Cutro, i volti degli scafisti incastrati dai superstiti. “È lui, guidava il barcone”
Lo hanno riconosciuto da vivo e da morto. Senza alcuna esitazione. C’era lui, l’uomo ritratto con il numero KR65M40 tra le foto delle vittime, al timone del caicco al momento del naufragio: la barba folta nera, la maglietta a righe, il tatuaggio sull’avambraccio. Bayram Guler, 33 anni, turco. Così si chiamava. Nella barca che ha mandato a schiantare contro la secca di Cutro provando a girare la prua a velocità è morto anche lui.
I superstiti: "Andava ad altissima velocità"
I superstiti se lo ricordano bene: «Quindici minuti prima dell’urto stava conducendo la barca ad altissima velocità», racconta Assad Almolki, siriano, uno dei 40 sopravvissuti alla tragedia. Era stato lui ad arrivare con il caicco per trasbordare i migranti quando la prima barca su cui erano saliti in Turchia si era rotta dopo poche ore di navigazione. Ed era ancora lui, poche ore prima del naufragio, quando a bordo cominciava a serpe…
Lo hanno riconosciuto da vivo e da morto. Senza alcuna esitazione. C’era lui, l’uomo ritratto con il numero KR65M40 tra le foto delle vittime, al timone del caicco al momento del naufragio: la barba folta nera, la maglietta a righe, il tatuaggio sull’avambraccio. Bayram Guler, 33 anni, turco. Così si chiamava. Nella barca che ha mandato a schiantare contro la secca di Cutro provando a girare la prua a velocità è morto anche lui.
I superstiti: "Andava ad altissima velocità"
I superstiti se lo ricordano bene: «Quindici minuti prima dell’urto stava conducendo la barca ad altissima velocità», racconta Assad Almolki, siriano, uno dei 40 sopravvissuti alla tragedia. Era stato lui ad arrivare con il caicco per trasbordare i migranti quando la prima barca su cui erano saliti in Turchia si era rotta dopo poche ore di navigazione. Ed era ancora lui, poche ore prima del naufragio, quando a bordo cominciava a serpeggiare paura per il mare mosso, a mostrare sul tablet che le coste italiane erano ormai in vista. «Ci diceva di stare tranquilli, che aveva 15 anni di esperienza nel campo e non voleva essere arrestato dalla polizia, che sarebbe tornato in Turchia con la barca», ricorda Ali Namzai, afghano che nella strage ha perso 16 membri della sua famiglia.
Scafisti veri
Eccoli i volti degli scafisti di Cutro, tutti riconosciuti senza esitazione nell’album di 15 foto che gli uomini della Polizia scientifica di Crotone hanno mostrato ai superstiti raccogliendo a verbale le loro dichiarazioni: tre arrestati subito sono in carcere a Crotone, il quarto fermato in Austria ( dove era riuscito ad arrivare in fuga da Cutro) in attesa di estradizione, il quinto in una bara come le altre 91 vittime recuperate.
Tre turchi e due pakistani, scafisti veri, di quelli che la rotta da Smirne all’Italia devono averla fatta più volte, e con legami diretti con l’organizzazione criminale che quel viaggio da un milione di euro e tantissimi altri ha organizzato.
Diretta da trafficanti anche loro con un nome e nei confronti dei quali gli investigatori della squadra mobile di Crotone stanno raccogliendo sostanziosi elementi di prova grazie alle testimonianze precise dei superstiti che sono stati in grado di farne i nomi, fornire i loro numeri di telefono, le chat su whatsapp, le indicazioni e i riferimenti per i pagamenti dei viaggi: biglietti da 8-9.000 euro a persona ma anche passaggi di proprietà di case e terreni, come è avvenuto per un’intera famiglia afghana che per pagarsi il viaggio che è costato la vita alla più parte di loro ha ceduto tutte le loro proprietà in Iran, valore complessivo 120.000 euro.
I nomi dei capi dell'organizzazione
Ci sono anche i nomi dei trafficanti nei verbali che i superstiti hanno riempito davanti agli investigatori della squadra mobile e della sezione aeronavale della Guardia di finanza: Said Reza, l’afghano, Said Hashmi, il mediatore turco, Abu Naser alias Mohammad Amin, palestinese con sede operativa ad Istanbul, Jaweed, afghano anche lui e Ali Hassan, il pakistano. Registi della lunga filiera che organizza i viaggi in mare nei Paesi d’origine dei migranti, dunque in Afghanistan e in Pakistan, li raccoglie in Siria o in Iraq dove magari nel frattempo hanno trovato rifugio, li attende in Turchia per consegnarli all’ultimo pezzo dell’organizzazione, quella che li nasconde in una safe house in attesa del momento buono, li trasporta in camion fino al porto e li stipa in barche più o meno sicure affidate a scafisti che, il più delle volte, hanno l’indicazione di far scendere i migranti a poche centinaia di metri dalla riva e tornare indietro.
I video su Tik Tok
Cellulari rigorosamente spenti per tutta la traversata del mar Egeo dove le autorità greche intercettano i segnali e respingono senza pietà verso la Turchia qualsiasi barca, poi telefoni consentiti solo per video e foto. «Giravano anche loro video che inneggiavano all’organizzazione di trafficanti turchi e li postavano su Tik Tok», ricorda Muhammad Shariq Shah che di uno degli scafisti conserva persino il profilo sul social media più in voga tra i giovanissimi.
L'incidente probatorio a Crotone
Accuse e prove schiaccianti che verranno cristallizzate nell’incidente probatorio che si aprirà mercoledi davanti al gip di Crotone nei confronti dei tre scafisti maggiorenni. In aula a rappresentare l’accusa ci sarà il sostituto procuratore Pasquale Festa al quale il capo della Procura Giuseppe Capoccia ha affidato l’inchiesta che si muove su due filoni: quello contro gli scafisti ma anche quello sui mancati soccorsi, al momento ancora in fase di acquisizione atti.
Nuovo esposto dei familiari
Alla Procura di Crotone, l’avvocato torinese Enrico Calabrese, che ha presentato un esposto per conto del padre di un diciassettenne afghano morto nel naufragio, chiede di disporre l’acquisizione al fascicolo del dibattimento degli 11 file relativi alle comunicazioni di Frontex di quella notte che l’Agenzia europea si è rifiutata di consegnare alle difese dei familiari.