Zuppi: “Un Papa amato dai laici, meno dai chierici: proprio come Gesù”
di Iacopo Scaramuzzi , di Iacopo ScaramuzziUn "piccolo gregge" che sa essere "lievito" per la società, non chiuso nei "bastioni", occupandosi di poveri e migranti non meno che della bioetica, capace di difendere la vita "all'inizio, alla fine e anche a metà". È la consegna affidata da Francesco alla Chiesa italiana nell'analisi del presidente della Conferenza episcopale, il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi.
Il cardinale Jean-Louis Tauran diceva che la gente andava a San Pietro per vedere Giovanni Paolo II, per ascoltare Benedetto XVI, ora per toccare Francesco: è d'accordo?
"Certamente questo Papa esercita un'attrazione, una simpatia, esprime una fisici…
Un "piccolo gregge" che sa essere "lievito" per la società, non chiuso nei "bastioni", occupandosi di poveri e migranti non meno che della bioetica, capace di difendere la vita "all'inizio, alla fine e anche a metà". È la consegna affidata da Francesco alla Chiesa italiana nell'analisi del presidente della Conferenza episcopale, il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi.
Il cardinale Jean-Louis Tauran diceva che la gente andava a San Pietro per vedere Giovanni Paolo II, per ascoltare Benedetto XVI, ora per toccare Francesco: è d'accordo?
"Certamente questo Papa esercita un'attrazione, una simpatia, esprime una fisicità: non si è mai sottratto a un rapporto diretto, senza filtri, senza timori con la gente. Ripete spesso che bisogna toccare i poveri e le situazioni, e lo fa con la sua attenzione, con la sua memoria, con la sua accoglienza, con un sorriso che avvicina e fa sentire a tutti che è possibile avvicinarsi".
"Simpatico questo Papa, parla un po' troppo di migranti", ho sentito dire a un tassista romano...
"E qualcun altro direbbe che parla un po' troppo di poveri! È un tema che purtroppo è stato strumentalizzato ma è soltanto annuncio evangelico: "Ero forestiero e mi avete ospitato, ero nudo e mi avete vestito, ero affamato e mi avete dato da mangiare". Il Papa non può non essere insistente, anche perché la Chiesa è di tutti ma particolarmente dei poveri, e Francesco ci ricorda che i poveri non sono un problema di qualche volontario o di qualche specialista, ma che siamo tutti specialisti, che i poveri sono nostri fratelli".
Migranti, poveri, ma anche ambiente, lavoro, pace. Questioni che in passato sembravano messe un po' in ombra, nell'agenda della Chiesa, dalle battaglie sulla bioetica: chi sbaglia e chi ha ragione?
"Non c'è differenza. Forse l'unica differenza è che il Papa le ha messe tutte insieme, mostrando che la difesa della vita, quindi anche la bioetica, e la difesa del migrante, dell'affamato, di tutte le vittime delle guerre, sono la stessa cosa. Prima le vedevamo divise, pensavamo che difendere la vita fosse difendere la vita solo con la bioetica, il Papa ci aiuta anche a capire che la vita da difendere è sempre tutta: all'inizio, alla fine e anche a metà".
Cosa ha portato Francesco alla Chiesa in dieci anni di pontificato?
"Ha portato tanta consapevolezza dei problemi, delle sfide: non le ha evitate, non ha fatto finta, non le ha rimandate, non ha anestetizzato. Con discernimento: non basta solo l'applicazione di una regola ma occorre capire come applicare la regola, e parlare con tutti, non distribuire un certificato o dare una diagnosi, ma legare a sé, accogliere tutti e accompagnare tutti".
E cosa ha portato alla Chiesa in Italia?
"Ci ha resi consapevoli di un umanesimo di cui la Chiesa italiana è depositaria, e ci ha chiesto di farne non qualcosa del passato ma da spendere nel presente".
La Chiesa italiana non sempre lo ha capito: poco prima della sua elezione a presidente della Cei, Bergoglio auspicò un "bel cambiamento" rispetto a una "mentalità preconciliare che si traveste da conciliare"...
"Sono passati quasi otto anni dal discorso importante che fece alla Chiesa italiana a Firenze, in cui ci chiese di lavorare sinodalmente: non possiamo lasciare le cose così come stanno, non dobbiamo dire "si è sempre fatto così", dobbiamo vivere l'inquietudine, l'umiltà ma anche la gratuità. Credo che questo sia un cambiamento, uno sforzo, che direi che dobbiamo ancora tanto vivere, e il cammino sinodale ci aiuta a viverlo".
Lei ha detto che la visione della "minoranza creativa" di Benedetto XVI "è tutt'altro che contraddittoria con quella di Chiesa di popolo di cui è testimone Francesco": in Italia nel corso del tempo il popolo cattolico si è però assottigliato...
"Io vedo tanta attenzione che le parole di papa Francesco suscitano anche in persone che definiremmo distanti, che non si rifacevano alle parole di un Papa. Certamente si è assottigliato, ed è chiaro che la Chiesa è una minoranza e dev'essere creativa, non conservativa, non chiusa, non una Chiesa da bastioni: la Chiesa è sempre un piccolo gregge, ma è chiamata a misurarsi con la grande folla, come il lievito. È un popolo che ha confini molto più larghi di quello che pensiamo. E il Papa ci esorta a ricordarci di essere "fratelli tutti"".
I detrattori di questo Papa dicono che piace ai laici ma tra i fedeli crea un po' di confusione dottrinale. Cosa ne pensa?
"Che anche Gesù era visto male dagli uomini di religione ed era molto amato da coloro che erano distanti, o considerati distanti! Credo che qualche lettura ideologica e politica, trasferita colpevolmente e in maniera interessata nelle categorie della Chiesa, da ogni parte, non capisce il Papa. Francesco aiuta la Chiesa a guardare avanti e ad essere unita. Ci invita a fare della diversità una ricchezza, ci esorta a combattere non la diversità, ma la divisione".
Si può parlare di un Papa popolare in tempi di populismi?
"Sì, ma non è un Papa populista: ci ricorda che siamo un popolo e ci ricorda anche di non chiuderci in laboratori di idee: gnostiche, cioè i salotti, una fede lontana dalla gente, o pelagiane, cioè senza la presenza di Dio".
Francesco è sembrato tenersi un po' a distanza dalla politica italiana, ma dice cose che hanno ricadute politiche. È un Papa politico o no?
"È un Papa che ricorda a tutti di avere amore politico, anzi ridà dignità alla politica proprio perché ne è lontano. Sottolinea la dignità della politica, la responsabilità di tutti, ovviamente anche dei cristiani: poi sta alla politica fare la politica, e non piegare le sue parole al proprio interesse".
È riuscito Francesco a cambiare la Chiesa? Era questo il suo obiettivo?
"Lo Spirito santo ci prova continuamente! Ma la Chiesa è sempre anche meretrix, e quando ha pensato di essere idealizzata e angelica ha fatto male e si è fatta del male. Francesco ci aiuta ad amare la Chiesa con il suo peccato ma anche a renderla migliore con la nostra santità. A capire che la santità è quella della porta accanto, non quella di un mondo che non esiste".