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Paola Di Nicola: “Siamo ai vertici anche in magistratura. Ma troppe ancora non hanno giustizia"

Paola Di Nicola 
Le vittime però continuano ad essere inascoltate, perché spesso le donne nei tribunali applicano gli identici stereotipi degli uomini e non sanno leggere la violenza di genere
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"È un 8 marzo in cui ai vertici della Giustizia abbiamo donne che ricoprono ruoli fino a ieri saldamente in mano al potere maschile. Margherita Cassano, presidente della Cassazione, Silvana Sciarra alla Consulta preceduta da Marta Cartabia, poi ministra della Giustizia. È un cambiamento importante, è la rottura di un divieto simbolico, la dimostrazione della nostra competenza. Purtroppo questo non corrisponde ancora al rispetto delle donne nelle aule dei tribunali". Paola Di Nicola Travaglini è una delle magistrate italiane più esperte nella lotta alla violenza di genere, da anni denuncia quanto nei processi per femminicidio, nelle cause in cui si decide di affidamento di minori, la parola delle donne resti inascoltata. Un muro di gomma fatto di stereotipi e pregiudizi che Di Nicola ha raccontato in un libro fondamentale, "La mia parola contro la sua".

Di Nicola, le donne sono oggi il 56% delle magistrate. Più della met&ag…

"È un 8 marzo in cui ai vertici della Giustizia abbiamo donne che ricoprono ruoli fino a ieri saldamente in mano al potere maschile. Margherita Cassano, presidente della Cassazione, Silvana Sciarra alla Consulta preceduta da Marta Cartabia, poi ministra della Giustizia. È un cambiamento importante, è la rottura di un divieto simbolico, la dimostrazione della nostra competenza. Purtroppo questo non corrisponde ancora al rispetto delle donne nelle aule dei tribunali". Paola Di Nicola Travaglini è una delle magistrate italiane più esperte nella lotta alla violenza di genere, da anni denuncia quanto nei processi per femminicidio, nelle cause in cui si decide di affidamento di minori, la parola delle donne resti inascoltata. Un muro di gomma fatto di stereotipi e pregiudizi che Di Nicola ha raccontato in un libro fondamentale, "La mia parola contro la sua".

Di Nicola, le donne sono oggi il 56% delle magistrate. Più della metà. Ma la discriminazione nelle sentenze resta un dato drammatico, come ha scritto la commissione sul femminicidio.
"Accade perché le donne stesse, magistrate, avvocate, se non sono formate a leggere la violenza, applicano in tribunale gli identici stereotipi degli uomini. Se non sono consapevoli cioè di quanto sia ancora maschilista il sistema in cui entrano, continueranno a non credere alle donne. A derubricare la violenza a conflitto di coppia ad esempio. A continuare a cercare il perché dietro un pugno che la vittima riceve, come se lei lo avesse in qualche modo provocato. Ecco perché nonostante il numero delle magistrate cresca, il cambiamento è lento".

I numeri non sono un dato incoraggiante?
"Certo. Bisogna ricordare però che in magistratura si entra con un concorso pubblico e anonimo. Chi giudica non sa se quel compito è stato scritto da un maschio o da una femmina. Visto che le donne sono sempre più brave il loro numero cresce".

Se invece su quei compiti ci fosse scritto un nome femminile i numeri sarebbero inferiori?
"Sì, scatterebbe la discriminazione di genere. Un po' come avviene nella selezione per le orchestre, dove i musicisti fanno l'audizione protetti da un paravento perché la commissione non ne conosca il sesso e non ne sia influenzata".

Dunque i meriti non bastano.
"Non ancora, oggi, in questo sistema".

Lei dice però che le donne ai vertici della Giustizia rappresentano la rottura simbolica di un divieto.
"È così. A loro possono guardare le ragazze per sentire che possono farcela. Del resto abbiamo oggi due donne leader, Meloni e Schlein: non era mai successo".

Resta aperto il nodo della formazione.
"Bisogna insegnare il diritto antidiscriminatorio nelle facoltà di Giurisprudenza. Così le cose, forse, cambieranno".