MILANO - Il tono della voce di Maurizio Campagna è squillante come al solito: nemmeno nei giorni più bui il vicepresidente dell'Associazione vittime del terrorismo si è perso d'animo. "Tra l'altro, mentre sono qui in auto con mio figlio Andrea, stiamo passando proprio dov'è stato ammazzato il commissario Calabresi".
In via Cherubini. E suo figlio si chiama come suo fratello, poliziotto della Digos ammazzato davanti alla fidanzata nel 1979 dai Pac di Cesare Battisti e Luigi Bergamin. Come racconta a suo figlio questa storia?
"Gli ho sempre raccontato tutto, fin da quando era piccolo, come poi ho fatto e continuo a fare con gli studenti delle scuole. Da bambino questo racconto lo faceva arrabbiare. Mi auguro che adesso un po' di rabbia sia passata (in sottofondo si sente: col c...,".
E a lei, Campagna, che effetto fa l'ennesima porta chiusa della Giustizia francese e la mancata estradizione di Bergamin?
"Non è una buona giornata, ma non sono sorpreso. Amareggiato sì, perché la Cassazione francese conferma quanto già scritto da altri giudici: ma questi non hanno rubato una macchina o spaccato un vetro. Questi hanno ammazzato delle persone. E purtroppo per loro gli omicidi non si prescrivono, nemmeno tra cento anni. Spiace, ma devono pagare".
Non succederà.
"Se accettiamo questo principio, allora facciamo una bella cosa: prendiamo un po' di terroristi dell'Isis, di nazisti, di attentatori afghani e mandiamoli in Francia a rifarsi una vita, vedrà che lì se li terranno ben stretti. Sto estremizzando, ma tutto questo è ridicolo".
La vita se la sono rifatta i fuoriusciti italiani, argomento caro a chi è contro l'estradizione.
"Ma certo che se la sono rifatta, ci mancherebbe. Perché glielo hanno permesso, perché la dottrina Mitterrand li ha protetti. Doveva valere per chi non si era macchiato di reati di sangue, e invece l'80% di loro ne ha sulla coscienza. Scontassero la pena. Poi, se dovessero avere sconti per buona condotta, perché parlano, perché si pentono oppure no, che se la rifacessero la vita. Invece non hanno fatto un giorno. Battisti si è fatto quarant'anni in giro, adesso si lamenta perché in galera non gli danno il vino".
Era questo l'ultimo tentativo?
"Speriamo di no. Il presidente dell'Associazione, Roberto Della Rocca, scriverà alla presidente Meloni e al ministro Nordio per impugnare questa decisione. Abbiamo poche speranze, ma sono le ultime a morire. Penso al dolore degli altri familiari. E che nessuno li chiami ex terroristi, mi ribolle il sangue quando lo sento. A meno che qualche vittima non diventi ex vittima".
Aiuterebbe una lettera, una richiesta di incontro, una dichiarazione di pentimento?
"Le lettere le scrive chi vuole sconti di pena, non chi si è pentito. Un familiare di una vittima che ti perdona aiuta molto. Succede anche negli Usa: Mark David Chapman, l'assassino di John Lennon che era il cantante preferito della mia generazione, ha chiesto più volte la scarcerazione. Ma Yoko Ono certo non si sogna di perdonare l'assassino del marito".
C'è qualcosa che la consola?
"L'estradizione di Battisti, il fatto che sia in carcere. E l'ammissione dei suoi reati, dopo aver fatto finta di essere innocente. In realtà non poteva fare diversamente".
Qualcuno dice che la battaglia per l'estradizione sia di destra.
"È falso. Nel 2008, governo Prodi, il guardasigilli Mastella ci disse che era fatta, che Battisti sarebbe tornato in Italia. Poi vinse Berlusconi e tutto si bloccò".