Papa Francesco, 10 anni di pontificato: l'arma della povertà nel nome del santo di Assisi
di Corrado Augias , di Corrado AugiasROMA - Quando Jorge Mario Bergoglio venne eletto papa, giusto dieci anni fa, e "sibi imposuit nomem Francesco", non tutti capirono quale fossero le implicazioni di quella dirompente novità. L'altro Francesco, il poverello d'Assisi, era morto nel 1226 e appena due anni dopo era stato proclamato santo. Nonostante questo, nessuno degli 87 papi che da allora si erano succeduti sul trono di Pietro aveva ritenuto opportuno riprendere Francesco come nome dinastico. La ragione è che la rivoluzione apportata da quel Francesco era stata di tale portata da metterlo a rischio d'essere bandito come eretico prima di essere fatto santo con insolita rapidità.
L'incontro con Innocenzo III e la regola rinviata
Se c'è una figura nella storia della Chiesa cui va applicata la famosa invocazione "San…
ROMA - Quando Jorge Mario Bergoglio venne eletto papa, giusto dieci anni fa, e "sibi imposuit nomem Francesco", non tutti capirono quale fossero le implicazioni di quella dirompente novità. L'altro Francesco, il poverello d'Assisi, era morto nel 1226 e appena due anni dopo era stato proclamato santo. Nonostante questo, nessuno degli 87 papi che da allora si erano succeduti sul trono di Pietro aveva ritenuto opportuno riprendere Francesco come nome dinastico. La ragione è che la rivoluzione apportata da quel Francesco era stata di tale portata da metterlo a rischio d'essere bandito come eretico prima di essere fatto santo con insolita rapidità.
L'incontro con Innocenzo III e la regola rinviata
Se c'è una figura nella storia della Chiesa cui va applicata la famosa invocazione "Santo subito" è stata proprio quella di Francesco. Questo era accaduto alla fine di una vita così drammatica, così segnata da una visione estrema dell'impegno, da far diventare quasi parodistica la diffusa immagine dolciastra del santo povero e buono che ammansisce i lupi e parla agli uccellini. Quando quel Francesco arrivò a Roma nel 1209 per consegnare a Innocenzo III la prima bozza di regola dell'ordine da lui fondato, il Papa reagì con cautela, disse di volerla far esaminare, ammise a mezza bocca che sarebbe stata approvata ma si guardò bene dal consacrarla con una bulla, il sigillo pontificio. Ci vollero 14 anni e una nuova edizione molto attenuata perché il sigillo venisse finalmente apposto. Le prime norme disegnavano una visione sconvolgente della militanza cristiana nel mondo. Chiedevano agli aderenti, come regola assoluta di vita, una povertà estrema, ovvero il rifiuto totale di ogni bene. "Se avessimo dei beni", rispose un giorno Francesco a chi gli chiedeva le ragioni di una scelta così drastica "dovremmo avere anche armi per difenderci. Dalla ricchezza nascono le liti che impediscono l'amore di Dio e quello per il prossimo". Questo empito, che si può ben chiamare rivoluzionario, non poteva essere visto con favore da una Chiesa che praticava una condotta opposta per l'uso a volte sfacciato delle ricchezze, soprattutto perché tenuta a comportarsi secondo le regole dettate dall'esercizio del dominio politico e militare. Si può bel capire che il Papa fosse perplesso.
Le similitudini col passato
Se si prescinde dagli enormi cambiamenti intervenuti da allora, si può dire che la situazione trovata da papa Bergoglio non è psicologicamente e di fatto molto lontana da quella. Oggi, come allora, il nome Francesco in apparenza così semplice è rimasto drammaticamente impegnativo. Molti gli equivoci, molte le incomprensioni che hanno segnato i primi dieci anni di pontificato del papa regnante provengono dall'iniziale sottovalutazione di quella scelta.
Le spine del Santo padre
La condizione che Bergoglio ha ereditato assumendo il titolo regale di papa, vede una curia - che della Chiesa è il governo - profondamente divisa, finanze dissestate, spese immani, entrate in diminuzione, seminari vuoti, l'immenso, doloroso scandalo della pedofilia: una situazione di fronte alla quale il suo predecessore, papa Ratzinger, s'era visto costretto a cedere. "Ingravescente aetate", aveva ammesso Benedetto XVI con un'espressione che significa molto di più del corrispettivo italiano, "età avanzata", rimanda a un peso sì dell'età, ma non solo di quella, diventato insostenibile.
Il nodo della dottrina
Se si confronta la situazione di Francesco con quella di un qualunque altro uomo o donna di governo, si vede subito che molti sono i problemi comuni in un mondo che attraversa epocali trasformazioni tecnologiche e di equilibri mondiali. Per il capo della Chiesa però c'è un'ulteriore gravame rappresentato dalla dottrina. La Santa Sede è un'entità d'ordine statale, dispone di rappresentanze diplomatiche, siede come osservatore all'Onu, batte (simbolicamente) moneta, dispone di un corpo di polizia, di una magistratura, perfino di un simbolico esercito che indossa bellissimi costumi cinquecenteschi.
Dottrina e sacralità
La Chiesa è altra cosa. Esercita unicamente il potere della parola divina, il papa è definito "vicario di Gesù in terra", la prima legge alla quale deve rispondere non sono i codici, ma la teologia. Se lo scandalo della pedofilia o le malversazioni finanziarie attengono al Codice penale, l'elaborazione della dottrina investe il sommo pontefice di una speciale sacralità.
Le domande difficili
Arriva a questo punto il grande, angoscioso, dilemma che papa Francesco deve fronteggiare. In quale considerazione tenere una teologia invecchiata, di fatto quasi inutilizzabile come faceva notare il cardinale Martini di benedetta memoria? La vita sessuale dei credenti deve davvero obbedire a canoni che oggi solo pochi tentano di rispettare? Le impegnative dichiarazioni di una preghiera come il Credo sono davvero comprese, fatte proprie, nella loro vincolante pregnanza? Il papa deve ammettere o addirittura favorire vincoli dottrinali più blandi per facilitare una più estesa adesione? O deve mantenere intatto ogni divieto, obbligo, tabù nella sua originale severità a costo di perdere adesioni in un mondo (in particolare quello Occidentale) ormai lontano dalla spiritualità? Le parole "chi sono io per giudicare?" qualificano il papa come buon pastore o come debole custode di una dottrina che molti ormai trascurano? Gli omosessuali, i divorziati, i concubini sono parte dell'assemblea dei fedeli?
Finito il tempo dei dogmi
Contro Bergoglio sono state mosse critiche volgari o interessate che non vale la pena di riprendere; ma c'è stato anche l'autentico timore che spostare tutta l'attenzione sull'aiuto da dare ai poveri, trascurando i più urgenti problemi teologici e di dottrina, sfiori il rischio di trasformare la religione in sociologia. L'ultimo papa che osò proclamare un dogma di fede è stato Pio XII nel 1950: Assunzione in cielo di Maria in corpo e spirito. Il precedente è di quasi un secolo prima: Immacolata Concezione proclamata da Pio IX nel 1854. Non è più tempo di dogmi, non è più tempo di obbedienza totale. Ma in una situazione come questa come deve reagire un sommo pontefice? È probabilmente la prima volta, in una storia secolare, che il papa di Roma si trova ad affrontare una serie di dilemmi dei quali è diventato difficile vedere la soluzione.