VENEZIA - "Quei giudici sono uguali ai terroristi, sono fatti della stessa pasta. Oggi mio padre è stato ucciso un'altra volta e a me hanno inflitto un altro colpo gravissimo". Adriano Sabbadin ha 61 anni, ne aveva 17 quando il padre Lino, macellaio di Santa Maria di Sala (Venezia), venne ucciso da un commando dei Proletari armati per il comunismo. Cesare Battisti e Diego Giacomin entrarono in negozio, ma a sparare fu quest'ultimo. Paola Filippi e Luigi Bergamin, invece, rimasero in auto a fare da palo. "Era il 16 febbraio 1979, erano le 16.45. Mia madre indossava un grembiule bianco e quando accorsi dal retrobottega la vidi piegata sul corpo di mio padre, imbrattata del suo sangue. Non dimenticherò mai quella scena. La rivedo ogni maledetto giorno". Lino Sabbadin era un militante dell'Msi. Tre mesi prima dell'attentato aveva reagito a una rapina, sparando e uccidendo il rapinatore.
Si riesce a superare una tragedia del genere?
"È difficile andare oltre. E io non posso perdonare senza un pentimento".
Lei ha scelto di continuare a gestire quella macelleria. Le è mai venuto in mente di cambiare per provare a rimuovere il passato?
"Io avevo 17 anni, le mie sorelle 12 e 6. C'era una famiglia da mandare avanti. Cosa dovevamo fare? Abbiamo aperto le porte del negozio pur di lavorare ma avevamo la morte nel cuore".
Ha mai visto in faccia gli assassini di suo padre?
"Nel 1985, al processo a Milano. Loro se ne stavano dietro le sbarre in aula ma quelli terrorizzati eravamo noi. Non ho mai avuto il coraggio di guardarli in faccia. Loro invece gridavano spavaldi".
Una giusta sentenza riuscirebbe a pacificarla con il passato?
"Sarebbe un segnale di giustizia. Visto che non si pentono, almeno che ci sia una giustizia giusta. Nessuno mi restituirà mio padre, nessuno potrà ridare l'armonia alla mia famiglia. Comunque non vedrò più il sorriso nella faccia di mia mamma, che oggi ha 88 anni".
Sua madre ha commentato in qualche modo il no all'estradizione?
"No, si è messa in disparte e non ha parlato con nessuno. In giornate come queste lei reagisce così".
E lei come ha reagito?
"Io ho tutto stampato nella mente come se fosse successo ieri, come faccio ad accettare questa decisione dei giudici francesi? Anzi, mi rivolgo proprio a loro e alle persone che hanno sempre aiutato e finanziato la fuga di questi assassini: vorrei che provassero anche per un solo giorno a essere me, a vestire i miei panni, a sentire il dolore che sento io".
Lei ha due figli di 16 e 12 anni. Cosa ne pensano?
"Hanno seguito consapevolmente la fuga di Battisti, l'estradizione e tutto il resto. Sanno tutto ma non vogliono entrarci".
Ha sentito qualcuno dei parenti delle altre vittime?
"Ho sentito Maurizio Campagna, fratello del poliziotto ucciso a Milano due mesi dopo mio padre. Abbiamo condiviso l'indignazione. È una vergogna, ci siamo scritti. Sento spesso anche Alberto Torregiani, figlio di Pierluigi, il gioielliere ucciso lo stesso giorno di mio padre. Abbiamo creato un gruppo, quando ci troviamo ci abbracciamo. Viviamo tutti con lo stesso dolore. Ogni tanto parlo anche con Armando Spataro, è sempre tanto gentile con noi".
Se ne avesse l'occasione, cosa vorrebbe dire ai figli dei terroristi?
"Che non è colpa loro, che loro non c'entrano con ciò che hanno commesso i padri".
Davvero ripensa ogni giorno a suo padre esanime?
"Ogni giorno. Il lavoro e la famiglia possono distrarmi per qualche ora, ma poi il pensiero casca sempre lì. Il ricordo di un dramma simile non svanisce mai".