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Giornata delle vittime del Covid, la storia di Chiara: "Il virus ha portato via i miei genitori senza che potessi neanche salutarli"

Patrizia Bernacchioni e Graziano Gioli, morti di Covid nel marzo e nell'aprile del 2020 
Il racconto di una donna toscana che nel marzo del 2020 ha perso il padre e la madre sessantenni: "Erano in terapia intensiva, io e mio fratello isolati a casa. Mi porto addosso un macigno per non averli assistiti fino all'ultimo e faccio un sogno in cui li vedo tornare insieme"
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Il dolore per la morte, per il vuoto che resta, ma anche per l'addio che non c'è stato. Nessun saluto, nessuna possibilità di assistere poco prima della fine i propri genitori, nessun funerale. Chiara Gioli è la figlia di Patrizia Bernacchioni e Graziano Gioli, che se ne sono andati il 23 marzo e il 9 aprile 2020. Erano i giorni della prima ondata di Covid, quando nel paese di Figline Valdarno, provincia di Firenze, si osservava con preoccupazione quello che stava accadendo in Lombardia. Non si credeva però che il virus fosse già arrivato anche così a sud. E invece stava correndo in tutto il Paese. "I miei si sentivano poco bene ma pensavamo che fosse influenza", racconta la donna, che fa la maestra elementare. Sono passati tre anni da allora e oggi è il giorno del ricordo, perché si celebra la giornata delle vittime del Covid, che in Italia sono arrivate a 188.750. Due sono di queste sono i genitori di Chiara.

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Il dolore per la morte, per il vuoto che resta, ma anche per l'addio che non c'è stato. Nessun saluto, nessuna possibilità di assistere poco prima della fine i propri genitori, nessun funerale. Chiara Gioli è la figlia di Patrizia Bernacchioni e Graziano Gioli, che se ne sono andati il 23 marzo e il 9 aprile 2020. Erano i giorni della prima ondata di Covid, quando nel paese di Figline Valdarno, provincia di Firenze, si osservava con preoccupazione quello che stava accadendo in Lombardia. Non si credeva però che il virus fosse già arrivato anche così a sud. E invece stava correndo in tutto il Paese. "I miei si sentivano poco bene ma pensavamo che fosse influenza", racconta la donna, che fa la maestra elementare. Sono passati tre anni da allora e oggi è il giorno del ricordo, perché si celebra la giornata delle vittime del Covid, che in Italia sono arrivate a 188.750. Due sono di queste sono i genitori di Chiara.

Quando sono morti suo padre e sua madre?

"Mia mamma, che aveva 64 anni, il 23 marzo, e il babbo, che ne aveva 68, il 9 aprile. Sono stati ricoverati il 10 e l'11 di marzo di tre anni fa. Da quando se ne sono andati da casa in ambulanza non li abbiamo più visti. Erano giovani, non avevano malattie particolari".

Come avete scoperto la malattia?

"Mia madre, che per molto tempo aveva fatto l'imprenditrice, aveva cambiato lavoro e deciso da poco di insegnare a scuola. Era maestra, come me, a Montevarchi. Pensavamo avesse preso l'influenza a scuola ma i sintomi non passavano. Abbiamo anche chiamato il medico che è venuto a visitarla, cosa che quel periodo succedeva difficilmente. Io abito vicino e sono andata a casa sua ad assisterla. Il 9 marzo ho chiamato il 118 perché stava troppo male ma mi hanno suggerito di aspettare, che in ospedale rischiava di prendere il Covid. Invece lo aveva già. Lo hanno diagnosticato quando il 10 è stata trasportata al pronto soccorso. Poi ha iniziato a stare male anche mio padre e non abbiamo avuto dubbi che si trattasse del coronavirus".

In quei mesi non si poteva andare in ospedale. Cosa avete fatto?

"Io e mio fratello Gianluca avevamo assistito i nostri genitori prima del ricovero. Così abbiamo deciso di isolarci, siamo rimasti a casa loro. Non siamo tornati da marito, moglie e figli".

Quanto tempo siete rimasti in isolamento?

"Alla fine 77 giorni, perché siamo stati contagiati tutti e due. Mio fratello si è ammalato e ha fatto pure un giorno di ospedale. Io non sono stata male ma ho perso gusto e olfatto. Facevamo i tamponi ogni 15 giorni,  come previsto allora, ma venivano sempre positivi".

E i suoi genitori dove sono stati ricoverati?

"Mia madre è stata trasportata all'ospedale di Prato e subito messa in terapia intensiva. Mio padre prima è stato in un ospedale fiorentino, Ponte a Niccheri, e poi lo hanno messo anche lui a Prato. Sempre in intensiva vicino a mia madre. Però erano intubati, non si sono resi conto di essere insieme".

In che modo comunicavate?

"Non li abbiamo mai più sentiti. Parlavamo una volta al giorno con i medici. Poi c'era mia figlia, che fa l'infermiera al pronto soccorso ed è stata l'ultima a vederli. Mamma era molto grave, ci dicevano che non reagiva alle cure. Il mio babbo invece è uscito dalla terapia intensiva, cercava notizie di lei ma noi avevamo chiesto ai medici di non dirgli che era morta".

Neanche una telefonata, una videochiamata?

"A quel tempo non ci potevano essere comunicazioni. Il niente assoluto. I medici ci hanno detto che erano morti, mio padre per una emorragia legata al Covid quando ormai era nel reparto normale. E' stato un fulmine a ciel sereno, pensavamo si fosse ripreso. Molti mesi dopo ci siamo anche andati a parlare, con i dottori. Volevamo che ci raccontassero dei nostri genitori".

Chi è andato ai funerali?

"Io e mio fratello non potevamo uscire di casa. Alle esequie potevano partecipare solo 5 persone. Ci sono andati mio marito e dei cugini. Era difficile trovare qualcuno che potesse farlo, in famiglia, perché eravamo tutti isolati".

Quanto è stato difficile affrontare il lutto?

"Io soffro ancora. Abbiamo anche scritto un libro, con mio fratello, che si intitola "Dopo il naufragio" ed è uscito nel 2021. Sapere che sono morti a causa di un virus che ha ucciso tante altre persone non allevia il dolore. Io per un anno ho sognato due o tre notti alla settimana che tornavano insieme a casa. Mi porto addosso un macigno per non averli più visti, non averli salutati, o assistiti. Ci siamo anche scontrati con l'incredulità che potesse succedere a noi una cosa del genere. Nella nostra zona, con la prima ondata, non ci sono stati altri decessi di persone così giovani".

Crede che ci siano stati sbagli nell'assistenza?

"Ho una figlia che ha lavorato in prima linea contro il Covid in ospedale. Non la incontravo ma vedevo le foto dei segni della mascherina sul suo viso. Non mi sento di accusare nessuno, mi rifiuto di pensare che chi svolge quel lavoro non abbia fatto il suo dovere fino in fondo, anche se mi domanderò sempre se i miei genitori potevano essere assistiti meglio".

Perché avete deciso di fare il libro?

"Sentiamo un dovere morale, ancora oggi. Vogliamo testimoniare affinché tutto non vada perduto, perché è anche grazie alle persone che sono morte, soprattutto all'inizio, che si sono potute mettere a punto le cure. A quel tempo non c'era letteratura, i medici imparavano le cose giorno per giorno, per tentativi. Hanno scoperto gli effetti di certi farmaci curando quei malati. Se devo polemizzare, lo faccio per dire che nell'ultima campagna elettorale si è parlato troppo poco di sanità. Ci vogliono risorse, ci vuole personale in più altrimenti non so se oggi saremmo pronti ad affrontare di nuovo una catastrofe del genere".

Cosa pensa di chi nega la gravità del Covid e l'utilità di strumenti come i vaccini?

"Amareggia vedere che qualcuno non si rende conto di cosa è stato. Poi c'è anche chi non ricorda più quello che abbiamo attraversato. Sbaglia. Noi tutti in famiglia ci siamo vaccinati, abbiamo fatto il nostro dovere, credendo nella scienza".