Le fatiche dei dottorandi italiani, ansia, depressione e carovita: "Non riusciamo a risparmiare neppure 100 euro"
di Corrado Zunino , di Corrado ZuninoROMA - Con l'ansia e la depressione come compagni non si riesce a fare scienza. La decima indagine dell'emerita associazione Adi, i dottorandi e dottori di ricerca d'Italia, categoria di post-studenti che dopo la laurea prosegue su un filone pubblico e accademico di studio, dice che sei ricercatori su dieci, in questo alveo, sono carichi di ansie e che nemmeno uno su quattro vede soddisfazioni e realizzazioni professionali davanti. Il Paese non riesce ad occuparsi dell'università, e della post-università che ancora non è un lavoro, con la serietà che richiederebbero due luoghi centrali alla vita nazionale, e il risultato di questa disattenzione nei confronti di 45.000 aspiranti dottori (dati del 2022, in cinquemila hanno risposto, numero statisticamene rilevante) è un allarme.
Il potere d'acquisto della categoria d studiosi è fermo dal 2008 ed è "significativamente più basso" rispetto a colleghi e c…
ROMA - Con l'ansia e la depressione come compagni non si riesce a fare scienza. La decima indagine dell'emerita associazione Adi, i dottorandi e dottori di ricerca d'Italia, categoria di post-studenti che dopo la laurea prosegue su un filone pubblico e accademico di studio, dice che sei ricercatori su dieci, in questo alveo, sono carichi di ansie e che nemmeno uno su quattro vede soddisfazioni e realizzazioni professionali davanti. Il Paese non riesce ad occuparsi dell'università, e della post-università che ancora non è un lavoro, con la serietà che richiederebbero due luoghi centrali alla vita nazionale, e il risultato di questa disattenzione nei confronti di 45.000 aspiranti dottori (dati del 2022, in cinquemila hanno risposto, numero statisticamene rilevante) è un allarme.
Il potere d'acquisto della categoria d studiosi è fermo dal 2008 ed è "significativamente più basso" rispetto a colleghi e colleghe di altri Paesi europei. I recenti aumenti della borsa, nel 2018 e nel 2022 gli ultimi due, non compensano le perdite dovute all'inflazione cumulata negli ultimi quindici anni. Per la maggioranza degli interpellati l'assegno di dottorato serve a coprire le spese quotidiane, ma l'affitto di un monolocale è superiore al 40 per cento dell'importo dell'assegno di studio in tutte le maggiori città italiane.
Il 54 per cento di chi ha risposto non riesce a risparmiare nemmeno 100 euro il mese e si limita, nella sua vita di studente e di cittadino, alle spese strettamente necessarie, "dovendo chiedere aiuto a familiari, parenti e amici per ogni esborso straordinario". Le dottorande sono ancora più spesso in difficoltà economica: il 59 per cento di loro non mette via nulla. In tutte le regioni, il 45 per cento di chi frequenta un corso di dottorato "non è in grado di sostenere una spesa imprevista superiore ai 400 euro". Le borse private sopra il minimo ministeriale (1.195,48 euro), nei settori dove le donne sono maggioranza, sono inferiori alla media. Il senso di isolamento cresce, se si studia da donna. Più della metà dei dottorandi al Sud - quindi in un'età compresa tra i 24 e i 30 anni - vive nella casa della famiglia.
Per ridare un senso a questo fase ultima di studio, sostiene l'indagine, è necessario un contratto di lavoro vero e proprio, che metta fine alla situazione atipica del dottorato in Italia "e garantisca diritti e condizioni economiche stabili".
Le risorse disponibili per l'università in genere "sono vincolate alle disponibilità finanziarie nazionali in una logica a somma zero". Dice l'analisi: "L'investimento in questo comparto ha risultati apprezzabili, sebbene nel medio lungo periodo, sulla crescita economica e dunque sul benessere e delle persone coinvolte direttamente e di altre categorie sociali. Dalla scelta di non destinare alla formazione dottorale gli investimenti necessari non al mantenimento del sistema così come è ma a un suo sostanziale miglioramento, deriva inequivocabilmente parte delle ragioni di arretratezza del Paese tutto".
In Italia, sul piano giuridico, il dottorato viene considerato come un mero percorso di studi, mentre in ambito europeo il periodo è considerato formazione-lavoro e offre condizioni - in termini di retribuzione, durata, prospettive future - "assai migliori". Oggi, questione importante, i requisiti in termini di pubblicazioni si stanno spostando sempre più all'inizio del percorso dottorale: "Lo stesso numero di titoli che solo poche stagioni fa sarebbe stato richiesto dopo il conseguimento del dottorato, è invece considerato un prerequisito per la valutazione in ingresso". Anche per questo il percorso dovrebbe trasformarsi da studio in formazione-lavoro.
La recente riforma del dottorato - 14 dicembre 2021, numero 226, Governo Draghi - "ha sostanzialmente ignorato qualunque esigenza del percorso ai fini di un suo respiro internazionale, sia in termini di adeguatezza della durata, attrattività e prospettive di carriera". E' colpa, sostiene l'indagine, della convinzione ideologica dell'esistenza di pochi cervelli geniali, casualmente distribuiti dentro e fuori dal territorio nazionale, ai quali si affiancano pochi centri di eccellenza sufficienti a conferire qualità e lustro alla ricerca italiana. E solo alcune università, in maniera discrezionale, possono estendere la durata del corso a quattro anni o aumentare l'importo delle borse. Il dottorato, ecco, rischia di diventare un percorso "solo per privilegiati e privilegiate": lascia a seguire le proprie attitudini e passioni "chi non ha la possibilità di attingere a risorse esterne, siano esse familiari, relazionali, ulteriori incarichi di lavoro". La gentrificazione progressiva dei centri urbani "rende più costosa la vita nelle sedi universitarie e l'inflazione corrode il potere d'acquisto". Il sistema di selezione si sta imperniando "su ragioni di ceto anziché di capacità scientifica e intellettuale". E colpisce segnatamente la ricerca di base e quella umanistica, "le cui capacità innovative si immiseriscono".
Ancora, l'utilizzo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) "non risolve alcuna delle criticità strutturali dei dottorati". Aumenta, sì, il numero dei beneficiari della borsa, ma aumenta anche la platea del precariato. I dottorati configurati tramite il Pnrr non migliorano "né le condizioni di vita e lavoro di dottorande e dottorandi né, di per sé, il trasferimento di conoscenza invocato da più parti". Questo cesto di difficoltà - impossibilità di risparmiare e sostenere spese impreviste quando non di mantenersi tout court, di pianificare scelte personali, la mancanza di serenità e di stabilità emotiva - perdurano per diversi anni dopo il conseguimento del titolo diventando motivo di abbandono volontario dell'Italia, "quando non del tutto della carriera accademica".