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I cacciatori dei trafficanti di uomini: "Sappiamo chi sono, li prenderemo, ma ci vuole tempo"

(ansa)

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Ecco chi sono gli imprendibili boss della tratta. Francesco Messina, direttore dell'Anticrimine: "Nel 2022 in Italia abbiamo arrestato 94 appartenenti alle cellule italiane, ma i capi si spostano continuamente in Paesi instabili dove non è semplice localizzarli e avere la collaborazione delle polizie locali"
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«Sappiamo chi sono, sappiamo come agiscono, seguiamo i loro soldi, li inseguiamo nei loro spostamenti. E li prenderemo, ma ci vuole tempo. Il traffico di uomini è un delitto transnazionale e il contrasto non può che essere transnazionale. Il problema è accertare le responsabilità e localizzarli. Nei Paesi dove si nascondono non possiamo andarli a prendere noi ovviamente».


Il direttore centrale anticrimine della Polizia Francesco Messina professa ottimismo. Non sarà facile ma qualcuno dei grandi trafficanti di uomini a cui Giorgia Meloni ha promesso di dare la caccia «in tutto l’orbe terracqueo» prima o poi cadrà nella rete dei pool di investigatori e magistrati di diversi Paesi che cooperano con progetti finanziati dall’Unione europea.


Nel 2022, in Italia solo la Polizia ha arrestato 253 scafisti e 94 trafficanti, componenti delle cellule a…

«Sappiamo chi sono, sappiamo come agiscono, seguiamo i loro soldi, li inseguiamo nei loro spostamenti. E li prenderemo, ma ci vuole tempo. Il traffico di uomini è un delitto transnazionale e il contrasto non può che essere transnazionale. Il problema è accertare le responsabilità e localizzarli. Nei Paesi dove si nascondono non possiamo andarli a prendere noi ovviamente».


Il direttore centrale anticrimine della Polizia Francesco Messina professa ottimismo. Non sarà facile ma qualcuno dei grandi trafficanti di uomini a cui Giorgia Meloni ha promesso di dare la caccia «in tutto l’orbe terracqueo» prima o poi cadrà nella rete dei pool di investigatori e magistrati di diversi Paesi che cooperano con progetti finanziati dall’Unione europea.


Nel 2022, in Italia solo la Polizia ha arrestato 253 scafisti e 94 trafficanti, componenti delle cellule attive nel nostro Paese che ricevono i migranti al loro arrivo e li smistano nel resto d’Europa. Ma la caccia vera è ai big della tratta, quelli che accumulano miliardi nelle casseforti degli Emirati e che nessuno è mai riuscito a prendere: c’è il re dei trafficanti Èsmail Aburazak, eritreo, da almeno dieci anni leader incontrastato dei flussi dal Sudan alla Libia; ci sono Ahmed al Dabbashi, boss di Sabratha, e Mussab Abu Ghrein che gestisce il Sudan. C’è Medhanie Yerego Mered, il generale, rimasto uccel di bosco dopo la beffa dell’uomo sbagliato consegnato nel 2016 dalla polizia sudanese all’Italia. E c’è Abd al Rahman Milad, più conosciuto come Bija, il trafficante che è tornato a vestire la divisa con le stellette della guardia costiera libica.


«Ma ci sono anche nomi altrettanto importanti su cui stiamo chiudendo indagini importanti - spiega Messina - Almeno quattro Dda in Italia, Palermo, Catania, Catanzaro e Reggio Calabria, hanno investito moltissimo sulle inchieste sull’immigrazione clandestina che presto daranno frutti. Una volta individuate le responsabilità alla base di un provvedimento restrittivo, il vero nodo è trovarsi al posto giusto al momento giusto e avere interlocutori reali sul posto. Capite che, ad esempio, in Libia o in qualsiasi Paese con una guerra in atto o anche con una situazione di instabilità è assai difficile. Se i capi del traffico si nascondono nel Fezzan, con chi possiamo parlare? Con i capi delle tribù?».


Tre sono le rotte principali su cui si concentra l’attenzione degli investigatori: quella del Mediterraneo centrale ( che porta i migranti dell’Africa continentale fin sulle spiagge di Libia e Tunisia), quella del Mediterraneo orientale ( con partenze da Turchia e Grecia) e quella balcanica di terra. Quest’ultima è la più economica, per un viaggio in camion prezzi fino a 5.000 euro, poco più costa in diverse tranche il “biglietto” da Libia e Tunisia mentre la più cara resta la rotta turca con pagamenti fino a 8.000 euro e viaggi che fruttano fino a un milione di euro ciascuno, come per il caicco di Cutro.


«Su ciascuna di queste rotte - dice il direttore dell’Anticrimine - operano più pezzi di queste organizzazioni transnazionali. I trafficanti turchi e greci, ad esempio, lavorano in sinergia con gruppi criminali iracheni e pachistani, così come i libici sono in joint venture con i tunisini e gli egiziani e sono i destinatari finali di carovane di migranti che vengono rastrellati da gruppi che gestiscono la tratta in Camerun, Costa d’Avorio, Nigeria. E poi ci sono le cellule nei Paesi di primo approdo su cui lavoriamo senza soluzione di continuità. È da queste pedine che traiamo elementi importantissimi per arrivare a scardinare le organizzazioni, ma anche dagli scafisti. Sarà anche che sono pesci piccoli ma per noi sono preziosissimi cavalli di troia. Ad ogni sbarco, dalle testimonianze dei migranti e da quel che troviamo nei loro telefonini, viene fuori un tesoro di informazioni preziose».


Il metodo di indagine resta quello collaudato per decapitare Cosa nostra: «Fare terra bruciata attorno ai capi, disarticolare le organizzazioni, serve a contenere il fenomeno in attesa dell’affondo». Certo, per arrestare i grandi latitanti di Cosa nostra ci sono voluti 30 anni dalle stragi. E stavano tutti in Sicilia.