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La tragedia del bimbo che ha ucciso la madre ad Ariano Polesine mentre giocava con una pistola. Il padre: "Non ci credo"

Le forze dell'ordine al lavoro nei pressi dell'abitazione in cui la 32enne di origine marocchina Rkia Hannaoui è stata uccisa con un colpo di pistola alla testa (ansa)
“Non è possibile che sia stato mio figlio, mia moglie è morta per un incidente. Non è possibile, la nostra vita è finita”, ha detto disperato. Fino all’ultimo ha sperato in un epilogo diverso, duro ma accettabile. “Pensavo fosse caduta in casa e che cadendo avesse battuto la testa forte contro un mobile”
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C’era un segreto inconfessabile dietro la morte della povera Rkia Hannaoui, assurta all’immaginario collettivo come una mamma ormai esanime, stesa sul pavimento della sua cucina, con un proiettile in testa e i suoi due bambini intorno, entrambi disperati nel tentativo di rianimarla. È stato il figlio più piccolo a sparare, quello di 8 anni, al culmine di un tragico gioco fatto senza immaginarne le conseguenze. Ha custodito il segreto per sette giorni con il fratello dodicenne, salvo poi crollare in un pianto quando i carabinieri sono arrivati a casa con l’esito dello Stub, il tampone in grado di rilevare le microparticelle di polvere da sparo.

“Non è possibile che sia stato mio figlio, mia moglie è morta per un incidente. Non è possibile, la nostra vita è finita”, ha detto disperato il padre, che fino all’ultimo ha sperato in un epilogo diverso, duro ma accettabile. “Pensavo fosse caduta in casa e che…

C’era un segreto inconfessabile dietro la morte della povera Rkia Hannaoui, assurta all’immaginario collettivo come una mamma ormai esanime, stesa sul pavimento della sua cucina, con un proiettile in testa e i suoi due bambini intorno, entrambi disperati nel tentativo di rianimarla. È stato il figlio più piccolo a sparare, quello di 8 anni, al culmine di un tragico gioco fatto senza immaginarne le conseguenze. Ha custodito il segreto per sette giorni con il fratello dodicenne, salvo poi crollare in un pianto quando i carabinieri sono arrivati a casa con l’esito dello Stub, il tampone in grado di rilevare le microparticelle di polvere da sparo.

“Non è possibile che sia stato mio figlio, mia moglie è morta per un incidente. Non è possibile, la nostra vita è finita”, ha detto disperato il padre, che fino all’ultimo ha sperato in un epilogo diverso, duro ma accettabile. “Pensavo fosse caduta in casa e che cadendo avesse battuto la testa forte contro un mobile”, ha ripetuto ai carabinieri di Rovigo, mentre cercavano di farsi largo nel baratro di questa famiglia a pezzi. Ma la realtà alternativa che i due bambini si erano creati, e che erano riusciti a sostenere per giorni, è crollata in pochi minuti. Con le lacrime agli occhi si sono addentrati nel campo dietro casa e hanno condotto gli investigatori alla pistola. Era stata nascosta in mezzo alle piante, parzialmente sepolta dal terriccio smosso dell’orto. Una pistola calibro 22. Il gioco letale che si è portato via per sempre la loro mamma.

Bisogna addentrarsi nella vita lenta di questo angolo di campagna veneta, per comprendere la tragedia di Ariano Polesine, paesino adagiato tra gli argini del Po di Goro, nel punto in cui la provincia di Rovigo sfiora quella di Ferrara. Stradine che si snodano tra le piantagioni di mais e soia, case singole a distanza di chilometri l’una dall’altra, con lo scuolabus di passaggio che come un metronomo scandisce i tempi della giornata. Rkia Hannaoui e il marito Lebdaoui Asmaoui vivevano lì ormai da 6 anni, con i loro figli. Si erano sistemati al piano terra di una grande villa con i muri scrostati, con le biciclette appoggiate alla recinzione e i panni dell’ultimo bucato appesi a un filo.

Rkia stava sempre a casa, faceva la casalinga, accudiva le galline che si muovono libere. Il marito invece lavora nelle campagne della zona, nella raccolta degli ortaggi di stagione. E i bambini, finita la scuola, giocavano insieme in questo luogo lontano dalla città che era diventato la loro casa. Il proprietario dell’abitazione si chiama Giacomo Stella ed è un signore anziano che loro chiamano “nonno”. Quante volte l’avevano visto entrare nel capanno degli attrezzi, quante volte sono entrati anche loro. Lì erano rimasti incuriositi dai quattro fucili appoggiati in un angolo, insieme a una pistola. Zona di cacciatori, questa, dove le armi sono considerate alla stregua di un cacciavite o di un martello. Mercoledì 29 marzo, intorno alle 17.30 i due bambini sono entrati nel capanno da soli. Il loro obiettivo erano le armi, volevano giocare. E infatti hanno preso quella più piccola, la più gestibile.

Rkia Hannaoui (ansa)

Rkia era appena rientrata in casa quando i figli l’hanno raggiunta. Lì, in cucina, è partito il colpo da distanza ravvicinata. Un piccolo foro sulla tempia, la donna è caduta e non si è più rialzata. I medici del 118 non si erano subito resi conto della situazione. La circostanza del proiettile conficcato in testa è emerso con la tac cerebrale fatta all'ospedale di Rovigo. Responso poi confermato dall'autopsia, nel corso della quale è stato scoperto anche il calibro del proiettile. Ma dallo sparo in poi il quadro non è ancora chiaro.

Secondo i carabinieri, i bambini sono corsi a nascondere la pistola, per poi tornare e chiamare aiuto, attirando l’attenzione di Stella, il proprietario di casa. Anche il suo coinvolgimento, così come quello del padre, non è ancora definito. Sicuramente dovrà rispondere della mancata custodia delle armi, tutte regolarmente registrate. Ma gli investigatori vogliono capire se possa anche avere avuto un ruolo nel depistaggio iniziale, nella tutela di quel segreto indicibile. "Io non c’entro, sono sceso solo perché mi hanno chiamato i bambini", ripete ora, travolto dall'incredibile epilogo. Ieri qualcuno ha appoggiato un foglietto alla ringhiera, con la scritta "Ciao Rkia". E accanto un cuore.