccolo peso numerico che arrecano al sistema penitenziario non sono responsabili del sovraffollamento carcerario eppure lo subiscono più degli uomini, quando non soffrono al contrario di isolamento. L’affollamento delle sezioni femminili è risultato essere del 115%, contro il 113,7% degli uomini. In carcere restano meno, di solito fino a sette anni, e minori sono dunque le pene ricevute.
Le celle senza doccia o bidet
In due celle su tre c'è la doccia, non in tutte quelle di Trani, di Reggio Emilia, di Rebibbia e di Bollate. E sempre in due celle su tre c'è il bidet. Ma le eccezioni sono importanti. Manca ad esempio a Bollate, istituto che ospita 140 detenute, o a San Vittore che ne ospita 79. Il bagno è quasi sempre separato ma nel reparto "camerotti" di Rebibbia, ad esempio, nelle singole al primo piano è presente solo il wc che non è separato dal resto della cella e le docce sono in comune. A Bollate nel reparto al piano terra il wc è alla turca e in due celle non vi è neanche una porta a separarlo dai letti e dalla cucina.
“I passeggi sono pochissimi metri, non si può passeggiare, non c’è lo spazio. Il bagno è con un muro a metà da schifo. E una tettoia di lamiere… Mi domando perché lo Stato è così indifferente a tutto questo? Cosa si deve fare? A chi dobbiamo rivolgerci? Il codice penale non prevede le torture psicologiche, però ci sono costantemente", scrive una reclusa dal carcere di Messina.
Il disagio psichico e i suicidi in carcere
Le donne con diagnosi psichiatriche gravi sono il 12,4% delle presenti, fanno regolarmente uso di psicofarmaci il 63,8% delle presenti. Dati che segnano un disagio psichico enorme, più significativo di quello degli uomini. Settantuno sono le donne internate nelle 33 Rems attive sul territorio nazionale. Il 14,9% delle detenute è in trattamento per le tossicodipendenze.
Troppi i casi di autolesionismo nelle sezioni femminili (30,8 ogni 100 presenti). Drammatico il numero dei suicidi lo scorso anno: nel 2022 ben 84 persone si sono tolte la vita all’interno di un istituto di pena, una ogni 4 giorni. Un numero così alto non era mai stato registrato, né in termini assoluti né in termini relativi. Tra loro, 5 erano donne, di cui 3 straniere. Nel 2020 e nel 2021, per avere un nero paragone, c'era stato un unico suicidio femminile in carcere. Due delle donne che si sono uccise soffrivano di disagio psichico, altre due avevano problemi di tossicodipendenza. Alcune erano giovanissime. Concetta Manuela Agosta aveva 29 anni e si trovava da soli due giorni nella Casa Circondariale di Messina. Si è impiccata nella sua cella. Una 36enne si è impiccata con un paio di pantaloni elastici ad un albero di nespolo, al termine dell’ora d’aria nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto. Come 36 anni aveva la donna con problemi di tossicodipendenza che si è tolta la vita a Rebibbia. La 51enne che si è impiccata nel carcere di Brescia era dentro da alcuni mesi per reati contro il patrimonio. Anche Donatella Hodo, 27 anni, aveva problemi di tossicodipendenza e sin da giovanissima aveva fatto avanti e indietro tra carcere e comunità. Si è uccisa una notte nel carcere di Verona. Il Magistrato di sorveglianza ha ammesso che il sistema con lei aveva fallito e che il carcere non era il luogo adatto.
Una donna reclusa a Vigevano racconta: “Ho 2 figli minorenni, il maschio del 2008 (affidato a mia madre) e la femmina del 2009 (affidato al padre e mia madre), purtroppo ne ho avuto uno nel 2019, ma è stato portato in affidamento in ospedale stesso. Da allora non ho più avuto sue notizie. Io so che per legge l’adottabilità si apre quando si hanno 10 anni di condanna, mentre con me hanno aperto l’adottabilità sin da ora anzi già da 1 anno. Non mi hanno dato nemmeno la possibilità di dimostrare che ho cambiato vita. Sto cadendo in una brutta depressione. È come se io stessi facendo una doppia carcerazione”.
L'assistenza medica 24 ore su 24 è presente in 2 istituti su tre che ospitano donne. L'assistenza psichiatrica è maggiore che nelle carceri maschili. In un carcere su tre manca un servizio di ginecologia e in due su tre manca un servizio di ostetrica.
Lavoro e istruzione
Va meglio per le donne, rispetto agli uomini, l'inserimento in percorsi lavorativi. Ma ci si ferma, alla fine del 2021, ultimo dato disponibile, alla metà delle donne. Ma bisogna aver presente che per essere conteggiati tra i detenuti lavoratori può bastare lavorare anche solo poche o pochissime ore settimanali, con conseguente scarsa o scarsissima remunerazione. Anche nella partecipazione a corsi di formazione professionale le donne sono tendenzialmente più rappresentate rispetto alla media delle loro presenze in carcere. Ma per Antigone "è importante orientare la tipologia di offerta formativa proposta verso percorsi non stereotipati al femminile". Nel primo semestre del 2022, ultimo dato disponibile, su 2.248 iscritti ai 197 corsi di formazione professionale attivati, 242 sono donne. Novanta di loro nello stesso anno hanno concluso i percorsi.
Due terzi delle detenute ha un titolo di studio. La maggior parte di loro si ferma alla licenza di scuola media inferiore. Il 7,1% invece è totalmente analfabeta. Poche le laureate e troppo poche le detenute che seguono corsi universitari dal carcere. Nel 2021 si sono laureati 18 uomini dietro le sbarre e una sola donna. E così pure a scuola c'è un gender gap. "Segno - spiega Antigone - di un grande problema nella capacità di garantire una solida formazione scolastica in carcere. Se nei gradi inferiori di istruzione le donne iscritte e promosse rispetto al totale delle donne presenti tendono a essere percentualmente più rappresentate degli uomini iscritti e promossi sul totale degli uomini presenti, nei gradi più alti la situazione si ribalta. Oggi come in passato, le donne tendono a frequentare corsi di alfabetizzazione e apprendimento della lingua italiana e gli altri corsi di primo livello, accedendo meno ai corsi di secondo livello. Uno sguardo ai dati sugli studi universitari conferma questa considerazione".
Scarsissime le attività in comune con gli uomini, corsi di teatro, laboratori di poesia, progetti di green therapy in serra: "Un divieto anacronistico - chiosa Antigone - di integrazione e incontro, previsto solo nel 10% degli istituti che ospitano anche donne", dove comunque le attività culturali, sociali, ricreative sono ridotte.
Come racconta una lettera di una detenuta a Como: "Al femminile non c’è possibilità di usufruire del teatro, non c’è possibilità di fare corsi di musica, visto che gli strumenti sono solo al maschile. L’area adibita all’aria non ha palloni utilizzabili… e non dà alcuna possibilità di svolgere attività sportive. L’area educativa esiste solo al maschile e le detenute sono prive di educatori stabili, con la conseguenza che non vengono redatte osservazioni e sintesi, precludendo l'acceso a misure alternative, con danni gravissimi per le detenute”.