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Il mezzo sgarbo della Cina al Papa: vescovo trasferito a Shanghai senza consultare il Vaticano

(reuters)
La Santa Sede è stata solo "informata" della decisione, ma il presule è gradito e la diocesi è riconosciuta da Roma. Il nodo dell'applicazione dell'accordo bilaterale e il caso-chiave del vescovo ausiliare "congelato" 
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Strappo, anzi mezzo strappo, delle autorità cinesi: a Shanghai si è insediato un vescovo cattolico, trasferito da un’altra diocesi, senza però la previa consultazione della Santa Sede prevista dall’accordo bilaterale confermato solo lo scorso ottobre.

Ad anticipare la notizia è stata AsiaNews, agenzia di informazione promossa dai missionari del Pontificio istituto missioni estere (Pime), sottolineando che la lettera di nomina di monsignor Giuseppe Shen Bin è stata "unilaterale". Il vescovo, però, è tutt'altro che sgradito a Roma.

La Santa Sede "informata" pochi giorni fa

La Santa Sede “era stata informata pochi giorni fa della decisione delle autorità cinesi di trasferire Sua Eccellenza mons. Shen Bin, vescovo di Haimen, alla diocesi di Shanghai e ha appreso dai media dell’avvenuto insediamento questa mattina”, ha dichiarato ieri il direttore della sala stamp…

Strappo, anzi mezzo strappo, delle autorità cinesi: a Shanghai si è insediato un vescovo cattolico, trasferito da un’altra diocesi, senza però la previa consultazione della Santa Sede prevista dall’accordo bilaterale confermato solo lo scorso ottobre.

Ad anticipare la notizia è stata AsiaNews, agenzia di informazione promossa dai missionari del Pontificio istituto missioni estere (Pime), sottolineando che la lettera di nomina di monsignor Giuseppe Shen Bin è stata "unilaterale". Il vescovo, però, è tutt'altro che sgradito a Roma.

La Santa Sede "informata" pochi giorni fa

La Santa Sede “era stata informata pochi giorni fa della decisione delle autorità cinesi di trasferire Sua Eccellenza mons. Shen Bin, vescovo di Haimen, alla diocesi di Shanghai e ha appreso dai media dell’avvenuto insediamento questa mattina”, ha dichiarato ieri il direttore della sala stampa vaticana, Matteo Bruni, aggiungendo di non avere “per il momento” nulla da dire “riguardo alla valutazione della Santa Sede in merito”. Una reazione ben diversa da quella, secca, di pochi mesi fa.

Il precedente di novembre, con differenze

A novembre scorso si era infatti prodotta una situazione per certi versi analoga, quando le autorità cinesi avevano trasferito, anche in questo caso senza previo accordo con Roma, un vescovo riconosciuto dal Papa, mons. Giovanni Pen Weizhao, dalla diocesi di Yujiang, dove era ordinario, a quella di Jiangxi, come vescovo ausiliare: una diocesi, quest'ultima, non riconosciuta dalla Santa Sede. La decisione fu di conseguenza accolta con “sorpresa e rammarico” dal Palazzo apostolico che, in una nota dell’epoca, sottolineava che la cerimonia di installazione non era avvenuta “in conformità allo spirito di dialogo esistente tra la Parte Vaticana e la Parte Cinese e a quanto stipulato nell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi”, e metteva in luce che, inoltre, “il riconoscimento civile di Mons. Peng è stato preceduto, secondo le notizie giunte, da lunghe e pesanti pressioni delle Autorità locali”. La Santa Sede, concludeva la nota, “auspica che non si ripetano simili episodi, resta in attesa di opportune comunicazioni in merito da parte delle Autorità e riafferma la sua piena disponibilità a continuare il dialogo rispettoso, concernente tutte le questioni di comune interesse”. 

Un vescovo gradito a Roma

Ora è avvenuto questo nuovo trasferimento al quale la Santa Sede reagisce senza proteste. Dalla nota del portavoce vaticano traspare, infatti, che Roma è stata "informata" a cose decise, e dunque non consultata, e si sospende, di fatto, ogni "valutazione".

Una linea che ha diverse ragioni. Innanzitutto il vescovo Giuseppe Shen Bin, che è presidente della Conferenza dei vescovi cinesi, non solo è riconosciuto dal Papa, ma è venuto diverse volte in Italia, recandosi in pellegrinaggio a Roma. Di più: nella sua diocesi di origine, Haimen, è l'ultimo successore di monsignor Simon Zhu Kaimin, uno dei primi sei vescovi di origine cinese che vennero consacrati da papa Pio XI a San Pietro il 28 ottobre del 1926, ben prima, dunque, che si interrompessero i rapporti tra Cina e Vaticano con la presa del potere di Mao Tse-tung (1951). Si tratta di un vescovo, insomma, nei cui confronti la Santa Sede, se fosse stata consultata, non avrebbe verisimilmente avuto nulla da eccepire. Tanto più che, a differenza della diocesi di Jiangxi, la diocesi di Shanghai nella quale si è insediato è ovviamente riconosciuta dalla Santa Sede: qui è stato vescovo, per dire, il gesuita Aloysius Jin Luxian, una delle personalità più rilevanti del cattolicesimo cinese. morto nel 2013 all'età di 97 anni.

Una decisione da decrittare

Poiché è tuttora riservato, solo i protagonisti dell'accordo, siglato sotto papa Francesco e Xi Jinping nel 2018 e confermato ogni due anni, da ultimo nell’ottobre scorso, sanno se quanto avvenuto a Shanghai sia una forzatura o no: se cioè tale accordo stabilisca reciproche consultazioni per il trasferimento di un vescovo, o solo per la sua nomina. Se non dovuta, certo, la consultazione sarebbe stata comunque opportuna. Dal Palazzo apostolico filtra, sì, un certo stupore, ma c'è anche attendismo. Perché, come già molte altre volte è avvenuto nel corso degli anni bisogna capire da chi dipendono simili decisioni, se da Pechino, o, più probabilmente, da qualche funzionario locale; se, insomma, sia una decisione politica o non piuttosto burocratica. 

Dirimente per capire quali sono le reali intenzioni cinesi può essere lo sviluppo della vicenda di Taddeo Ma Daqin, vescovo ausiliare di Shanghai: nel 2012, quando fu consacrato, dichiarò subito di volere uscire dall'Associazione patriottica, l'organismo statale sovraordinato alla Chiesa cattolica cinese. Da quel momento il presule vive nel seminario di Shanghai senza poter esercitare il suo ministero. Una situazione congelata, che potrebbe continuare, o invece sbloccarsi, con l'arrivo del nuovo vescovo a Shanghai. E da questo può dipendere la "valutazione" che verrà articolata in Vaticano.