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Migranti, nell’hotspot di Lampedusa al collasso: “Sto all'aperto con mio figlio di 4 mesi”

Più di 2.500 persone stipate nel centro dell'isola. Senza letti, né docce e i teli termici usati come scarpe
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Ancor prima di vedere le facce stanche, i piedi avvolti nelle coperte termiche che diventano scarpe o abiti. Ancor prima di vedere i jeans ancora bagnati che penzolano dal cancello, di sentire le urla e i pianti dei bambini, dall'hotspot di Lampedusa arriva l'odore. È lo stesso che si alza dalle barche che stanno ormeggiate alla rinfusa al molo Favaloro dopo più di due giorni di arrivi ininterrotti. È l'odore di naufragio. Sa di umanità compressa, benzina, stanchezza, paura.

Chi sfida il Mediterraneo su una tinozza o un canotto se lo porta spalmato addosso come una colla. Per mandarlo via non basta buttar via gli stracci indossati durante la traversata, a volte non basta neanche una doccia. Ma anche lavarsi è un lusso che all'hotspot di Lampedusa pochissimi si possono permettere. Le docce sono una quarantina, dentro ci sono più di 2.500 persone. Tra venerdì e sabato, al molo Favaloro sono stati accompagnati quasi …

Ancor prima di vedere le facce stanche, i piedi avvolti nelle coperte termiche che diventano scarpe o abiti. Ancor prima di vedere i jeans ancora bagnati che penzolano dal cancello, di sentire le urla e i pianti dei bambini, dall'hotspot di Lampedusa arriva l'odore. È lo stesso che si alza dalle barche che stanno ormeggiate alla rinfusa al molo Favaloro dopo più di due giorni di arrivi ininterrotti. È l'odore di naufragio. Sa di umanità compressa, benzina, stanchezza, paura.

Chi sfida il Mediterraneo su una tinozza o un canotto se lo porta spalmato addosso come una colla. Per mandarlo via non basta buttar via gli stracci indossati durante la traversata, a volte non basta neanche una doccia. Ma anche lavarsi è un lusso che all'hotspot di Lampedusa pochissimi si possono permettere. Le docce sono una quarantina, dentro ci sono più di 2.500 persone. Tra venerdì e sabato, al molo Favaloro sono stati accompagnati quasi tremila naufraghi, soccorsi mentre cercavano di fuggire dalla Tunisia su qualsiasi mezzo possibile.

Barconi di legno vecchi e scrostati, le nuove tinozze in ferro che bastano onde un po' più alte a far andare giù, barchini giocattolo, persino un vero e proprio canotto. E mai come negli ultimi mesi, spiega il responsabile del poliambulatorio di Lampedusa, Francesco D'Arca "arrivano donne e bambini. Ci raccontano che i mariti le fanno partire per metterle in salvo". Da quando il presidente Kaïs Saïed ha dichiarato i migranti africani "persone non grate", la loro vita in Tunisia vale meno di zero. A un ragazzo, ieri trasferito d'urgenza in ospedale in Sicilia, il padrone ha bruciato un braccio fino alla carne viva.

Con il Mediterraneo svuotato di navi civili e soccorsi, per lui e gli altri che fuggono, Lampedusa è il primo porto sicuro. Per tutti la destinazione è l'hotspot diventato un formicaio di gente che si contende ogni spazio disponibile. E per l'ennesima volta al posto delle scarpe si usano bottiglie di plastica o le "metalline", i "fogli" termici consegnati all'arrivo ai naufraghi zuppi. Per l'ennesima volta ci sono bambini e adulti che dormono all'addiaccio, senza neanche una coperta, Selim ha meno di quattro mesi e sta in braccio al papà, che ha affrontato il mare per portarlo via dalla Tunisia. "Non potevamo più vivere là, troppo pericoloso". Il bimbo ha un cappello di lana calato sulla testa, una felpina bianca, ma quando inizia a scendere la sera piange per il freddo. Con il maestrale che soffia, anche il padre, coperto da una sottile maglia grigia, sembra intirizzito. Riusciranno a dormire al coperto?

Ormai non è neanche scontato poter contare su uno dei vecchi e sporchi materassi su cui decine di migliaia di persone hanno cercato riposo. Chi ne ha strappato uno, se lo trascina dietro anche quando si alza per tentare di procurarsi del cibo.

Al centro dell'hotspot, la coda non finisce mai. È lì che in teoria vengono distribuiti tre pasti al giorno, ma la fila per la colazione diventa quella per il pranzo e poi quella per la cena, senza alcuna garanzia che tutti abbiano mangiato almeno una volta. È stato necessario che la Regione siciliana bussasse alla porta di Caritas e Croce Rossa perché al centro arrivassero con un volo militare cibo, aiuti e beni di prima necessità.

"È la prova che lo Stato c'è", dice il sindaco Filippo Mannino. Ma in hotspot si dorme fra i rifiuti e i sacchi di plastica sono diventati coperte. "La situazione è sotto controllo", afferma dopo "un sopralluogo" durato non più di dieci minuti il governatore siciliano Renato Schifani. Ma dentro ci sono bimbi che corrono a piedi nudi. Per i trasferimenti, loro e le mamme avranno priorità, promette, annunciando un nuovo ponte aereo per 70 in giornata e 600 in partenza oggi. Ma solo i minori accompagnati sono circa 150, più di 400 sono soli. "Però si tratta di minori adulti, sopra i 12 anni" obietta Schifani, che giustifica la visita "per ragioni umanitarie" e sul governo, presente con il silente capo del Dipartimento libertà civili del Viminale Valerio Valenti, nulla dice. Per il governatore è "l'Europa che si deve assumere le proprie responsabilità". Fuori l'ex sindaco Totò Martello mastica amaro: "Le migrazioni fanno parte del nostro Dna. Dall'esecutivo arriva solo propaganda, mentre i diritti umani sono calpestati e le persone muoiono in mare". A Sfax e Mahdia il vento si è placato e con lui le onde. E a Lampedusa lo sanno, tocca prepararsi per nuovi arrivi.