Caso Unabomber, prelievo del dna per Marco Maisano, il giornalista che ha fatto riaprire l'inchiesta: "Un atto dovuto, ma è impossibile che i reperti siano stati inquinati"
di Enrico Ferro , di Enrico FerroDopo aver trascorso giorni sulle carte dell'inchiesta di Unabomber e dopo aver fatto riaprire il caso sepolto da 28 anni, il giornalista Marco Maisano finirà dentro quelle carte con nome, cognome e sequenza genetica. L'avvocata Alessandra Devetag di Trieste, che difende 6 degli indagati del procedimento, ha chiesto che venga prelevato il dna del giornalista, del coautore Ettore Mengozzi e anche del custode della stanza in cui quei reperti erano sepolti (e dimenticati). Proprio domani (4 aprile) uscirà la nuova puntata del podcast edito da Gedi nella piattaforma OnePodcast, "Fantasma-Il caso Unabomber".
Marco Maisano, qual è il senso di chiedere il dna al giornalista che ha fatto riaprire il caso giudiziario?
"A mio parere è una richiesta corretta, la volontà è quella di ricostruire la catena di conservazione dei reperti. Se il nostro Dna fosse entrato in contatto con questi, non potrebbero essere considerati valido ai …
Dopo aver trascorso giorni sulle carte dell'inchiesta di Unabomber e dopo aver fatto riaprire il caso sepolto da 28 anni, il giornalista Marco Maisano finirà dentro quelle carte con nome, cognome e sequenza genetica. L'avvocata Alessandra Devetag di Trieste, che difende 6 degli indagati del procedimento, ha chiesto che venga prelevato il dna del giornalista, del coautore Ettore Mengozzi e anche del custode della stanza in cui quei reperti erano sepolti (e dimenticati). Proprio domani (4 aprile) uscirà la nuova puntata del podcast edito da Gedi nella piattaforma OnePodcast, "Fantasma-Il caso Unabomber".
Marco Maisano, qual è il senso di chiedere il dna al giornalista che ha fatto riaprire il caso giudiziario?
"A mio parere è una richiesta corretta, la volontà è quella di ricostruire la catena di conservazione dei reperti. Se il nostro Dna fosse entrato in contatto con questi, non potrebbero essere considerati valido ai fini della prova. Si tratta di 3 reperti su 10, quelli che abbiamo trovato noi".
Credi sia possibile che ci sia stato un inquinamento?
"Ritengo con assoluta certezza che il nostro Dna non sia entrato in contatto con quei tre reperti, perché nessuno di noi li ha aperti, ovviamente. Sono stati presi per qualche secondo e poi messi in un'altra scatola rimasta in mano al custode tutto il tempo. Tecnicamente io ho preso la busta che conteneva a sua volta una scatola di plastica rigida, al cui interno non ho idea di cosa ci fosse effettivamente. Fuori c'era scritto "capelli bianco". Ho consegnato tutto pochi secondi dopo al custode".
L'hai percepito come un atto di sfiducia nei tuoi confronti?
"Assolutamente no. E' un atto dovuto. Nel momento in cui si decide di riaprire queste indagini è giusto che si eliminino dubbi di ogni sorta, fin dal principio. In ballo c'è tanto, per questo appena mi chiameranno andrà a fare il prelievo. È un caso importante. È un incidente probatorio, sono prove irripetibili".
Credi che la difesa degli indagati con questa richiesta abbia tradito una qualche forma di agitazione per questo nuovo percorso giudiziario?
"No. Assolutamente no. Ripeto, è un atto dovuto.".
Lo preleveranno attraverso un tampone salivare?
"Non lo so".
Dal punto di vista morale come ti sei sentito?
"Non saprei dire, non lo vivo come un attacco. Mi fa solo un certo senso finire dentro le carte di questa storia. Il mio obiettivo era raccontarla, non viverla da dentro".