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'Ndrangheta, un testimone confessa: "Ho sentito minacce contro Gratteri"

Il capo della procura antimafia di Catanzaro, Nicola Gratteri 
Antonio Mangone ha riferito di conversazioni sentite nel carcere di Siracusa tra membri dei clan sul capo dell'antimafia di Catanzaro: "Al momento giusto gli faremo fare una brutta fine"
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"Quando sarà il momento, al momento giusto faremo fare una brutta fine a Gratteri e ai suoi collaboratori". L'ennesima minaccia per il capo della procura antimafia di Catanzaro arriva dagli uomini dei clan di 'ndrangheta del vibonese imputati nel processo Rinascita Scott.  

A riferirla è Antonio Genesio Mangone, 58enne originario di Cariati, in Calabria, ma da tempo residente in Veneto, dove è impantanato in un processo sulle infiltrazioni dei clan crotonesi in regione. Per questo era in carcere a Siracusa e per questo ha potuto ascoltare le chiacchierate di Gianfranco Ferrante, per i magistrati uomo del clan Mancuso di Vibo Valentia e Michelangelo Barbieri, considerato organico alla cosca di Zungri, piccolo centro del vibonese, comandata da Giuseppe Antonio Accorinti. 

Entrambi imputati del maxiprocesso Rinascita Scott, scaturito dall'omonima inchiesta di Gratteri, per il procuratore Gratteri - ha spiegato in aula Mangone - aveva…

"Quando sarà il momento, al momento giusto faremo fare una brutta fine a Gratteri e ai suoi collaboratori". L'ennesima minaccia per il capo della procura antimafia di Catanzaro arriva dagli uomini dei clan di 'ndrangheta del vibonese imputati nel processo Rinascita Scott.  

A riferirla è Antonio Genesio Mangone, 58enne originario di Cariati, in Calabria, ma da tempo residente in Veneto, dove è impantanato in un processo sulle infiltrazioni dei clan crotonesi in regione. Per questo era in carcere a Siracusa e per questo ha potuto ascoltare le chiacchierate di Gianfranco Ferrante, per i magistrati uomo del clan Mancuso di Vibo Valentia e Michelangelo Barbieri, considerato organico alla cosca di Zungri, piccolo centro del vibonese, comandata da Giuseppe Antonio Accorinti. 

Entrambi imputati del maxiprocesso Rinascita Scott, scaturito dall'omonima inchiesta di Gratteri, per il procuratore Gratteri - ha spiegato in aula Mangone - avevano una vera e propria ossessione. "C'era un odio mortale", ha detto Mangone, per il quale i pm hanno chiesto lo status di collaboratore. E non solo fra le famiglie di 'ndrangheta del vibonese. "Anche altri clan parlavano male di lui", ha riferito il testimone.  

Non è una novità

Una minaccia che non stupisce. Obbligato a vivere sotto scorta da decenni, più volte Gratteri è finito nel mirino dei clan calabresi che - secondo quanto emerso da numerose indagini - più volte avrebbero materialmente organizzato attentati per eliminarlo. L'ultimo allarme è arrivato dai servizi nel maggio 2020. Pochi i dettagli: la nuova minaccia - è filtrato all'epoca - sarebbe arrivata direttamente dai massimi vertici della 'ndrangheta reggina, intenzionata a colpire il magistrato lungo il quotidiano tragitto fra casa e procura.  

Un piano "in stato avanzato", tanto grave e serio da portare immediatamente ad un ulteriore rafforzamento della scorta assegnata a Gratteri. Da allora, fra le blindate che lo accompagnano ce n'è anche una dotata di bomb jammer, che inibisce le frequenze gsm. Sono quelle che servono per cellulari e radio che potrebbero servire per far esplodere degli ordigni. 

Si riferiva forse a questo Ferrante quando in carcere, ascoltato da Mangone, diceva  "se non lo hanno fatto loro lo facciamo noi"? Toccherà alle indagini appurarlo. Di certo c'è che dalle parole che il testimone ha sentito emerge in modo chiaro l'ostilità verso il procuratore, per i clan "reo" di aver sovvertito una sorta di perverso ordine costituito: "La 'ndrangheta è nata prima della legge, In Calabria comandiamo noi come è sempre stato", tuonava in carcere Ferrante.   

Il 'terrore' delle inchieste

Ma dalla procura di Catanzaro e dalle sue inchieste era letteralmente terrorizzato perché "portano cose concrete e i collaboratori di giustizia stanno dicendo la verità".  Ma c'era una carta su cui tutti i clan del vibonese contavano: l'avvocato ed ex senatore prima di Forza Italia, poi di Fratelli d'Italia Giancarlo Pittelli, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa nei maxiprocessi antimafia Rinascita-Scott e Malapigna, scarcerato qualche giorno fa. "Tutte le 'ndrine importanti della Calabria parlavano di lui", ha detto in aula  il testimone.  

"Ferrante diceva di avere contatti diretti con Pittelli - ha aggiunto Mangone - . Il Pittelli fa parte della famiglia Mancuso. Gestiva direttamente tutte le problematiche della famiglia Mancuso, per esempio nella sanità, pubblica amministrazione, faceva conoscere persone importanti". E anche negli anni di detenzione, ha sottolineato il testimone, secondo Ferrante "aveva la possibilità di agire e risolvere i problemi anche dai domiciliari".