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Vaticano, meno Europa e più mondo: il nuovo volto del conclave

Papa Francesco (Stefano Dal Pozzolo/ Contrasto) 
C'è la "legge" del pendolo. Ma Bergoglio in questi dieci anni ha ridisegnato il sacro collegio a tal punto da rendere indecifrabile il futuro. L’Italia resta prima per numero di cardinali, ma dal “global South” vengono alcuni dei nomi più interessanti. Francesco non ha creato un gruppo a sua immagine e somiglianza. E non è ancora arrivato al quorum di due terzi che dovrà eleggere il suo successore. Un collegio sparpagliato per radicare le differenze culturali del cattolicesimo globale
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Chissà se anche questa volta si verificherà l'oscillazione del pendolo. Dopo un Papa romano, un Papa straniero, e poi di nuovo un romano, e così via. Non è una legge della fisica ma nel corso del tempo si è riprodotta con sorprendente esattezza. Dopo il romanissimo Pio XII fu eletto il bergamasco Giovanni XXIII, il Papa che aprì il Concilio vaticano II; gli succedette Paolo VI, bresciano ma per un ventennio in Segreteria di Stato; e 33 giorni dopo Giovanni Paolo I arrivò il polacco Giovanni Paolo II; al quale subentrò un altro romano d'adozione, Benedetto XVI, quasi un quarto di secolo come guardiano dell'ortodossia prima di ascendere al soglio di Pietro; infine Francesco, catapultato a Roma "quasi dalla fine del mondo". Come se Santa Romana Chiesa respirasse così, con l'alternanza tra un Pontefice che sottolinea la proiezione della fede cattolica nel mondo ed uno più attento alle sensibili…

Chissà se anche questa volta si verificherà l'oscillazione del pendolo. Dopo un Papa romano, un Papa straniero, e poi di nuovo un romano, e così via. Non è una legge della fisica ma nel corso del tempo si è riprodotta con sorprendente esattezza. Dopo il romanissimo Pio XII fu eletto il bergamasco Giovanni XXIII, il Papa che aprì il Concilio vaticano II; gli succedette Paolo VI, bresciano ma per un ventennio in Segreteria di Stato; e 33 giorni dopo Giovanni Paolo I arrivò il polacco Giovanni Paolo II; al quale subentrò un altro romano d'adozione, Benedetto XVI, quasi un quarto di secolo come guardiano dell'ortodossia prima di ascendere al soglio di Pietro; infine Francesco, catapultato a Roma "quasi dalla fine del mondo". Come se Santa Romana Chiesa respirasse così, con l'alternanza tra un Pontefice che sottolinea la proiezione della fede cattolica nel mondo ed uno più attento alle sensibilità interne. Il pendolo ora oscillerebbe verso Roma, se fosse una legge della natura. 

E se Jorge Mario Bergoglio in dieci anni di pontificato non avesse ridisegnato il sacro collegio con scelte così innovative, infrangendo consuetudini inveterate, da rendere il futuro quanto mai indecifrabile.
Ha valorizzato le periferie, sì, ma non solo. Ha ridotto, gradualmente, lo iato tra la distribuzione dei cattolici nel mondo e la sua rappresentazione nel collegio cardinalizio. Calano gli europei, passati dal 52% degli elettori di dieci anni fa al 39% di oggi, e aumenta il peso dei due continenti dove il cristianesimo cresce, Africa e Asia.

Cresce il "global south"

I cardinali provenienti da Centro e Sud America, Asia, Oceania, Africa sono passati, insieme, dal 30,4% al 48%. Da qui vengono alcune delle personalità più interessanti per il futuro della Chiesa: il filippino Louis Antonio Tagle, creato cardinale da Benedetto XVI e chiamato da Francesco alla testa di Propaganda fide, figura discreta ma teologo di spessore, nipote - dettaglio non privo di rilievo - di nonno materno cinese; l'arcivescovo di Città del Messico, una delle metropoli più grandi del mondo, Carlos Aguiar Retes, biblista addottorato a Roma, poliglotta, moderato con buona capacità di governo; ma anche Sérgio da Rocha, primate del Brasile, di recente annoverato dal Papa tra i nove cardinali consiglieri (C9); il sudcoreano Lazzaro You Heung-sik, prefetto vaticano del Clero; o l'arcivescovo di Kinshasa Fridolin Ambongo Besungu, anch'egli nel C9, stella emergente della Chiesa africana. 

Francesco ha sì infranto consuetudini consolidate, ma è stato anche attento a preservare certi equilibri. Di concistoro in concistoro quello degli italiani è rimasto il primo gruppo. Ridotto nei numeri (dal 24% nel 2013 al 13%) ma più omogeneo, e per questo più capace di incidere. Spiccano il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, veneto, moderato, diplomatico con grandi capacità di mediazione; e l'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, romano proveniente dalla comunità di Sant'Egidio, ideali sessantottini e abilità politica democristiana, nipote di un grande cardinale di Curia del passato, Carlo Confalonieri. 

Non c'è una falange bergogliana

Sbaglierebbe, però, chi ritenesse che Bergoglio abbia plasmato un collegio a sua immagine e somiglianza. Non è ancora arrivato al quorum di due terzi necessario a eleggere il successore (i porporati creati da Francesco sono il 65,85%). Sia tra i "wojtyliani" (8,13%) che tra i "ratzingeriani" (26,02%) ci sono personalità di peso, a partire dall'arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn, allievo di Ratzinger e stimato da Bergoglio, domenicano di solida dottrina ma capace di notevoli aperture. 

Sul fronte conservatore, se Robert Sarah, guineano, tra i più critici della linea bergogliana, ha posizioni fin troppo estreme, l'arcivescovo di Colombo, in Sri Lanka, Malcom Ranjith, poliglotta con una esperienza in Curia romana, mescola capacità pastorale e fermezza dottrinale. Su posizioni più moderate c'è l'arcivescovo di Budapest, Peter Erdo, teologo raffinato. Marc Ouellet, canadese, a lungo nel potente ruolo di prefetto del dicastero dei vescovi, ora è in pensione, inseguito peraltro da denunce di molestie da alcune donne. Tra le fila della vecchia guardia c'è poi il pugliese Ferdinando Filoni, carattere acceso e lunga carriera diplomatica alle spalle. 

Innovazioni ed equilibri

I nuovi cardinali - ulteriore motivo per cui non esiste una falange bergogliana - si conoscono a malapena. "Nel 2013 conoscevo un'ottantina di altri cardinali, oggi al massimo quaranta...", confida un porporato italiano. Le personalità scelte, poi, sono tutt'altro che unanimi. Se Parolin e Tagle si sono spesi per l'accordo con la Cina, l'arcivescovo di Yangon, Charles Bo, compassato salesiano che tiene la barra dritta in Myanmar, critica apertamente Pechino. Bergoglio ha creato cardinale il suo confratello gesuita Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo aperto a benedire le coppie gay e a valorizzare laici e donne, ma anche l'arcivescovo svedese Anders Arborelius, convertito dal luteranesimo, critico verso ogni condiscendenza con la secolarizzazione. C'è Mario Grech, maltese che guida, con elasticità pastorale, il delicato meccanismo del Sinodo, come Konrad Krajewski, un polacco tanto generoso nelle attività caritatevoli quanto tradizionale nella liturgia. 

Se il Papa ha valorizzato i paesi del global South, non ha però dimenticato l'America del Nord, dove emergono personalità quali l'arcivescovo di Québec, in Canada, Gérald Lacroix, o lo statunitense Joe Tobin, né ha abbandonato la vecchia Europa, imponendo ad esempio la berretta cardinalizia a Juan José Omella y Omella, arcivescovo aragonese di Barcellona, o José Tolentino de Mendonça, intellettuale portoghese ora alla guida del dicastero per la Cultura e l'Educazione. 

Un collegio sparpagliato

Anche al prossimo conclave, che non è alle porte, potrebbe verificarsi la legge del pendolo. Il prossimo vescovo di Roma potrebbe già essere a Roma. O invece trovarsi in una lontana diocesi dell'Asia o delle Americhe, in una metropoli africana, nel vecchio continente. Quel che è certo è che dovrà fare sintesi, più che in passato, tra i mille colori del cattolicesimo globale. Perché in dieci anni di pontificato Jorge Mario Bergoglio - ed è forse il suo timbro più indelebile - ha sparpagliato il sacro collegio, inchiodandolo alle differenze culturali. Consapevole, come ha avuto a dire, che "quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo - quasi! - per il vescovo di un altro continente". Ma altresì convinto che "ogni principio generale ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato". Altrimenti il cattolicesimo rimarrebbe una religione senza fede, una Chiesa senza futuro.