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Naufragio di Cutro, lo scafista su TikTok: quei sorrisi spavaldi prima della sciagura

Chi fa sfoggio di ottimismo, chi scruta l’orizzonte, chi dorme: così sono andati verso la morte
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Dopo gli stragisti in diretta Facebook, gli scafisti su Tik Tok. Ci stupiamo soltanto perché continuiamo a pretendere di ascoltare le voci del mondo secondo una partitura ordinata, invece da molto tempo prevale la cacofonia. E in questa giustapposizione senza gerarchia né valore stanno lì tutti insieme: quelli che mangiano le arance sotto la doccia, i coniugi che litigano a Scampia, la signora francese che voleva comprare il pane e invece l’ha rubato, l’automobilista che prende fuoco, il ragazzo che carica il fucile e, non poteva mancare, lo scafista durante quella che sarà una traversata mortale, con il suo carico di future vittime.

Arslan Khalid, un giovane uomo pakistano, ha girato due brevi video mentre viaggiava in direzione della Calabria, verso quella Cutro diventata una provincia nella geografia delle sciagure. Ci ha aggiunto una colonna sonora, come d’uso in quella piattaforma nata per diffondere clip musicali, e li ha caricati s…

Dopo gli stragisti in diretta Facebook, gli scafisti su Tik Tok. Ci stupiamo soltanto perché continuiamo a pretendere di ascoltare le voci del mondo secondo una partitura ordinata, invece da molto tempo prevale la cacofonia. E in questa giustapposizione senza gerarchia né valore stanno lì tutti insieme: quelli che mangiano le arance sotto la doccia, i coniugi che litigano a Scampia, la signora francese che voleva comprare il pane e invece l’ha rubato, l’automobilista che prende fuoco, il ragazzo che carica il fucile e, non poteva mancare, lo scafista durante quella che sarà una traversata mortale, con il suo carico di future vittime.

Arslan Khalid, un giovane uomo pakistano, ha girato due brevi video mentre viaggiava in direzione della Calabria, verso quella Cutro diventata una provincia nella geografia delle sciagure. Ci ha aggiunto una colonna sonora, come d’uso in quella piattaforma nata per diffondere clip musicali, e li ha caricati sul suo profilo. Sono stati i sopravvissuti al naufragio a segnalarlo e a rendere quei pochi secondi una documentazione, una prova che va oltre le esigenze processuali e si propone al giudizio del più ampio dei tribunali.

Che cosa si vede nei video dello scafista? Anzitutto lui stesso, in apertura e chiusura. Non ha nessuna preoccupazione di mostrare il volto e metterci il nome, non cerca l’anonimato, ma il suo opposto. Davanti alla telecamera del cellulare insegue l’espressione giusta, quella severa ma al tempo stesso composta che si addice al capitano di un’imbarcazione, l’uomo che fa di quello spazio il suo regno, spingendolo ai confini dello sguardo, nel continente dell’extraterritorialità. Mostra la plancia, i segni del comando. Poi si gira e riprende, o fa riprendere, la scia del caicco, la spuma in un mare intensamente blu che non presagisce sventure, non fosse che arrivano sempre senza preavviso. Qualche fagotto, zaini stracolmi, cose strappate all’ultimo domicilio conosciuto.

E poi le persone, con gli indumenti a strati, guardaroba di sé stessi, per difendersi da vento e acqua. Qualcuno dorme, spossato. Qualcun altro guarda fuori, la testa rivolta all’indietro, verso quel che ha lasciato. Uno, appena inquadrato, per riflesso accenna a un sorriso senza convinzione. La ripresa passa oltre, mostra la squadra di cellulari posati sul bancone e poi rieccolo, per chiudere, lo scafista: si liscia il baffo, si gira verso un collega, ritorna verso l’obiettivo e lui sì, sorride, a denti sguainati. Nella testa suona allora una diversa canzone, L’ultima nave di Francesco De Gregori: “Ma guarda che strane persone a bordo/Hanno le mani pulite, pulite perché non le usano mai/dev’essere gente pericolosa, gente che va in cerca di guai”.

Così è: sembrano inconsapevoli, ma non lo sono. Conoscono fin dalla partenza i limiti della barca e i propri, sono disponibili al disastro. Nel diritto penale si direbbe che agiscono con dolo eventuale, accettando cioè le peggiori conseguenze possibili del loro agire. Non si filmano perché pensano che non accadrà nulla di grave, lo fanno perché non gli importa. Nell’universo virtuale a cui sono destinati quei quindici secondi di infamia non esistono un prima e un dopo, tutto si consuma in quel presente registrato che non accenna a rapporti di causa/effetto, non racconta una storia perché ogni storia ha un principio e una fine. Questo invece è soltanto un frammento e come tale non ha verità, non ammette niente, non prelude a nulla. Il linguaggio dei corpi comunica una forma di sottomissione dei trasportati rispetto al timoniere, ma non rivela fino a che punto e soprattutto non può dirci che alcuni di quelli presto saranno cadaveri. Sono il senno e il dolore di poi a ricostruire il significato e il destino. Lo scafista su Tik Tok lo mette in conto, ma non ne dà conto. La testimonianza che lascia è soltanto una misera spavalderia. È alla guida, in controllo, governa la rotta. Le illusioni durano spesso quindici secondi. La velocità è una trappola che le annienta.

Dopo il naufragio, recuperando quel relitto sul web, viene da chiedersi perché quell’esibizione. Da tempo questi filmati hanno scartato la necessità del senso e dell’opportunità. Quelle che inizialmente erano prove di talento hanno perso qualità estetiche ed etiche. Mostrarsi fuori legge è una preoccupazione inferiore a quella di farlo fuori fuoco. L’indifferenza, l’illecito e l’inutile scorrono sugli schermi. Non producono musica, ma rumore di fondo, prima che a fondo si vada.