Naufragio di Cutro, tre testimoni sopravvissuti in aula rivelano altri dettagli del dramma. Trovata l'87esima vittima
di Alessia Candito , di Alessia CanditoAffogato in una tuta nera, attento alle parole dell'interprete, quasi sopraffatto da una situazione che gli appare surreale. Diciassette anni, pachistano, per la procura è uno dei mozzi dell'equipaggio del caicco che si è schiantato all'alba del 26 febbraio a Steccato di Cutro, e come tale rischia persino di vedersi applicato il nuovo articolo 4 bis che inasprisce le pene per i cosiddetti scafisti, inserito dal governo nel nuovo decreto beffa che in nome dei morti nel naufragio - arrivati a 87 con l'ultimo corpo appena ritrovato a largo di Praialonga di un 40enne - restringe ancora possibilità e garanzie per migranti e rifugiati.
Ma in aula è solo l'ennesimo ragazzino che appare sopraffatto da un sistema che non conosce e non capisce. E anche chi è stato chiamato in aula a testimoniare contro di lui, spiega il suo legale Salvatore Perri, sembra avere qualche dubbio nell'inserirlo fra gli uomini dell'equipaggio. "Tutt…
Affogato in una tuta nera, attento alle parole dell'interprete, quasi sopraffatto da una situazione che gli appare surreale. Diciassette anni, pachistano, per la procura è uno dei mozzi dell'equipaggio del caicco che si è schiantato all'alba del 26 febbraio a Steccato di Cutro, e come tale rischia persino di vedersi applicato il nuovo articolo 4 bis che inasprisce le pene per i cosiddetti scafisti, inserito dal governo nel nuovo decreto beffa che in nome dei morti nel naufragio - arrivati a 87 con l'ultimo corpo appena ritrovato a largo di Praialonga di un 40enne - restringe ancora possibilità e garanzie per migranti e rifugiati.
Ma in aula è solo l'ennesimo ragazzino che appare sopraffatto da un sistema che non conosce e non capisce. E anche chi è stato chiamato in aula a testimoniare contro di lui, spiega il suo legale Salvatore Perri, sembra avere qualche dubbio nell'inserirlo fra gli uomini dell'equipaggio. "Tutti hanno sempre dichiarato che sono quattro, tre turchi e un siriano".
Alla prima udienza dell'incidente probatorio, chiesto dalla procura per cristallizzare le testimonianze, sfilano in tre. Tutti sopravvissuti al naufragio, tutti piegati dai lutti e anche loro tutti indagati - altra beffa - per ingresso clandestino in territorio italiano. I racconti del viaggio sono drammatici. E inizia a intravedersi qualche crepa nella costruzione delle accuse contro il diciassettenne.
"Ha pagato il taxi come noi quando il viaggio è fallito"
"Quando il primo viaggio è fallito, abbiamo diviso i soldi del taxi per tornare da Smirne a Istanbul", ha dichiarato uno dei sopravvissuti, riferisce il legale del ragazzo. Una circostanza confermata anche da un secondo testimone in aula, che pur non avendo diviso il taxi con il diciassettenne, lo avrebbe visto nel gruppo dei tanti costretti a tornare a proprie spese nei capannoni in cui hanno atteso una nuova partenza.
Circostanze, dice la difesa, incompatibili con un ruolo da membro dell'equipaggio. Il ragazzo, che conosce un po' di turco, si sarebbe limitato a tradurre gli ordini che arrivavano dal ponte o a indicare agli altri passeggeri di quel caicco quando gli skipper permettevano loro di salire in coperta. Tutti dettagli a cui si potrebbe trovare riscontro tra chat, foto e filmati che si spera di poter estrarre dal telefono del ragazzo, che fin dal momento del fermo chiede che si ascolti l'audio con cui avrebbe chiesto al padre di pagare la seconda rata del viaggio.
"C'è un'ulteriore circostanza che merita di essere approfondita - sottolinea il legale - uno dei testimoni ha riferito che la seconda barca su cui hanno tentato la traversata era troppo piccola, dunque molti sono stati costretti ad affrontare il viaggio sul ponte".
Un dato fino ad oggi mai emerso riguardo a quel viaggio disgraziato, iniziato su una barca a vela "bella, bianca, in migliori condizioni" ma che sarebbe andata in avaria qualche ora dopo la partenza, hanno riferito tutti i superstiti sentiti nelle ore immediatamente successive al naufragio, per essere sostituita con il vecchio caicco in un porto greco. Lì, è emerso dalle testimonianze che alcuni superstiti hanno affidato ai familiari, l'organizzazione che ha gestito la traversata avrebbe avuto quanto meno una base o una cellula, in grado di individuare in poche ore una nuova imbarcazione. E la rete, stando a quanto filtra da ambienti investigativi, avrebbe avuto anche appoggi logistici in Italia.
Pescatore minacciato con una pistola, l'ombra dei basisti
Secondo indiscrezioni, un pescatore che la notte del naufragio stava sulla spiaggia di Steccato di Cutro sarebbe stato obbligato ad allontanarsi da un uomo armato. Circostanze tutte da verificare e su cui si sta indagando, ma che spiegherebbero come abbia fatto Gun Ufuk, uno degli skipper sopravvissuti, a fuggire e riparare in Austria dopo lo schianto del caicco.
Non ci sono stazioni ferroviarie vicine o altri mezzi pubblici di trasporto di cui abbia potuto approfittare in quell'alba maledetta e i collegamenti sulla linea jonica sono scarsi di giorno e inesistenti di notte, soprattutto nei festivi. In più, difficilmente in pieno inverno un uomo completamente zuppo d'acqua sarebbe passato inosservato.
La presenza di basisti d'altra parte non è certo una novità. Almeno tre indagini del passato hanno confermato la presenza a terra di uomini stranieri, in grado di fornire agli skipper i biglietti aerei con cui far ritorno in Turchia, via Grecia, partendo dalla Puglia. Nell'inchiesta Dolphins della Dda di Reggio Calabria ad esempio, due degli scafisti sono stati pedinati fino alla stazione centrale di Bari, dove hanno incontrato altri soggetti legati all'organizzazione, arrivati per fornire loro documenti e biglietti per agevolare la fuga. Le istruzioni sono state anche ascoltate dagli investigatori che sono riusciti a intercettare i telefoni dei due skipper: "Appena avete la possibilità di fuggire, subito prendi e chiami. Ti comprano il biglietto e te ne vai da li con il primo volo utile", spiegavano dalla casa madre in Turchia. Una pista che per il naufragio di Steccato di Cutro ancora non sembra si sia iniziato a battere.
Nuovi dettagli sui soccorsi. "Pattuglia della Guardia costiera sul posto alle 5.35"
Dall'istruttoria invece emergono sempre maggiori dettagli su soccorsi che le testimonianze confermano tardivi. "Mio nipote - ha raccontato in aula Firas Algazi, siriano che nello schianto del caicco sulla secca di Steccato ha perso un bimbo di sei anni e altri parenti - è morto di freddo dopo essere stato ore in acqua". Per l'avvocato Francesco Verri che assiste le vittime e i loro familiari, "sono rimasti in acqua per tre ore. Il bimbo, lo ha ribadito in aula, è morto di freddo dopo un'ora e i soccorsi sono arrivati dopo altre due ore con il gommone della Guardia costiera. Si sono perse tre ore e questo ora è un dato processuale". Un dato ritenuto rilevante dal legale che ha già annunciato l'invio della copia degli atti alla Procura di Crotone "perché possa averne conoscenza anche ai fini dell'indagine sui soccorsi".
A confermare la circostanza anche una primissima relazione della Guardia costiera depositata agli atti del procedimento, da cui emerge che solo "alle ore 5.35" - dunque oltre un'ora dopo l'allarme ricevuto - è arrivata sul posto la prima pattuglia di terra che "riferiva di numerose persone in stato di ipotermia in spiaggia trascinate a riva dalla risacca, insieme ad alcuni cadaveri". A mare invece la "cp321 intervenuta da Crotone iniziava un'attività di ricerca e soccorso, recuperando alle 06.50 un bambino, dichiarato deceduto dal personale del Cisom presente a bordo, e due adulti". Tutte circostanze che toccherà alla procura approfondire.