✕

La via della seta italiana rinasce in Calabria. E piace ai brand del lusso

Foto: Beniamino Pisati - photo travel 
Tre giovani hanno rilanciato la tradizione della gelsibachicoltura a San Floro, unendo le esperienze all'estero al desiderio di riappropiarsi della tradizione locale. E Gucci ha bussato alla loro porta per produrre il primo foulard del pregiato filato totalmente italiano
2 minuti di lettura

La via della seta passa per San Floro. Ma non si tratta della nuova strategia di Xi Jinping per i commerci tra Cina e occidente bensì del progetto di tre giovani che hanno intuito la potenzialità di riportare la coltura del baco da seta nelle campagne del paesino calabrese. Tutto nasce dalla voglia di "tornare a vedere il cielo" fuori dalla grande città e di ritrovare le origini. Il successo è tale che alla loro porta bussa persino la Maison del lusso Gucci con un progetto per produrre il primo foulard 100% di seta italiana nel 2023.

L'idea dalla tradizione

Gli inizi non sono facili. Miriam Pugliese ama le lingue, lavora a Malpensa e poi a Berlino, Domenico Vivino ha una laurea in sociologia a Napoli, Giovanna Bagnato si occupa da sempre di arte e pittura. Vivono lontani, ma una sera d'estate si ritrovano in vacanza e decidono di fare impresa insieme. Partono nel 2014 fondando la cooperativa "Nido di seta" e prendendo in conces…

La via della seta passa per San Floro. Ma non si tratta della nuova strategia di Xi Jinping per i commerci tra Cina e occidente bensì del progetto di tre giovani che hanno intuito la potenzialità di riportare la coltura del baco da seta nelle campagne del paesino calabrese. Tutto nasce dalla voglia di "tornare a vedere il cielo" fuori dalla grande città e di ritrovare le origini. Il successo è tale che alla loro porta bussa persino la Maison del lusso Gucci con un progetto per produrre il primo foulard 100% di seta italiana nel 2023.

L'idea dalla tradizione

Gli inizi non sono facili. Miriam Pugliese ama le lingue, lavora a Malpensa e poi a Berlino, Domenico Vivino ha una laurea in sociologia a Napoli, Giovanna Bagnato si occupa da sempre di arte e pittura. Vivono lontani, ma una sera d'estate si ritrovano in vacanza e decidono di fare impresa insieme. Partono nel 2014 fondando la cooperativa "Nido di seta" e prendendo in concessione dal Comune 5 ettari di terra con 3 mila gelsi e un piccolo museo dedicato. "Ognuno di noi aveva cercato affermazione professionale all'estero, ma l'estate era il momento in cui si ricomponeva la compagnia dell'infanzia. Tutti avevamo voglia di tornare, e abbiamo provato a vedere cosa offriva il territorio. Poi, pensando ai racconti nostalgici dei nonni che erano dediti all'autoproduzione del baco da gelso per confezionare il corredo delle ragazze, ci è venuta l'idea".

Una fatica ripagata

In fondo non hanno fatto altro che riprendere il filo di una tradizione che portò la zona di Catanzaro ad essere famosa nel mondo, tra il 1400 e il 1700, per la produzione della seta da gelso. E se alcuni storici addirittura attribuiscono al termine greco Katartarioi, ossia dei filatori di seta, il nome delle città, certamente l'introduzione della coltura proveniente dalla Cina  non può prescindere dalla storia di questa parte del sud Italia e dalla sua dominazione bizantina. Per riappropriarsi della conoscenza dell'allevamento del baco, dimenticata dopo la rivoluzione industriale, si affidano agli anziani del Paese. Per implementare le conoscenze viaggiano al di fuori dell'Europa in Paesi come Thailandia e India, scoprendo metodi di lavorazione meno convenzionali e nuove tinture naturali in Messico. La fatica viene ripagata.

Oggi hanno 200 mila bachi e seguono l'intera filiera di produzione dall'allevamento alla lavorazione alla vendita di scialli, sciarpe, gioielli artigianali anche grazie al sito internet che diffonde la loro attività nel mondo. Alla seta hanno aggiunto attività come la produzione delle marmellate di mora di gelso, il turismo, la formazione delle scolaresche.

Il ruolo centrale delle donne

E poi ci sono le donne, arco portante dell'attività. "Abbiamo creato una sorta di distretto tessile - spiega Miriam - al momento composto da 8 tessitrici calabresi che lavorano la seta nei rispettivi laboratori creando un valore condiviso nonché reddito per le comunità e poi abbiamo 6 lavoratori stagionali quando c'è la raccolta".

Nel 2020  "brevettano" un macchinario per l'estrazione di un filo diverso dal grezzo tipico della lavorazione locale un filo "omogeneo, continuo, sottile come un capello". Proprio quello di cui si innamora Gucci e con la quale si inaugura una filiera di gelsibachicoltura dedicata per produrre fili da pratiche agricole rigenerative e a Km 0, il primo passo per un mercato più ampio e di qualità.

Partire per capre... e tornare

"Il giro d'affari - prosegue Miriam -  non ci interessa troppo, il nostro scopo, per cui all'inizio ci davano dei pazzi, era creare qui un'occasione per i giovani che vanno via. Un po' come un boomerang, perché andare all'estero serve per capire quanta bellezza e quante occasioni può offrire la nostra terra a chi cambia la prospettiva di visione".

E infatti i tre soci recuperano anche l'antico Museo della seta dove è possibile ammirare costumi d'epoca, paramenti sacri damascati, manufatti in seta greggia contemporanea e  telai antichi. Poi, pensando al futuro e per evitare l'estinzione dei saperi su cui si basa la manifattura, avviano un'Academy che offre corsi tematici legati all'artigianato e all'agricoltura, ma con somma sorpresa non sono solo i giovani calabresi a frequentare l'aula bensì ricercatori, artigiani, stilisti provenienti dall'estero che suggellano il successo di quella scommessa un po' folle di 10 anni fa.